Archivio mensile:giugno 2012

Pian d’Albero Giugno 1944

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Pian d’Albero Giugno 1944

La gente era preoccupata per la guerra che si avvicinava anche nel nostro paese (Figline Valdarno) e molti avevano cercato scampo nelle campagne. In quel momento io ero fidanzato con la donna che ho sposato, Zita. Lei si trovava sfollata a Santa Lucia (una località; posta sulle pendici delle colline del Chianti nel comune di Figline) dalla famiglia colonica Calvelli ed io facevo parte del movimento clandestino di liberazione ed ero incaricato di tenere i contatti con la Resistenza.

Mi univo ai partigiani che si trovavano in Pian d’Albero (una casa colonica isolata da tutti e circondata da boschi) approfittando delle visite che di frequente facevo alla mia fidanzata. Ci passavo alcuni giorni, ci dormivo, ci mangiavo e tenevo i contatti con le formazioni partigiane. Durante un giro fatto nella zona di Santa Lucia, in quel mese di giugno incontrai un giovanotto che stava girovagando ed a me sembrò; anche con un fare sospetto. Mi avvicinò; e mi chiese se potevo indicargli dove era la formazione dei partigiani. Rimasi sorpreso a quella domanda e sostenni che non lo sapevo. Cercai di farlo parlare, gli chiesi quali erano le ragioni della sua richiesta. Egli mi disse e mi dimostrò; attraverso un tesserino, che era un carabiniere fuggito dal raggruppamento che si trovava in quel momento in Pian di Rona (nel comune di Reggello) ed intendeva darsi alla macchia. Quando ebbi la certezza che questo giovane era veramente intenzionato a fare quello che diceva, gli dissi che se questa era la sua volontà;, la mattina dopo insieme ad una guardia campestre della famiglia Calvelli, avremmo cercato di aiutarlo a fare quello che desiderava. La notte seguente dormì; in camera insieme a me ed alla guardia campestre Renato Calvelli.

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La casa dei Cavicchi

La mattina dopo, io, il carabiniere che poi mi disse essere di Bagno a Ripoli e di cui non ricordo il nome, ed il Calvelli ci dirigemmo verso l’accampamento partigiano posto a Pian d’Albero. Ad un certo tratto della strada trovammo Aronne Cavicchi, un ragazzo molto brillante (la famiglia Cavicchi abitava nella casa colonica di Pian d’Albero) che purtroppo nei giorni successivi venne preso ed impiccato dai tedeschi. Quando ci vide dette l’allarme ai partigiani, ma poi fu una risata generale perché;, così; almeno si giustificò;, lui aveva inteso scherzare in quanto ci aveva ben riconosciuti e la cosa finì; lì;.

Presentammo questo giovane carabiniere ed anzi io dissi mentre gli ritiravano i documenti, che il nome di battaglia lo avrei scelto io. Lo dovevano chiamare "Brusio", proprio perché; durante la notte da quanto aveva parlato ci aveva fatto dormire ben poco. Era un ragazzo molto ameno, molto simpatico, un ragazzo a cui piaceva molto parlare.

Dopo alcuni giorni 4 o 5, non ricordo di preciso, però; mi ricordo bene la data, il 19 giugno 1944, dopo le 18,30 mentre mi trovavo alla casa Calvelli che non prospetta direttamente sulla strada ma si trova sui campi, attraverso una stradella passò; una pattuglia di partigiani composta da 5 persone. Quando li vidi ci salutammo e chiesi dove erano diretti. Uno di loro mi disse: "andiamo a minare il ponte sul Cesto (si tratta di un ponte che scavalca il torrente Cesto sulla strada statale che alla periferia sud di Figline conduce verso Arezzo) per farlo saltare".

Feci presente che dovevano stare bene accorti perché; in fondo alla strada che da lì; si vedeva, verso la casa del Duranti (un’altra famiglia di coloni che abitavano nella casa più; a valle), dietro un pagliaio avevo visto arrivare una topolino mimetizzata, una macchina con alcuni tedeschi. Loro mi dissero che avrebbero fatto il possibile per non incontrarli. Io feci presente il compito che avevano e che quindi dovevano evitare di incontrarsi con questa topolino. Scesero verso valle e quando arrivarono in fondo alla stradella, vidi dalla mia posizione dominante, che tre compagni partigiani camminavano lungo il campo che confina con la strada che porta a S. Lucia e gli altri due erano dall’altra parte. In quel momento la topolino uscì; da dietro il pagliaio e si mosse lungo la stessa strada che facevano i partigiani. Ad un certo punto vidi che avanti alla topolino c’era un tedesco con un moschetto in mano che camminava davanti. Vidi una parte dei partigiani risalire sulla scarpata per venire sulla strada impugnare il fucile e sparare. Il tedesco a piedi si dette a corsa indietro, mentre i partigiani riuscirono a circondare la topolino e a prendere un tedesco prigioniero che poi mi dissero era già; stato ferito. Nel frattempo i partigiani fatto questo bottino, risalirono la strada per tornare da dove erano venuti ed andare a preparare l’azione verso il ponte sul Cesto. Io attraversai i campi ed arrivai sulla strada. Chiesi a questi compagni, vedendo la topolino vuota, dove si trovava in quel momento il tedesco prigioniero. Mi dissero che il tedesco era stato ucciso e che quindi, per non portare su al campo un cadavere l’avevano abbandonato in una buca dove i boscaioli facevano il carbone. Presero la topolino e si incamminarono verso il ritorno. In quel momento suggerii loro di essere molto prudenti e soprattutto di abbandonare la topolino. Loro mi dissero che avrebbero visto il da farsi quando fossero arrivati lì; a Carpignoni (una casa colonica che si incontra sulla strada che porta a Pian d’Albero) da un colono che si chiamava Pimpa di soprannome.

Dopo circa un’oretta dal primo incontro con i partigiani, arrivarono le prime pattuglie di tedeschi alla casa dove eravamo. Il cielo stava diventando grigio, c’erano i segnali del buio che arrivava e noi eravamo già; entrati in casa. Una pattuglia di tedeschi proveniente dal Palagio (sede della fattoria dove avevano la base i tedeschi) che distava da noi solo qualche chilometro ci chiese se avevamo sentito qualcosa, se sapevamo dove fossero i partigiani, se avevamo visto persone sospette. Nessuno sapeva niente ed anche tutti i coloni dissero di non avere visto niente. Allora ci chiesero in modo perentorio di rimanere chiusi in casa perché; qualunque persona che fosse uscita e fosse stata trovata fuori in quelle ore di buio, avrebbero sparato a vista.

Rimanemmo chiusi in casa senza sapere quello che avveniva all’esterno. La mattina del 20 giugno alle prime luci dell’alba stavo ancora dormendo ma venni svegliato di soprassalto: c’erano dei tedeschi armati in camera che mi fecero cenno di vestirmi, di mettermi i pantaloni. Un tedesco frugò; in un comodino, trovò; una pistola che non era mia ma di quella guardia campestre di cui ho parlato avanti, la guardia Calvelli che si era già; alzato ed era uscito mentre io dormendo, non me ne ero accorto. Il tedesco prese la pistola, andò; alla finestra e la mostrò; ai suoi camerati che si trovavano nell’aia sottostante. Mi spinsero fuori e vidi che c’erano altre persone che stavano arrivando insieme ad altre pattuglie. Tutti i membri della famiglia e tutti noi che si trovavamo in questa casa dei Calvelli, venimmo messi insieme agli altri che erano stati rastrellati durante il percorso dal Palagio fino a noi. Vi erano uomini e donne, fra questi anche la mia fidanzata e mia suocera. Venimmo raggruppati insieme ed assiepati vicino al bosco confinante con S. Lucia (la casa di campagna della contessa Serristori, poco più; in alto verso la strada di Pian d’Albero). Facemmo questo tratto di strada spinti dai tedeschi che erano saliti su con due camion carichi di uomini chiedendoci ancora si trovano i partigiani. Nessuno parlava e quindi dissero che ci avrebbero fucilato ed i primi sarebbero stati i "non marito" così; dissero loro, cioè; coloro che non erano sposati. Zita, la mia fidanzata si fece dare la fede nunziale da sua madre e me la passò;. Nel frattempo vennero presi dal gruppo due giovani, uno era Turrini Giuliano sfollato ad una casa sottostante a dove ci trovavamo noi, l’altro era un colono, un certo Cardelli, da non confondere con Calvelli, la guardia giurata.

