Paolo Benucci – Fontesanta

Paolo Benucci

FONTESANTA

Paolo Benucci, noto sotto il nome di battaglia di Fumo, è stato commissario politico di un distaccamento della I Compagnia della 22 bis Brigata Sinigaglia. Perseguitato per la sita attività comunista, é stato in prigione donde è evaso per raggiungere la sua brigata. Ha venticinque anni, è laureato in legge.

Questo fatto è successo a Fontesanta, a pochi chilometri da Firen­ze, dove erano attestati i partigiani della mia Brigata, in attesa dell’or­dine di marciare su Firenze.

‘Gli inglesi erano ormai a pochi chilometri, ma non accennavano ad avanzare da qualche giorno. Quache loro, randagia cannonata arriva. va, anche vicinissima agli accampa­menti, con conseguenti acrobatiche spanciate in terra tutte le volte che si sentiva il fischio. Una pattuglia inviata a prender contatto con gli alleati due giorni prima non aveva fatto ritorno.

Da nove giorni il rancio di due, genio partigiani era così composto: cinque pere la mattina, dieci a mez­zogiorno, dieci la sera. Niente car­ne. Una squadra inviata a trovare farina era tornata senza farina e con due uomini in meno. Fra l’altro erano proprio uomini miei, e dei migliori.

La mattina del quattro Agosto verso le sette la mia compagnia, la 1° Mario Pagni » che era accam­pata a circa un chilometro dal co­mando di Brigata, stava brontolan­do per la faccenda delle cinque pe­re a testa quando arrivò improvvi­samente Gianni, Commissario politico di Brigata; riunì Otto, Libero, Ciccio, Fiorello e me, si infor­mò cortesemente di come andava la diarrea causata dalle pere e, alle nostre rimostranze per la medesima, annunciò con aria serena che prima di sera non avremmo più avuta al­cuna sofferenza dato che eravamo abbondantemente circondati da fanterie e mezzi meccanizzati tedeschi e entro qualche ora ciascuno di noi avrebbe senza dubbio avuto addosso quei pochi grammi di piombo sufficenti ad abbandonare questa valle di lacrime.

« Tanto — concluse con aria consolatrice – se ci piglian vivi è peg­gio ».

Poi dette ordine di radunare gli, uomini e di comunicare la lieta no­vella.

Ora la cosa era piuttosto triste perchè Gianni aveva undici mesi di macchia sulle spalle, il che significava varie diecine di rastrellamenti, rastrellamenti dai quali era sempre uscito con onore, e se proprio lui diceva che questa volta ci si lasciava la pelle effettivamente le cose, si do­vevano metter male.

Comunque, radunammo gli uomini e gli e raccontammo come stavano le cose. Non sò se in altri eserciti a simili notizie la gente si mette a ballare, ma posso assicurare che li non ci furono scomposte manifestazioni di eroica allegria.

 Sirio Ungarelli –

Commissario Polico della Brigata Sinigaglia

E neppure manifestazioni compostissime. Nulla, assolutamente. Misero tutti un muso lungo dieci metri e cominciarono a dire che proprio non ci voleva. Specie con gli inglesi a pochi chilometri.

Allora ci mettemmo a interrogare gli uomini uno per uno per sentire se qualcuno voleva andarsene dato che qualche isolato avrebbe forse potuto íorzare il blocco. Dissero tutti che rimanevano, levato un paio che affermarono di volerci pensare. Dopo due minuti dichiararono di rimanere anche loro.

Fu ordinato lo state di allarme, assegnate le vedette, preparate le pattuglie d’assalto e quando tutto fù pronto Gianni disse:

– Fermi tutti, ho scherzato per vedere come vi sentivate. Non è ve­ro nulla che siamo accerchiat:, ma è vero invece che da stamattina sia­mo a contatto con gli inglesi, a sera si va a Firrenze.

L’essere uscito dall’accampamento senza che nessuno gli tirasse una raffica Gianni lo deve al fatto che si allontanò mentre gli uomini non si erano ancora riavuti.

Arrivarono le nove di quella in­teressante mattina. E con le nove ar­rivò di volata anche una delle guardie dei posti di blocco dicendo che pattuglie tedesche venivano dal basso.

Grandi risate in tutta la Compagnia, drastiche affermazioni che ormai puzzava ecc. ecc.

Qualcuno propose di tirare una raffichetta di « sten » alle sentinelle per insegnargli a vivere e a non fare brutti scherzi.

Comunque il tipo insisteva sui tedeschi e allora Otto prese due uo­mini e andò a vedere

C’erano effettivamente. Una pattuglia di sei uomini, verosimilmente S. S. Paracadutisti; erano ad una casa colonica a cinquecento metri dall’accampamento. Sembrava non sospettassero di nulla.