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Fucilazione dei Partigiani

Vennero messi davanti a noi sul ciglio del bosco con dietro un profondo pendio e mentre alcuni tedeschi presero la mira con i loro fucili, Cardelli scappò; buttandosi lungo il pendio e cercando di fuggire, ma una raffica di mitra lo fulminò; e rimase morto. Restammo tutti ammutoliti. Alcuni tedeschi scesero fra i dirupi, raccolsero già; esanime il Cardelli e lo riportarono di sopra. Poi si avvicinarono al nostro gruppo presero due coloni, li misero in testa ad una pattuglia seguendo le impronte lasciate da quella topolino che era stata trainata dai partigiani con un paio di buoi ed arrivarono in cima del colle da dove si vedeva la casa colonica Cavicchi (Pian d’Albero). Noi rimanemmo ai piedi del monte, faceva piuttosto fresco perché; era un periodo in cui tutti i giorni faceva un po’ di pioggia. I tedeschi rimasti di guardia a noi accesero un fuocherello e si scaldarono. Non ricordo quanto tempo passò; forse, un’ora, nel frattempo avevamo sentito dei crepitii di armi in lontananza ed ad un tratto da un lato del bosco spuntarono 4-5 tedeschi con una barella rudimentale che trasportavano un militare. Sembrava morto. Rivolti verso di noi dissero "uno tedesco, 10 kaputt". Poi cominciarono ad arrivare dal bosco alla spicciolata dei partigiani prigionieri spinti dai tedeschi col calcio dei fucili. Erano 18, li contai, alcuni con la tuta blu da meccanico. Ci divisero in gruppi e ci fecero incamminare lungo la strada: quelli presi nel bosco avanti, seguiti da un camion pieno di tedeschi, dietro noi e dietro a noi un altro camion carico di tedeschi. Noi camminavamo lungo la strada controllati dai tedeschi con i fucili mentre altri tedeschi nel frattempo si erano inoltrati nei campi incendiando i casolari. Dietro di noi si vedevano nubi di fumo che si alzavano verso il cielo ad un tratto le donne che erano con noi furono chiamate per allontanarsi. Rimanemmo tutti gli uomini, i 18 presi in combattimento davanti ed altri 18 fra i quali mi trovavo anch’io e proseguendo arrivammo alla fattoria del Palagio .

Ci misero nelle stalle, anche lì; divisi e controllati sempre dai tedeschi, poi venne un ufficiale ed indicando uno del nostro gruppo ed uno del gruppo partigiano disse: "se in 5 ore non siete di ritorno col tedesco e con la macchina, tutti kaputt". A questo punto successe un fatto che ha dell’incredibile. Giuliano che era stato indicato per andare alla ricerca del tedesco e della macchina, era un giovane renitente alla leva che io avevo conosciuto al campo. Era un ragazzo biondo giovanissimo di Ponte a Ema e credo che facesse il fornaio. Rifiutò; l’invito dell’ufficiale perché; disse che non conosceva la strada e quindi si fece immediatamente avanti un altro partigiano "Il Molla" originario della Stecco (una frazione di Figline) che disse "io la conosco la strada". Quindi fu mandato lui e l’altro del nostro gruppo. Capimmo subito che loro si sarebbero sicuramente salvati la vita, mentre non sapevamo quale sarebbe stata la nostra sorte, tanto più; che io sapevo bene che fine aveva fatto il tedesco che cercavano.

Alle 5 del pomeriggio puntuali arrivarono i tedeschi con un ufficiale. Dettero degli ordini ai tedeschi che erano di guardia a noi, ci portarono fuori sempre divisi, ci fecero incamminare per breve tempo e ci portarono in un ampio spazio dove c’erano dei tavoloni stretti e lunghi e dietro a questi si trovava un camion con la croce uncinata. Gli ufficiali presero posto dietro i tavoli come se fossero dei giudici e incominciarono a dare degli ordini che fecero capire, indicando il gruppo che comprendeva i partigiani che erano stati presi nel bosco che loro avrebbero fatto kaputt e noi invece saremmo stati deportati in Germania. Fu già; un sollievo quando feci presente ad alcuni del mio gruppo la sorte che ci poteva toccare. Appena finito quello che apparentemente poteva sembrare un processo, ci fecero incamminare nella strada che porta a S. Andrea (una chiesa parrocchiale lì; vicino) e lungo quello stradone incominciarono le esecuzioni per impiccagione che mi sembra di rivedere ancora davanti a me. Ricordo quando fu impiccato Aronne Cavicchi, il ragazzo di 14 anni che nonostante la sua giovanissima età;, sembrava un uomo fatto. Fu, mi sembra il quarto ad essere impiccato. Si guardarono sia lui che suo padre, perché; anche lui si trovava fra coloro che dovevano essere impiccati e non ci fu né; un grido né; un lamento. Questo ragazzo morì; come un eroe.

Dopo di lui toccò; ad un altro giovane con la tuta blu e mentre i tedeschi lo sollevavano da terra, perché; la tecnica che usavano consisteva in un tedesco che si arrampicava sull’albero, legava la fune, erano funi o corde che erano state prese ai contadini per legare i buoi, e poi lasciavano cadere la vittima, ma in quell’occasione ad un strattone del corpo, la corda si sciolse ed egli cadde a terra. I tedeschi senza scomporsi lo presero, lo risollevarono, gli misero nuovamente il cappio al collo e dettero uno strattone più; potente ed il ragazzo questa volta rimase con la carotide stroncata.

Quando circa la metà; dei giovani partigiani furono impiccati, erano 8-9, venne un frate della Poggerina (un convento sulla strada provinciale che porta a Greve) si avvicinò; a questi ragazzi, e cercò; di confortarli in quel momento in cui ormai la morte si stava avvicinando. Pian piano arrivammo al completamento della carneficina che i tedeschi si erano preposti di fare. Dopo avere compiuto questa strage i tedeschi ci radunarono e ci riaccompagnarono alla fattoria lasciando per tutta la notte ed il giorno dopo questi corpi pendenti dalle piante a testimonianza della loro ferocia, quale monito alla popolazione.

Nel pomeriggio del giorno dopo, ci fecero uscire, ci portarono sul luogo dell’eccidio, a S. Andrea (dove attualmente esiste un cippo a ricordo del fatto e dove sono rimasti alcuni gelsi di quelli usati per l’impiccagione), ci fecero fare una buca e poi ci fecero staccare i partigiani impiccati e ce li fecero sotterrare in quella fossa comune. Dopo aver compiuto questo atto ci riportarono a S. Andrea ci chiusero dentro una stalla e loro fecero una festa. Ci dissero che per loro era una grande festa e si misero a suonare e ballare nell’aia. Durante la notte ci fu un allarme; vennero i tedeschi e vedere lì; dentro alla stalla se c’era stato qualche movimento anche se l’allarme veniva dall’esterno non da dove eravamo noi e ci chiesero se tutti eravamo al proprio posto e se non c’era stato nessun tentativo di evasione. Rispondemmo di no, ci richiusero e se ne andarono. Per ben 3-4 giorni ci portarono insieme con loro nella campagna per aiutarli a far razzie di animali per approvvigionarsi e questo fece sì; che alcuni di noi poterono prendere contatto con qualche colono che ci permise di far conoscere ai nostri familiari che eravamo vivi perché; c’erano dubbi su molti di noi che fossimo stati coinvolti nell’impiccagione.

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La consegna della medaglia d’Oro a Giuseppina Cavicchi

Dopo questi giorni in cui ci tennero prigionieri, il fronte si avvicinava continuamente e questa fu la nostra fortuna, perché; i tedeschi si trovavano nell’impossibilità; di avere un mezzo a disposizione per poterci caricare tutti e 18 e portarci in Germania come dicevano. Allora ci dissero che ci avrebbero liberati ed abbandonati. Ci fecero presente di non farci vedere più; in campagna, perché; era più; pericoloso che stare nei centri abitati e di far in modo di non si ricadere nelle loro mani, perché; questa volta eravamo stati fortunati e che quindi chissà; se in un’altra circostanza potevamo avere la stessa fortuna.

Vincenzo Tani

dal il blog della Regione Toscana

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Corrado Tumiati – Emergenza al Ponte Rosso

Corrado Tumiati

Emergenza al Ponte Rosso

Non ho mai tenuto un diario e mi accontento — le rare volte che mi ricordo di farlo — di segnare sopra un quadernaccio qualche pensiero, qualche incontro, qualche pena. Ma la forzata immobilità dei giorni d’emergenza mi indusse a tenere nota, quasi quotidianamente, dei piccoli fatti, delle apprensioni, delle privazioni e della confusione che riempivano le ore e la mente di un cittadino, bloccato in un settore particolarmente infelice di Firenze. L’antico direttore desidera che anch’io sia presente in questa documentazione penosa e non posso contrariarlo, ma in verità questi appunti non aggiungono gran che alle molte e ben più interessanti notizie raccolte nei diari e negli scritti qui pubblicati. E confesso che, nel rileggerli dopo tanti anni, ne ho provato anche un po’ di vergogna. Chi abbia — come toccò a me — partecipato attivamente alla guerra del ’15, si ritrova in questa come un imboscato al fronte con tutti, o quasi tutti, i guai della guerra e senza la coscienza di compiere un dovere, sia pure il più ingrato dei doveri. Nemico della violenza, il mio antifascismo aveva sempre avuto per motto la frase attribuita al Parini: « Viva la libertà, morte a nessuno! ». Posizione difficile, tanto invisa agli avversari quanto sospetta agli ardimentosi. A farla più penosa in quei giorni dirò che questa guerra sciagurata aveva smembrato la mia famiglia e che mi trovavo solo, senza notizie dei miei, senza risorse familiari, costretto per vivere a un estenuante lavoro editoriale, con l’unico conforto della vicinanza di un modesto operaio e di sua moglie, che mi avevano chiesto di dividere con loro la mia casa, più solida almeno in apparenza, e di aiutarmi a sopportare i guai del momento. Debbo a questi due buoni compagni molto più di quanto io abbia potuto dar loro.

2 agosto 1944. Stamane è stato proclamato a Firenze lo « stato di emergenza ». L’inquilino provvisorio del primo piano, un ingegnere fascista, fuggito nei boschi con moglie e figli e rifugiato a Firenze in questa casa di un suo lontano parente, viene ad avvertirmi che è stato affisso un piccolo manifesto senza data e senza firma nel quale si fa obbligo a tutti di chiudersi in casa, di non aprire finestre, di rifugiarsi nelle cantine, nei sottosuoli e nelle chiese. Trasporto il mio letto e le mie carte nel semi-interrato dell’appartamento… Alla sera mi è impossibile dormire per il cibo pesante, per l’odore di naftalina, per

4 agosto. Tutto il quartiere in fermento perché è corsa la voce che alle 10 faranno saltare il Ponte Rosso. Dalle finestre socchiuse la gente s’interroga con la paura sul viso. Qualcuno è sulla soglia. Passa gente fuggita da Via Faentina dove pare che stanotte abbiano fatto saltare il ponte della ferrovia. Come per una segreta intesa, molti escono di casa per rifugiarsi nel sotterraneo di uno dei palazzoni di Piazza Cavour dove da dieci mesi siamo soliti rifugiarci durante gli allarmi aerei. Se il Ponte saltasse davvero, anche la nostra casa non resisterebbe all’urto tremendo. Decidiamo di andare anche noi. Attesa inutile ed estenuante dalle 9 a mezzogiorno. La fame ricaccia tutti a casa.

Strano il silenzio assoluto che pesa sulla città. Sembra un periodo di armistizio. Non una vettura militare né un aereo, non un colpo di cannone dopo i cannoneggiamenti continui dei giorni scorsi. Che il grosso delle truppe tedesche sia già passato e che si voglia veramente far saltare il Ponte? Impossibile riposare nel pomeriggio. Dopo le 15 riprende qualche cannonata rara. Un aereo. Risalgo al pian terreno dallo scantinato, e dalla finestra socchiusa vedo la via, la piazza, il viale sul Mugnone deserti e silenziosi. Un foglio di carta che il vento fa svolazzare per terra acquista l’importanza di un protagonista. La voce di un bimbo che piange nell’interno di una casa sembra un miracolo. Pioggia, temporale. Gara fra tuoni e rombi di cannonate. In alcuni momenti è difficile identificarli tanto si assomigliano. Nessuno parla più del Ponte Rosso, che è sempre guardato a vista da soldati tedeschi.

Nel tardo pomeriggio, mentre sogguardiamo dalla finestra, una mitragliatrice spara improvvisamente dalla Fortezza da Basso e prende d’infilata via Lorenzo il Magnifico perché i proiettili colpiscono i muri delle prime case della mia strada, crepitano sui tetti, fischiano sulle nostre teste.

Cena di farinata e di patate.

5 agosto. Sveglio dalle 1,15 alle 3,30. Cannoneggiamento intenso. colpi sembrano partire da destra, verso Montughi o più in là, diretti forse al Galluzzo o all’Indiano. Qualche grossa « carretta » in arrivo, che scoppia lontano. Si ha l’impressione che gli inglesi non controbattano. Vogliono veramente risparmiare anche i sobborghi della città?

Qualcuno riferisce che, nel centro, la gente può già circolare. L’emergenza vale solo per noi della periferia?

Ogni passo di corsa per la via, ogni colloquio affannato, ogni voce più alta mi mettono in apprensione… Stamane, daccapo, gente sfolla di qua verso il centro. Ci consultiamo: lasciare la casa non significa abbandonare tutto a unì inevitabile saccheggio?

La donna pesta qualcosa in cucina, suo marito passa ore sulle Guide del Touring, io alterno il lavoro di traduzione con la lettura di Giuseppe e i suoi fratelli di Mann, ma il pensiero devia.

6 agosto. Mi raccomando, dalla finestra, a un vicino, che raccoglie acqua sudicia dalla via, di avvertirci se sente notizie o vede movimenti intorno al Ponte Rosso. Notte pessima, destato per tre volte di soprassalto dai colpi vicinissimi di un cannone, che Stamane passa, trainato, per via Toscanelli.

La donna esce per acqua e provviste. Tento di uscire con lei reggendo in mano un fiasco vuoto, ma una passante e B. mi dicono di rientrare subito in casa perché solamente le donne sono tollerate dai tedeschi di guardia al Ponte minato. Nel ritornare, varie finestre a terreno si socchiudono e giovani, semiaffacciati, chiedono notizie. Strano e triste spettacolo questo di una gioventù rintanata mentre si combatte sull’Arno.

Di ritorno dalla spesa, la donna riferisce le voci che corrono.

I ponti sull’Arno sarebbero saltati tutti, meno il Ponte Vecchio, e neo-zelandesi tenterebbero già di passare con mezzi di fortuna sulle rovine. Una donna, che ascolta la radio, dice che gli inglesi hanno ripetuto la minaccia di portare la battaglia in città se i tedeschi si ostinano a resistere. Dalle finestre il solito vuoto spettrale, interrotto dal passaggio affannato di donne con fiaschi d’acqua e sporte di pane.

Dopo un lungo silenzio, ripresa di colpi diretti verso l’Arno. Un aereo ronza sopra di noi e spesso si abbassa. Nessuna reazione contraerea.

Un carro armato leggero passa lungo il Mugnone diretto al Ponte, un altro in direzione opposta. Due macchine non mimetizzate sostano in Piazza Cavour e ripartono subito. Donne cantano dentro una casa.

Minestra di ceci, un piatto di ceci, un avanzo di coniglio. Non ci rimangono che poche scatolette di tonno, di sardine e una di salmone.,

7 agosto. Già il quinto giorno di reclusione e nessuna novità. Il tiro dei cannoni ha preso il ritmo regolare di una guerra di posizione. Voci che circolano affermano che gli inglesi sono già all’Indiano, hanno occupato Palazzo Pitti e attendono, per occupare la città, il grosso delle loro truppe da Pontassieve. Nulla di certo. Per le vie, solo donne. La figura di un medico col bracciale della Croce Rossa fa spicco, come un abitante della luna. Dalle finestre sul giardino guardiamo con occhio feroce i conigli e i polli del padrone di casa, delizia inaccessibile. Un coniglio è morto e l’ingegnere fascista me lo indica col viso amaro. « Poteva sfamare i miei bambini per due giorni! », dice. Ma quelli giocano tutto il giorno, inconsapevoli e sempre più magri e pallidi.