Si deliberò rapidamente di aspet­tarli al varco e toglierli di mezzo Anche per quei due che la sera prima non erano tornati da prendere la farina

Si organizza la cosa, si mandano staffette alla seconda Compagnia « Faliero Pucci » che stava in cima a un altro cocuzzolo boscoso a dieci minuti, per metterla a conoscenza di quelle che stava per succedere, io vado ad avvertire il Comando di Brigata e Otto si apposta con Libero e una ventina di uomini per li­quidare i tedeschi appena usciti di casa.

Arrivo al comando, avverto, sba­digliano un po’ perchè era cosa di normale amministrazione e mi dico­no di tenerli al corrente in seguito. Indi mi avvertono che vanno a conferire con una Squadra d’Azione dell’Antella accampata a pochi chi­lometri.

Torno e trovo Otto sempre appostato in un campo di grano che guardava la viottola del contadino. I tedeschi si vedevano distintamente a duecento sull’aia, ma noi si poteva tirare perchè erano fram­mischiati a donne e bambini dei contadini. Mi parvero più di sei.

Verso le undici Otto si scoccia di aspettare, dichiara che voleva liquidare la vertenza prima di pranzo e approfittando del fatto che i tede­schi sembrano incamminarsi verso una fonte poco distante dalla casa va all’accampamento prende una diecina di uomini armati di « Sten » e si di­rige verso la fonte.

Passa un quarto d’ora e comincia

la sparatoria. Una quindicina di raffiche, non si capisce se di « Sten » o di « Machine Pistol »», un paio del mitragliatore bipiede tedesco e si­lenzio.

Passa una mezz’ora e arrivano due uomini della pattuglia di Otto- Chie­diamo dove sono gli altri e ci dicano che devono esser sempre’ giù. Ci in­formiamo dei tedeschi della casa :

Che tedeschi della casa ? ci rispondono, quelli non li abbiamo vi­sti, ci hanno tirato da un’altra parte ed erano almeno un quarantina S. S. Paracadutisti, questa volta hanno visti bene.

La faccenda si faceva seria. Tornammo all’accampamento. Erano ar­rivati altri sei uomini della pattuglia. Raccontano di essere andati più avanti di quelli tornati prima. Dico no anche che hanno visto il bosco bruciare verso nord, che i tedeschi sono in numero imprecisato e che hanno avuto sensibili perdite. Di Otto nessuna sa nulla

 Angiolo Gracci (Gracco)

Alle due arriva Gracco, Comandante di Brigata per sentire come è andata.

Ci chiama a rapporto e noi gli comunichiamo che la Compagnia ave­va verosimilmente perso il Coman­dante.

Non è un allegro rapprto; soprat­tutto per me. Otto è mio intimo amico e fra noi vige un patto per il quale io dovrei morire poche ore dopo di lui.

Gracco è addolorato, non c’è tem po di fare ricerche, bisogna andare a congiungersi con gli inglesi e c’è anche il pericolo che i tedeschi attac­chino in forze. Questa volta davvero.

Comunque mi da un’ora di tempo per trovare Otto o almeno accertarne la morte e recuperare il suo < Sten ».

Non mi dà più di tre uomini. Prendo Triglia, Formica e Sugo.

Si arriva senza danni in fondo al borro. Ci sono un paio di morti te­deschi, disarmati. Si procede e su un roccione si trovano tracce di sangue, due metri più in là lo « Sten » di Otto.

Il roccione è inclinato, in fondo c’è un piccolo burrone di tre o quattro metri che sfocia nel borro. Mi affaccio e vedo una dozzina di morti. Contadini, mi sembra.

Si scende per accertarsi. Per quanto io non sia nuovo lo spettacolo non è allegro. Fa caldo e ci sono nuvoli di mosche. Si rivoltano i morti uno per uno : sono tutti colpiti in fronte, probabilmente raffiche della mitragliatrice tedesca. Otto, non c’è.

Verso il borro ci sono tracce di sangue, si seguono, forse si è allon­tanato ferito. Ci spingiamo avanti fin­chè a un certo punto ci sparano addosso, raffiche di mitragliatrice dal fianco sinistro. Si tenta di retrocede, raffiche davanti. Intanto ci accor­giamo che più in basso sul fianco op­posto il bosco brucia. Ci si incammi­na verso il fuoco per ritirarci fra mezzo al fumo, ma ci accorgiamo a nostre spese che noi, è fuoco benevolo. Sono alcuni lanciafiamme tedeschi che rastrellano.

Devono esser passate due ore buone, finalmente si trova un canaletto, incassato e coperto di vegetazione, scavato dalla pioggia nel fianco del monte. Si prende su per quello e si arriva felicemente all’accampamento della prima Compagnia. Vuoto.

Intanto sentiamo che verso Fontesanta si combatte accanitamente.

Decidiamo di andare là e con una corsa di tre o quattrocento metri allo scoperto ci arriviamo. Ci tirano qualche raffica distratta e troppo corta.

 Nella palina di Fontesanta trovia­mo, schierata in ordine di battaglia, la seconda Compagnia. La comanda Gigi, il Commissario Politico.