Dalle case sinistrate di via Faentina i tedeschi rubano tutto. L’incubo d’esser cacciato di casa e di ritrovarla vuota è ossessionante. Bisognerebbe non avere immaginazione. Prevedere una spogliazione è quasi più che patirla.

8 agosto. Sesto giorno. Un piccolo manifesto fa divieto agli uomini di uscire, pena ]a fucilazione. Le donne potranno circolare solamente dalle 9 alle 18. Stamane un giovinetto è stato brutalmente fucilato sul Ponte Rosso. Questo aggettivo innocente, che ricordava i mattoni della costruzione, ha oggi un suono tragico.

Scritto agli amici L., che rispondono affranti, anch’essi privi di notizie. Ieri sera, guardato a lungo i lampi delle cannonate. Tra una serie di colpi e l’altra, d’improvviso, il suono tranquillo di un pianoforte. Beethoven. Incredibile senso di pace. Allorché il silenzio si prolunga, la via deserta e buia si popola insolitamente di voci. Gente, come me, alla finestra, che si lancia saluti. Voci altee discordi di una famiglia di napoletani sfollati, sempre in polemica.

La notizia più insistente è quella che gli inglesi siano all’Albereta, presso Rovezzano, ma che non siano riusciti a passare il fiume. E non è che un guado!

Oggi è venuta la signora A. a chiedere mie notizie e a mettersi a mia disposizione per qualunque cosa possa occorrermi. Razza buona. Ceci e tonno.

9 agosto. Stamane la signora L. è venuta con buone notizie: Parigi occupata, i russi in Prussia orientale, Hitler colpito da un secondo attentato, tre colonne inglesi sarebbero dirette su Firenze da Bagno a Ripoli, Rovezzano, ecc. Saranno vere? Mi pare troppa cuccagna. L’amico C. mi scrive e la Neri mi porta notizie diametralmente opposte: gli inglesi hanno perduto due posizioni sull’Arno e si sono ritirati: hanno dichiarato alla radio che i tedeschi sono in forze superiori ed essi non hanno ricevuto i rinforzi; che in città e già comparso il tifo e qualche caso di colera; che la popolazione va verso la fame e minaccia sommosse; che a Montughi i paracadutisti tedeschi hanno svaligiato ville e case; che i Lungarni sono stati saccheggiati e ogni palazzo è diventato un nido di mitragliatrici. E così via. Un vero sgomento ci prende. Avrei voluto dire alla N. che se ha notizie del genere non venga, ma la visita di una donna è troppo grande conforto in questa reclusione forzata. Oggi calma di artiglieria. Che significa?

Un po’ di riso e acciughe.

10 agosto. Oggi calma di artiglieria. La signora L. è venuta a prendere acqua al mio pozzo che sta quasi asciugandosi. P avvilita, affranta. « Ci tocca morire », dice, e fa una gran pena. E la stagione è magnifica. Inutile magnificenza per la terra che non può essere lavorata e non ha più bestie. Pochi giorni fa è passata una lunga fila di buoi e di vacche razziati. E quei lunghi muggiti parevano un pianto.

Oggi un affare d’oro con un vicino : ho cambiato una scatola di acciughe con due scatolette di coniglio e pollo. Orgia.

11 agosto. Sveglia tedesca alle 4,30. Un soldato batte colpi alla porta col calcio del fucile e insiste perché tutti escano di casa. « Ponte saltare; pericolo morire » dice con la sua voce gutturale e perentoria.

Usciamo senza prender nulla con noi, preoccupati solamente dello scoppio imminente e dei danni che minacciano la casa. Pensiamo si tratti di qualche ora, e ci rifugiamo nel solito sotterraneo di Piazza Cavour. Appena giunti un immenso fragore. E’ saltato un ponte sul Mugnone. Quale? Sarà il nostro? Vorremmo uscire, ma le porte sono bloccate. Passano le ore e incomincia l’incubo del cibo e del riposo. TI sotterraneo è gremito di uomini, donne e bambini. Non c’è il terrore folle e superstizioso dei rifugi durante gli allarmi aerei perché tutti sperano di rientrare in casa a scoppio avvenuto. Invece, silenzio. E attesa angosciosa. E fame. L’inquilino fascista si è portato dietro un sacchetto di zucchero e ce ne distribuisce qualche cucchiaino. Ci vuol altro! Si è fatta sera e la fame, la stanchezza, l’incubo della casa forse distrutta, certo saccheggiata, non mi danno pace. Il ragioniere M., conosciuto in trattoria, si muove a compassione di me e mi cede uno dei suoi due materassi, mi regala un uovo, è guasto, e mezzo bicchiere del suo vino. Impossibile dormire nel chiasso, nel fetore delle latrine che traboccano. Buio di prigione.

12 agosto. Alla mattina ci raggiunge uno strepito di fucileria dalla piazza. Ci affacciamo alle lunette dell’ingresso e vediamo qualcuno che spara dietro le colonne di uno dei palazzi dirimpetto al nostro, altri, pochi, si affacciano da via Cavour e da via S. Gallo e puntano i fucili nella nostra direzione. D’improvviso appaiono sotto il nostro porticato tre o quattro tedeschi. Una breve scaramuccia si accende fra loro e, i patrioti della piazza. I tedeschi sembrano di buon umore. Ridono, sparano, saltellano da colonna a colonna. Un’autoblinda scende da via Bolognese. Il Ponte Bosso non è saltato e l’attacco dei patrioti sembra diretto a impedire il brillamento delle mine. qualche tedesco, strisciando fra le rovine dei casamenti fatti crollare all’imbocco di via Bolognese, sta tentando di farle brillare. Erano ventuno, distribuite in sette profonde buche ai margini del ponte. Evidentemente, qualche guasto ha impedito che brillassero tutte, o il ponte, saldissimo, ha resistito? Una parte, ci vien detto, è saltata.

Lo scambio di fucilate in piazza è finito presto. Un patriota, di parte democristiana, ingiunge di aprire il portone del palazzo dove riamo prigionieri da trenta ore. Mi sembra un po’ troppo ottimista. Dice che in centro la vita ha ripreso il suo ritmo normale e ci incoraggia uscire. La fame ci farebbe credere al diavolo. Usciamo dietro il baldo messaggero avviandoci istintivamente verso casa, ma all’imbocco di via Toscanelli una scarica di fucileria, partita dal di là del Mugnone, ci ricaccia indietro. Tentiamo il viale Margherita, ma siamo presi di mira anche lì perché una mitragliatrice prende d’infilata il viale. 1 proiettili fischiano, alti, spezzando rami. Entriamo di furia nella prima porta aperta.

la nostra irruzione non è, evidentemente, gradita agli abitanti della casa, ma fanno tutti buon viso a cattivo gioco. Noi tre ci installiamo in una stanzuccia a terreno, affamati e sfiniti, e ci pare già gran fortuna essere al riparo dai colpi. Ma come ci sfameremo se questa povera gente stenta anch’essa a campare? Tuttavia, il dolore affratella perché alle 11 due mani caritatevoli ci portano alcune scodelle fumanti di farinata. Che ci pare ambrosia. E il dono si ripete alle 18. Ci sdraiamo alla meglio sopra un magro divano e sulle seggiole in, attesa del domani.

13 agosto. Stessa vita, stesse farinate. Qualche inquilino dei piani superiori se ne è andato di notte verso il centro. Io passo in rivista le case dei miei pochi amici, ma per una ragione o per un’altra mi sembrano tutte inaccessibili. Il viale Margherita è ancora centro di scaramucce fra partigiani e nazi-fascisti appostati di là dal Mugnone. Dal piano superiore scende un ometto miope, claudicante e bardatissimo. Mi dicono che è un insegnante comunista. Esce nel viale, imbraccia il fucile e spara. Dove? Sembra che lo faccia per farsi ammirare dalla moglie e dal figlio che lo guardano dalle finestre perché si volta in su compiaciuto e rientra in casa ai loro ripetuti richiami. Manca l’acqua; per lavare la biancheria che abbiamo addosso raccogliamo quella sudicia del rigagnolo, che facciamo depositare in una vasca. Dagli altri piani scendono presso l’inquilino che ci ospita tre o quattro giovani. Evidentemente fascisti rintanati. Ascolto i loro discorsi. Chiacchierano di sport, di cinema, di tutto fuorché della patria sfasciata e non hanno una parola di sdegno per chi ci ha portato a questo disastro. Uno di essi legge poeti ermetici fingendo di commuoversi, come certi speakers della radio che, alle prese con un testo astruso, lo leggono così bene che sembra lo capiscano.

Dalla finestra, dietro l’inferriata che la protegge, vedo i primi inglesi in piazza Cavour. Tre pertiche gialle. Uno si affaccia, imprevidente, a via Toscanelli ed è subito colpito a una gamba e trasportato di corsa dai compagni.

Fame, pena, incubo della casa, che se non è stata colpita, sarà certo stata saccheggiata.

14 agosto. Manca l’acqua da bere. Corre voce che le monache del convento delle Mantellate ne abbiano in abbondanza; ma non vogliono aprire il portone. Gente esasperata affastella rami e foglie sulla soglia per darvi fuoco. Da via Landino si spara sempre. Vedo una donna, che tentava di attraversare il viale, trascinarsi, ferita, carponi, reggendosi la gamba colpita.

15 agosto. Pomeriggi interminabili. Dalla finestra vedo l’oste della mia piccola trattoria scivolare guardingo lungo il muro di rimpetto. lo chiamo e lo avverto del pericolo. Saltellando, malgrado la grossa pancia, attraversa spaurito il viale. Non ho nulla da offrirgli, ma solamente molte cose da chiedergli. Mi descrive lo stato disastroso dei Lungarni; dice, che in città vi sono poche truppe inglesi, ma molti uffici. Tiratori fascisti uccisi, altri rastrellati; pare si progetti un’azione in grado per liberare la nostra zona. Gli affido una lettera per l’amico Pieraccini dove mi rallegro per la sua nomina a sindaco e gli descrivo le nostre sofferenze. L’oste non ne aveva un’idea ed era venuto tranquillamente per riaprire la sua trattoria, ma le scariche che vengono da via del Ponte Rosso modificano il suo programma e se ne va, balzelloni, tra albero e albero, verso il centro. Ci arriverà?

16 agosto. Esodo, notturno di molte famiglie del viale. Non resistono più alla mancanza di acqua, di pane e di tutto. Il mio bravo compagno operaio ha tentato felicemente un’incursione a casa, affiancandosi a un trasporto funebre e scavalcando tre muri, che dividono i piccoli giardini interni di Via Toscanelli. Ci ha portato un po’ di farina, delle scatolette e un pollo rubato al padron di casa. Festa generale. Ma la maggior consolazione per me è sapere che la casa è intatta e che non è stata svaligiata dai tedeschi. Però, molti vicini, che hanno saputo dell’esistenza di un pozzo in casa, circolano per il giardino… Speriamo bene. Un camion inglese attraversa tranquillo il viale. Nessuno gli spara contro! Che si siano ritirati davvero? Raccogliamo rami spezzati per far fuoco.

Alla sera, la signora F., che abita al piano superiore, di ritorno da una corsa nel centro mi dice che l’amico prof. Greppi, accampato nell’Istituto di Botanica a S. Marco, mi sollecita a raggiungerlo. Decidiamo di accettare l’invito e, attraverso il convento delle Mantellate, entriamo in città. Mi colpisce il sudiciume delle vie, la gente malvestita e vagabonda, il fetore, la rete dei fili tranviari distrutta. Soldati inglesi ben pasciuti bivaccano in piazza S. Marco. Tristezza infinita. Cara accoglienza dei Greppie della signora C. ansiosa di notizie del marito prigioniero. Il segretario dell’Università ci offre una camera dove ci sistemiamo alla meglio, asportando vaschette, bicchieri e sapone dai laboratori.

17 agosto. Vado sui Lungarni e comprendo ora che cosa significavano quei tremendi scoppi. Povera Firenze! Rari passanti si fermano increduli come me, a guardare con occhi smarriti quelle inutili rovine. Stupida barbarie. La città appare scioperata, affamata. Negozi chiusi, saracinesche gonfie o spaccate. Gli inglesi sembrano in villeggiatura, così ben nutriti e con quei calzoncini a mezza gamba. Piccole, brutte macchine, ma velocissime. Magra colazione in una trattoria. I bar sono chiusi o vendono solamente aranciate.

Alle 18 si parla di scontri in Piazza Cavour e sul Mugnone. Notte di fuoco incessante. Nel giardino dei Semplici, dove si seppelliscono i morti, fumano scorie bruciate.

18 agosto. 1 tedeschi hanno abbandonato la zona del Ponte Bosso. Rientriamo finalmente a casa dopo una settimana di passione. Incredibile felicità di ritrovare libri, mobili, indumenti intatti. Truppe inglesi hanno occupato la casa di fronte. Nel pomeriggio, mentre mi appresto a riposare, finalmente, sul mio letto, un fragore di cannonate mi fa sobbalzare. Ci risiamo. Preparo una valigia per non essere preso nuovamente alla sprovvista. Di notte, ci rifugiamo nel magazzino, protetto da un soffitto a volta.

19 agosto. Stamane calma. Gli inglesi cantano e ridono nella casa di fronte. Questa notte, due granate sono scoppiate in giardino, altre hanno colpito il cornicione della loro casa. Nel pomeriggio riprende il cannoneggiamento. Si vuol distruggere la città? Gli inglesi suonano il pianoforte e cantano arie della Butterfly. Dal finestrino del sottosuolo dove viviamo, vediamo arrivare, a ore precise, il loro rancio sibaritico.

20 agosto. Questa notte formazioni aeree inglesi hanno bombardato obbiettivi alla nostra destra. L’ingegnere fascista viene a trovarmi. Si è alloggiato al Galluzzo dalle monache e mangia e beve. Ha combinato con un camionista inglese per farsi riportare nella sua villa Così lo accoglieranno come un liberatore!

Lavorare a lume di candela non è comodo. Soprattutto quando la candela è una sola e debbo, ogni tanto spegnerla perché duri più a lungo. Traduco tre pagine e spengo. Però in questa luce raccolta, nel silenzio della cucina, la prosa di Marivaux o di Renard prende più vita, si fa intendere meglio. Strano contrasto con quanto sta accadendo qui intorno. Quasi un lusso. Ma un lusso che mi ha permesso fino a pochi giorni fa, e che mi permetterà domani, di pagare le innominabili vettovaglie del mio oste: quelle misteriose cartilagini, quelle interiora, quegli uteri, quelle poppe, quei calli… Un burro », dice lo sciagurato.

21 agosto. Dalle 3 alle 6 sveglio. Granate continue sulla città. Colpito il centro. Che si vuole? Viene il colonnello C. da Careggi. Sta male e la moglie in sanatorio vive giornate tremende. Infermi affamati. 1 tedeschi non mollano la zona. Poche diecine di soldati tengono soggetto il paese. Hanno appostato un cannone dietro il sanatorio. Pare che le batterie che sparano su Firenze siano alle Cave di Majano.

22 agosto. La caserma inglese si vuota. I soldati partono in assetto di guerra. Carri armati salgono per via Bolognese. La lotta è ormai spostata al Nord.

Oggi è la festa della mia bambina. Baci perduti.

Elsa De Giorgi – Un partigiano arriva a Firenze

Elsa De Giorgi

UN PARTIGIANO ARRIVA A FIRENZE

Là, alla macchia, i fatti e le notizie avevano continuato a succedersi nel modo semplice e favoloso che era la naturalezza di quella vita salda e infida. Dal cielo erano calati col paracadute due americani di cui uno, lungo e buffo, restò appeso un bel pezzo al ramo di un albero; poi quell’italiano mezzo barese, lento e un po’ sornione, inviato allo scopo di informare i partigiani sugli usi dell’Italia liberata. Quando sarà liberata Roma », diceva come fosse un’idea sua, « vi faranno subito deporre le armi ».