Ci informiamo della situazione: siamo in presenza di un attacco portato da forze superiori, forse molte centinaia di S. S., con mitragliere da venti millimetri, lanciafiamme e forse mezzi corazzati.

Gracco con Gianni ha preso la prima compagnia e si è spostato a Nord, Bastiano, il Comandante militare della seconda è avanti di una paio di centi­naia di metri, al Quadrivio, e lì sta, duro, con pochi uomini e una mitra­gliatrice, a reggere il peso dell’at­tacco.

Passano alcuni minuti e soprag­giunge una pattuglia della prima. Sono una venticinquina, tra loro è Libero, Marco e Frana. I secondi due Comandanti del primo e terzo distac­camento. Sono rimasti tagliati fuori dal resto e non sanno gran che. Ap­paiono stanchissimi, non hanno avuto perdite ma combattono da cinque ore.

E’ tardi, le mitragliatrici tedesche si avvicinano, devono essere a poche diecine di metri da Bastiano che spara come un disperato.

L’ordine è di ripiegare verso gli in­glesi, ma Gigi non se la sente. Ordi­na a noi di ripiegare e si scusa:

Voi siete stanchi, i miei sono ancora freschi.

Siamo quasi al tramonto.

La lunga, scarna, quella sera quasi spettrale figura di Gigi ,si leva da terra. Brandisce con la destra il piccolo micidiale « Sten ». Gli è particolar­mente caro, è uno dei primi che fu­ron buttati a Monte Giovi molti mesi prima. Lo « Sten » è in alto, come una bandiera. Comanda:

— Avanti « Faliero Pucci »Gli risponde il loro vecchio grido:

Stella Rossa! ! Stella Rossa! !

E partono come novanta diavoli con quel loro lungo Commissario in testa che non si capisce come faccia a star ritto fra tante raffiche.

Bastiano spara sempre rabbiosa. mente. In breve la compagnia si allinea accanto al suo Comandante.

La battaglia si riaccende furiosissima e solo alle prime ombre Bastiano e Gigi decidono di ritirarsi.

Sempre combattendo la « Faliero Pucci » ripiega sugli inglesi. Più in alto, parallelamente, ci ritiriamo noi. A sera si arriva.

Ottime accoglienze, beef, biscotti, thè sigarette. Dopo tanti mesi non par vero.

Otto lo ritrovai a Firenze. Si era ricongiunto con la Prima che aveva preso confatto qualche chilometro più avanti unitamente alla Seconda.

L’avevan fatto prigioniero i tedeschi perchè tutti quei morti che avevo trovato io gli eran caduti addos­so e gli avevan fatto perdere l’equilibrio e lo Sten ». Quando si era rialzato un tedesco gli aveva messo una e Machine pistol « sotto il naso e altri tre o quattro a spinte e calci l’avevan incamminato verso Troghi unitamente a tre contadini due vecchi e uno giovane

I due vecchi dopo centinaia di me­tri erano stati liquidati con un colpo di pistola nella nuca, lui e il giova­ne erano stati portati a Troghi. Qui avevan prese due corde e stavano mettendogliele al collo con intenzioni poco caritatevoli quando Otto, che era riuscito a slegarsi le mani, prese la pistola a un tedesco, tirò una revolverata in un occhio al medesimo e scappò approfittando della confusione col contadino. Fatto poche die cine di metri i tedeschi si ripresero e spararono. Il contadino prese una raffica nella schiena e cadde. Otto raggiunse illeso la prima Compagnia. Dopo ventiquattr’ore, alla testa del­la medesima entrava in Piazza Ga­vinana dove trovava i suoi genito­ri che non Io vedevan da dieci mesi, ma non aveva tempo di salutarli per­chè subito i tedeschi cominciavano a sparare dall’altra parte dell’Arno.

Ma ormai la liberazione di Firen­ze era in atto. Dopo poche ore arrìvarono anche gli inglesi e finalmente i rastrellamenti cominciammo a farli noi.

Il che era molto giusto, come si diceva con Otto quando la Sinigaglia rastrellava San Frediano, perchè nella vita quel che è fatto è reso.

 

Note

La Brigata “Sinigaglia” nacque il 6 giugno 1944 dalla fusione di sei distaccamenti. Ebbe come base il Monte Scalari e le principali zone di operazione andavano dal Valdarno e il Chianti fino alla periferia di Firenze. Era intitolata al dirigente e fondatore dei GAP fiorentini Alessandro Sinigaglia (Vittorio), ucciso dai fascisti in uno scontro a fuoco nel gennaio 1944

Della Brigata Sinigaglia, che faceva parte della Divisione Garibaldi-Arno guidata da Aligi Barducci (Potente), furono comandante militare Angiolo Gracci (Gracco) e commissario politico Sirio Ungherelli (Gianni)

Nei suoi ranghi militarono anche numerosi ex prigionieri di guerra stranieri, di cui 23 sovietici, tre polacchi, tre jugoslavi e due statunitensi

La brigata Sinigaglia entra a Firenze

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 16 luglio 2011, in Racconti partigiani con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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