« Ma come! », avevano sbigottito i combattenti. « Sono impazziti! Il contrario a tutte le loro promesse ».

Frusta, che sapeva l’inglese, veniva spinto febbrilmente a interrogare i due perticoni americani. Le loro facce meravigliate, dopo avere ascoltato le proteste di Sandrino, deploravano con largo consenso nello stesso modo passivo e compiacente con il quale ridevano se qualcuno rideva. ,

I russi che ascoltavano intorno, con gli altri, il colloquio, si facevano tradurre da Ar. quella faccenda per la quale vedevano rannuvolarsi la faccia di Frusta. Erano arrivati in tanti ormai, già dall’aprile. Vestiti da tedeschi, fuggiti dal forzato arruolamento nei servizi germanici, avevano raggiunto quella formazione dove, se non fosse arrivato Ar., quel giorno, figlio di una russa e di un italiano, avrebbero continuato a non poter scambiare una parola, se non fra loro.

Lo Strabico aveva ordinato, è vero, a Sandrino di comandarli lui quei russi. Sapeva l’inglese, si sarebbe arrangiato anche col russo, diceva; e alle proteste del ragazzo scuoteva la testa sicuro del fatto suo, spiegando agli altri che Frusta si schermiva per modestia.

Così per settimane era durato il colloquio muto e desolato fra quei grandi caucasici e Sandrino, il quale, a furia di chiamarli uno per uno, col nome del rispettivo paese natio, insegnò loro a chiedere il pure, l’acqua, il fucile e a seguirlo in quella guerra avventurosa.

Quando arrivò Ar. per quella gente cominciò un’altra vita. Giunse braccato dai tedeschi. Da mesi, con altri due compagni, stava conducendo una guerra di liberazione personale contro le forze tedesche su di una piccola automobile compivano temerari gesti di disturbo e di distruzione, riparando dove potevano, senza legarsi a nessuna formazione regolare.

Quel giorno avevano attaccato un camion tedesco, ed era finita tragicamente; i due compagni erano stati uccisi da una raffica di mitra, la macchina bloccata e lui s’era dato a correre per i campi coi tedeschi che lo rincorrevano sul camion sparando. Si buttò, alfine, dietro una scarpata e finì in un fosso, fra l’erba alta, dove se ne stette acquattato per ore; poi, cominciò a strisciare fuori per vedere se c’era più nessuno e, fatto ardito dal silenzio, si levò e riprese a correre verso 3 bosco. I partigiani, sentita la sparatoria, erano intervenuti a disperdere i tedeschi: avevano visto i morti, lui che fuggiva e lo stavano aspettando. Quando arrivò, vide prima i russi: si mise subito a parlare con loro dolce e fiducioso, scrosciando ogni tanto una gran risata solitaria fra i suoi interlocutori che lo guardavano intenti.

« Dove hai imparato a parlare il russo? », gli chiese lo Strabico, ammirato e insospettito a mo’ di saluto.

« Lo parlavo con mia madre da ragazzo », rispose Ar., e restò un momento a contemplare i-russi prima di riprendere a parlarci. Tutti i partigiani se ne restarono intorno a quel ragazzo stracciato, ad ascoltare rapiti il colloquio fra lui e quegli uomini dei quali non sapevano nulla, pur avendoci vissuto e combattuto insieme. Pareva a tutti, ora, di intendere finalmente il senso e la musica delle parole misteriose che uscivano — gravi e innocenti — dalla profondità dei loro petti canori. E quando Ar. rideva, anche loro, i partigiani, si mettevano a ridere con una specie di gioia timida e meravigliata. Frusta continuò, però, a chiamare i russi col nome del paese nel quale erano nati. E così si poteva sempre udirlo sventagliare le molteplici località, enunciandole con la chiarezza pedante di certi bollettini, o di una lezione di geografia.

Anche quella mattina in cui fu attaccata la colonna di camions tedeschi da cui fuggì Mur., Frusta li aveva guidati all’assalto chiamandoli tutti così pomposamente da far credere — a chi lo avesse sentito — che fosse al comando di dieci divisioni.

La colonna fu dispersa, in parte bloccata, alcuni tedeschi acciuffati. Mur., con altri prigionieri dei tedeschi anch’essi trasportati da una prigione all’altra, recuperato dalla Formazione. Era stato condannato dai fascisti, cinque anni prima, a sessanta anni di reclusione, con l’accusa di appartenenza al P.C. Alto e dimesso, parlava lento e cortese nella nenia del suo accento ligure. Si diverti subito a conoscere i russi e non gli importò nulla di parlarci o farsi tradurre qualcosa. Si contentò di guardarli, sorridendo loro gentilmente. Con Sandrino diventarono subito grandi amici. Si poteva vederli sempre insieme, ragionare pacati, il primo alto e raccolto come un cipresso, l’altro tenero, e scapigliato come un pino giovane.

Quando Roma fu liberata e bisognò balzare avanti in gran fretta, facendo saltare i ponti, Sandrino, che era il tecnico e restava per ultimo, solo, a dar fuoco alla miccia, lavorava contemplato da Mur. che gli restava accanto fino all’ultimo.

«Vattene prima », gli diceva Sandrino. « Con tutti questi anni di galera non puoi avere tanto fiato per correre come me ».

Mur. scuoteva la testa bonario e testardo e assisteva con intenta ammirazione a tutte le operazioni dei minatori, all’esodo della truppa, fino al lavoro estremo e solitario di Sandrino. All’ultimo ponte dovettero fare una corsa a perdifiato per una vasta pianura dov’era difficile trovare riparo. Quando tuonò l’esplosione stavano ancora correndo. Si buttarono a terra con le roani alle orecchie, la faccia conficcata nella polvere arsa. Il silenzio sorse tardi, incredibile e immenso. I due si guardarono, le facce infarinate come due pagliacci; Mur. disse: « Questa esplosione mi ricorda che fui l’ultimo a passare il Piave dopo aver fatto saltare l’ultimo ponte. Nell’altra guerra ero ufficiale del Genio ».

•E tutti gli altri ponti clic abbiamo fatto saltare non te lo avevano rammentato? ».

•No », rispose semplice Mur.

Poi si trattò di rialzarsi in fretta e rimettersi a correre per quella pianura insidiosa e assolata; la detonazione non avrebbe certo mancato di attrarre l’attenzione dei nemici, se erano vicini.

Se erano vicini: ma dov’erano? Da giorni si correva in avanti come ossessi. Da quando Roma era stata liberata e quegli americani lungagnoni avevano cominciato davvero a dire che bisognava presentarsi al Comando Alleato per deporre le armi; da quando quest’ordine era stato trasmesso perfino dalla radio. Che voleva dire? Erano impazziti questi Alleati, con la presa di Roma? La Formazione, in tutti quei mesi, era diventata una unità seria. Aveva tecnici specializzati; gente di ogni paese e di ogni sorta s’era piegata alla sua disciplina sempre più concreta che aveva reso possibili azioni coraggiosissime e spesso fortunate. Quando gli Alleati se la trovarono davanti, restarono davvero sconcertati. S’erano aspettati una ciurma di scamiciati facinorosi e incapaci e si trovarono davanti combattenti bene equipaggiati, ben guidati, disciplinatissimi, con un comandante « gentleman » che parlava correttamente l’inglese; non seppero più che dire alle loro proteste e un po’ perché si vergognavano, un po’ perché in realtà non sapevano che pesci prendere, fu stabilito che una delegazione si recasse a Roma a discutere la cosa col governo italiano. Ma Sandrino non volle andarci. Finì per partire Sibilo con Mur. e un altro, e della loro gita a Roma parleremo in altro capitolo.

Sandrino aveva voglia di andare avanti, verso Firenze. C’era la guerra, là, e non si avevano notizie. Questi benedetti Alleati non sapevano o non volevano dire un bel niente. Sandrino ad un certo penato si fece dare un ardito incarico e, in bicicletta con Ar., vestiti dii viaggiarono soli tre giorni accanto alla ottava armata che avanzava, per le, strade battute dalle interminabili colonne alleate avanzanti, appena sgombre da quelle tedesche fuggitive. Il tutto fra bombardamenti, raffiche di mitraglia dal cielo e dalla- terra. Come in una fiaba giunsero un sabato sera alle soglie di Firenze.

Il mattino, in un celebre castello dove s’erano fermati anche nella vana speranza di rífocíllarsí, una nobile dama, amica di famiglia, aveva rassicurato Sandrino sulla sorte della madre.

« Una settimana fa la vidi in carrozzella, vestita di bianco, in Via Tornabuoni », disse la dama, e il ragazzo ebbe per un momento — con prodigiosa chiarezza — la visione della madre tutta bianca, solida, rotonda, col suo bastoncino imperioso e il lampo vivido dei suoi occhi azzurri. Un desiderio immenso di rivederla, di dirle che era vivo, lo torturò. « Sia ringraziato Iddio », e Sandrino scoppiò in un riso eccessivo. « Andiamocene — diceva ad Ar. — bisogna sbrigarsi ». Sbrigarsi! Era una parola. Comunque fece prima Ar. Dalla Certosa, salendo verso Poggio Imperiale, in una di quelle stradine nascoste dai viali, Sandrino lo vide fermarsi ad un tratto e suonare alla porta piccina di un villino. Si affacciò una donna, li guardò sbigottita e — con allucinante rapidità — disparve per riapparire giù alla porta a stringersi il ragazzo al petto, avvolgendolo in un nugolo di parole incomprensibili, delirate estaticamente, lunghe le vocali nel lamento buffo e commovente della cadenza slava. Alfine si accorse anche di Sandrino il quale tentava di salutare, per avviarsi e proseguire.

« State attenti a non girare per le strade: qui sparano: è pericoloso », si raccomandò fervida. I due ragazzi si guardarono un attimo ancora un po’ schivi dopo quella scena di espansione-. poi scoppiarono a ridere e su quel riso si salutarono. Senza parlare, a rompicollo, Sandrino si buttò per la discesa, fin quasi a Porta Romana. Un po’ prima di raggiungerla, ancora lungo il viale, vide reparti di truppe australiane e indiane. Frenò pazzamente, per chiedere in inglese se passavano l’Arno. L’aveva sconvolto di nostalgia, l’abbraccío di Ar. con la madre. Gli urgeva di rivedere la sua, subito, nella sua casa, circondata dalle cose consuete. Gli rispose un indiano nobile e solenne, che nessuno aveva ancora passato l’Arno. C’erano i tedeschi, la guerra. La delusione lo distrasse totalmente; scivolando, si ritrovò senza pensiero a Porta Romana. Un tramonto rosso e giallo, ardeva di bagliori radenti le pietre grigie di Firenze, ancora calde di sole. Le strade, pressoché deserte, parevano vibrare di un segreto fermento come se voci invisibili e circospette esalassero dalle persiane troppo chiuse. Attraversata la Porta, Via de’ Serragli, a sinistra, era apparsa come una vuota fenditura geometrica e inesorabile. Via Romana, invece, più chiara, si offriva prossima e confidente con le sue curve, i ciuffi dei suoi giardini, i suoi sbalzi di prospettiva. Qualche raro passante cammina guardingo lungo i muri, sui marciapiedi strettissimi, spiando impaurito i cornicioni. Vicino a Bobolì, davanti ad una porta, Sandrino vede un gruppetto di persone. Allucinante: da lontano. riconosce il Daddo, alto, impalato; ma ci sono altri compagni di lotta clandestina. Abbracci. Commozione del Daddo. « Guarda che faccia da bischero t’ha’ fatto! Magro allampanato. E poi vestito da inglese ». E gli occhi gli luccicano mentre sibila quegli improperi meravigliati, affettuosissimi, attraverso il ghigno immobile del suo sorriso. Ha perso i capelli il Daddo. Quella nobile stempiatura che allettava tanto le ragazze (era il più bello, Daddo, sempre: così alto, dorato; composto, elegante e solido come il campanile di Santa Maria Novella) si era andata affondando sempre più nel teschio e ora, la sua testa, aveva acquistato la romanticheria ingenua e scontata di certi eroi del risorgimento. Tutti abbracciano Sandrino, gli fanno domande confuse senza aspettare risposta e, come un trofeo, Io portano dentro la casa da cui stavano uscendo, davanti a un gran tavolo, in una stanza nuda: dal Capo. Era quella la sede provvisoria del C.L.N. di Oltrarno. Il Capo si alza di colpo; i denti stringono il bocchino, gli occhiali luccicano di meraviglia e d’affetto come gli occhi del Daddo prima. Abbraccia Sandrino forte, rischiando di accecarlo, nell’impeto, con quella sigaretta accesa, lunga nel bocchino. Poi lo distacca, per guardarselo, orgoglioso come un padre; ed è di pochi anni più vecchio di lui. Si ricompone, fa due passi a gambe larghe, piccolo, diritto, tarchiato come un torello, la testa oblunga, caparbia. un uomo vivo, vero. Dice con affetto: « Meno male che ci sei, fra poco prenderemo la città: resta col Daddo e vai a riposarti ».

Sandrino ridiscende col Daddo solo; al portone ritrovano la bicicletta. « Non l’hanno rubata », osserva Sandrino. « A cambiata questa nostra città ».

Intanto arrivano a Palazzo Putti. La piazza, deserta. Nell’interno del cortile la gente accampata come in un lazzaretto, senza ritegno o discriminazione: bambini urlanti, barattoli, brocche d’acqua, vasi da notte pieni e vuoti, gavette, fornelli, cassette, damigiane, fiaschi, gente sdraiata per le scale. Sui pianerottoli famiglie che bivaccano. Sotto l’androne del portone, un tavolino e una sedia dove siede il Soprintendente ai monumenti, come un idolo che eserciti burocraticamente le sue funzioni.

« Tu avrai fame », dice Daddo a Sandrino. « Vieni, si va dal Soprintendente ». Si avvicinano al tavolo, presenta Sandrino al Soprintendente. Daddo lo spinge ora per le scale ingombre fino ad un bel salone del Palazzo. L’appartamento del Daddo. « Ti tratti bene », dice Sandríno divorando qualcosa che l’amico gli ha preparato. Poi beve un bicchiere colmo di vino rosso. Si sente bene. Un benessere profondo, fluido, lo invade. Si stende, non sa dove, e cade fulminato dal sonno. Si sveglierà, nel brusio incessante di quelle migliaia di voci che invadono e sommergono l’immenso palazzo come miriadi di topi infaticabili. Fra quella coltre fitta, compatta di rumore petulante, si sente ogni tanto crepitare un mitra. « Oh, senti », dice il Daddo sdraiato in fondo al salone a mo’ di buongiorno, « c’è il franco tiratore ». Altra gente sconosciuta e conosciuta, intanto, si agita per la grande stanza, disinvolta, come fosse per la strada. Sandrino è ancora interrogato,_ felicitato. Molti lo credevano morto. Qualcuno gli dice che c’è il Maestro. Dove? L’indicazione è vaga. Sandrino si mette ad attraversare saloni interminabili, corridoi, salotti, anditi, chiedendo l’ubicazione, come fossero strade o piazze.

Finalmente, scorge il Professore: è seduto ad un gran tavolo, la testa bellissima e geniale da grande rapace, eretta imperiosamente. Sta mangiando qualcosa, avido e distratto. All’apparire di Sandrino resta a guardarlo un momento, sbigottito. Si alza, lo stringe al petto, mentre gli occhi vivi, nerissimi, si riempiono di lacrime incredibili. Sandrino è troppo turbato. Queste persone, che piangono nel rivederlo; la città; tutto questo gli era sembrato, ormai, terribilmente remoto, con tutta l’importanza determinante che pure aveva avuto nella sua vita e nelle sue decisioni. Molto più facile vivere alla macchia, comincia a presentirlo, staccato da tutto, senz’altro riferimento che non fosse quel vivere disperato, alterno di azione e di passiva attesa. Ora ricominceranno a pungerlo gli affetti, con la loro tirannia, la loro legge d’indulgenza e di compromesso; l’illusione su di sé, sulla gente. Oiniai sa, alla macchia l’ha visto, che cosa valgono tutte queste cose. Ha avuto molto tempo per rifletterci. Ricominciare a immergersi nei soliti equivoci gli ripugna e lo sgomenta. Eppure sa che sarà irresistibile. Davvero egli solo vale ancora tanto? C’è chi lo ricorda, lo ha rimpianto: lui solo. La constatazione di questo fatto semplice, naturale, lo commuove pericolosamente. Ed ecco che ricominciano le lusinghe su se stesso, sull’umanità, la nostalgia di diventare una cosa sola e perpetua con l’amore del mondo. Tutto quello che là, alla macchia, aveva giudicato, espressione di una borghesia ormai frolla, individualistica. E quando rivedrà la madre….

Ma Daddo lo scuote. Lo ha raggiunto per i dedali di quella città-palazzo, e lo sollecita a uscire. Fuori, l’aspetto deserto e ansioso delle strade aggredisce con una sua forza tragica. Il sole già piomba funesto, a precipizio, sulle macerie di Via Guicciardini, e i vetri frantumati dardeggiano intollerabilmente fra i calcinacci e le masserizie, rotte, scomposte, grottesche. Sono arrivati a Piazza dei Rossi. La teoria dei ponti spezzati si offre allo sguardo nella suprema pietà della sua distruzione irrimediabile. Il Ponte Santa Trinita non c’è più, ed è incredibile. Incredibile come la morte sul viso di chi ci è stato caro. L’Arno magro, assetato, passa fra i piloni franati, polverosi e brulli, in una macabra inerzia. Quel vuoto fra sponda e sponda sembra immane, incolmabile, nei secoli. Sandrino pensa a tutti i ponti che ha fatto saltare, e una specie di riso esaltato gli solletica la gola. Perché alla macchia non ha mai pensato al Ponte Santa Trinita come ad un ponte, qualcosa insomma che il nemico potesse distruggere. E forse laggiù, alla macchia, il Ponte Santa Trinita non avrebbe avuto importanza per lui, con tutte, tutte le altre cose che ora lo travolgono nella loro potenza logica, inevitabile. La cultura, la bellezza, gli affetti.

Salta il Ponte a Santa Trinita

La vita in cui è stato foggiato, le cose per cui è vissuto. I valori, per difendere i quali credeva di essere partito alla macchia. Ora gli pare di riemergere da un’altra realtà, verso un mare di dubbi la cui sola certezza è questo strazio di sentimento che richiedono per la pena, per la coscienza di ognuno di essi. Il Daddo accanto a lui ha un’espressione amara e severa. Insieme salgono su dove si fa la guardia all’unico cavo telefonico che congiunge l’Oltrarno con Palazzo Vecchio e il Movimento di Liberazione dalla parte ancora occupata della città.

Ecco, ora Sandrino si sente ricomporre ad un certo equilibrio. C’è da fare qualcosa di serio, di preciso, come in guerra. La guerra è concreta, evidente, mette a posto tutto. Si sa sempre quello che si deve fare. Bisogna lottare soltanto con la paura che è chiara, spietata: un nemico leale; non con gli affetti, con la lusinga subdola, i giochi che gli uomini si inventano per i loro ideali. La guerra gli ha fatto bene, lo sente. È l’unico grande chiarimento della sua esistenza. Ma non sarà stato troppo abbacinante? Potrà ora ricominciare a vivere daccapo, così, con quelle emozioni, con cui l’abbraccio del Professore, le macerie, il vuoto del Ponte Santa Trinita, l’hanno torturato? Non sarà come ricominciare a vivere, dopo aver tentato il suicidio?

Bisogna difendere il cavo, fargli la guardia. C’è da occuparsi di questo, ora. La fiducia che il Daddo gli dimostra, gli comunica una possibilità di stabilità, di coerenza, di cui sente un gran bisogno.

Si affaccia a una delle finestre che guardano l’Arno, poi alla seconda, rivolta verso l’altra via deserta. Nell’affacciarsi muove leggermente una tenda. Dal deserto parte una fucilata. Di là d’Arno, il cannone prorompe assordante. Si vede sparare sui tetti; figure nere, magre, vi strisciano sopra guizzando come gatti arrabbiati. Daddo lo informa che quattro giorni prima il Capo ha passato l’Arno attraverso gli Uffizi e la galleria che congiungeva gli Uffizi con Pitti venendo dalla parte ancora occupata della città. Sandrino è tentato di farlo anche lui in senso inverso, ma gli ordini sono precisi. Bisogna aspettare. Poco ormai. Ancora una notte nel salone di Palazzo Pitti, e il giorno dopo è l’11 Il cannone tace un po’. Già la sera prima non era più così violento. Dall’alba sono al cavo telefonico. 1 tedeschi se ne vanno? Davvero? Se ne sono andati? E scoppia improvviso uno scampanio disordinato, infinito, conturbante. La campana del Bargello sovrasta ogni altro suono con la sua voce secca e sonora, come una prima donna il coro. Sandrino e il Daddo si slanciano verso il corridoio degli Uffizi, ancora deserto. Dalla finestra tonda guardano giù verso l’Arno. Vedono i pompieri che rimuovono la salma di una donna. t appiattita come fosse stata schiacciata da un rullo compressore. Tutto il viso, distorcendosi, ha disegnato assurdamente un solo profilo che ghigna infinitamente. Una coscia scoperta, dal vestito stracciato, è anch’essa rigida cd esile come una sfoglia. Più in là, sui sassi dell’Arno, due partigiani vog1iono uccidere un gatto. Faticano per agguantarlo. Esso sfugge miagola ilitii(lo nel terrore dell’acqua. Sono ormai dall’altra parte.

Firenze fuma, le sue case crollate, i morti per le strade semideserte. Qualcuno razzola fra le macerie. Quelle campane impazzano, per l’aria abbagliante. Oltre le rovine, la città è come sempre, assurdamente: le sue pietre nitide, gli angoli acuti, crudeli, la sua bellezza rigorosa, coerentissima. Palazzo Vecchio si erge superbamente indomito come un uccello da preda. Verso il centro si vede uscire gente dalle case: a piccoli drappelli, organizzati e timidi, escono gli uomini già pronti per la Liberazione.

A Santa Maria Novella sta accadendo qualcosa. Sui gradini della Chiesa, sul grande sagrato, c’è una fila di partigiani col fazzoletto rosso intorno al collo. Uno strilla becero qualcosa che non si capisce. Contro il muro abbagliante della Chiesa, afflosciati, corpi di uomini appena caduti.

Alcuni ancora sussultano.

Fra essi — vivissima — in ginocchioni, una donna giovane, bionda, urla disumanamente che non l’ammazzino, non l’ammazzino per carità. Ma il mitra crepita secco e Sandrino la vede incrociare le mani sul petto, a difenderlo, non per pregare. Un grido raccapricciante le è esploso contemporaneo alla raffica di mitra. Poi il silenzio ricade come una coltre su quei corpi inerti contro il marmo arroventato.

La voce di uno dei partigiani lo interrompe inconcepibilmente per dire: « Così muoiono le spie che ci hanno snidato dai monti ».

In fondo alla loggia, su Via della Scala, attraverso la piazza deserta, due omini neri, soli, lontanissimi, applaudono. Sandrino e Daddo non si guardano. Proseguono attraversando la piazza assolata. Quando si separano non si salutano. Sanno senza dirselo come si rivedranno.

Rivede la mamma. Essa lo accoglie con un abbraccio, serena e forte come se l’avesse lasciato il giorno prima. Ed egli si sente sprofondare in una calma profonda e perfetta come il sonno. Poi tutti raccontano a Sandrino le loro avventure:, nessuno gli chiede le sue. La sera stessa ritorna a dormire dal Daddo a Palazzo Pitti. Ha un gran freddo dentro. Sente che non avrebbe mai parlato a sua madre di tutte le cose che aveva pensato fervidamente di raccontarle.

L’indomani riprende il fucile e, alla sera, se ne va sulle colline a far la guerra.

ELSA DE’ GIORGI

N.B

Il racconto è ricavato dalla Rivista “Il Ponte”

del settembre 1954