Archivio mensile:novembre 2012

Lo scontro ai Tre Pini

Lo scontro ai Tre Pini

di Giovanni Baldini, 6-7-2003, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Questa storia si svolge nel comune di Fiesole (FI).

La II Brigata Rosselli, che contava circa 70 uomini, si aggregò alla Brigata "Caiani" che stava recandosi all’appuntamento della Liberazione di Firenze.
Di ispirazione politica diversa, Partito d’Azione la "II Rosselli" e Partito Comunista la "Caiani", le due brigate non avevano avuto fino ad allora grandi contatti sebbene stazionassero a poca distanza l’una dall’altra su Monte Giovi. Le necessità militari e la lunga opera di unificazione che avevano portato avanti i vertici dei partiti sfociò in un’attiva collaborazione: la "II Rosselli", che possedeva solo armi leggere, procedeva tenendo una posizione intermedia fra due sezioni della "Caiani" che invece disponeva di mortai e mitragliatrici.

Il tragitto fu: Monte Giovi, Monte Rotondo, Madonna del Sasso, Poggio alle Tortore, Tre Pini.
Il 5 agosto, ai Tre Pini nei pressi di Settignano, i partigiani furono bersaglio improvviso dei tedeschi. La colonna partigiana si trovò divisa in due tronconi e in parte dispersa.
La II Brigata Rosselli si vide ridotta a 15 uomini.

Il comandante Vittorio Barbieri, vista l’impellenza di arrivare a Firenze, indossò abiti civili e in avanscoperta tentò di attraversare le postazioni tedesche.
Ma non ebbe fortuna: i soldati tedeschi lo riconobbero nei pressi del Girone e l’arrestarono.
Dopo una breve prigionia in cui venne sottoposto a sevizie Vittorio Barbieri venne fucilato in località San Clemente.

Quello che rimaneva della II Brigata Rosselli, circa 35 uomini che erano riusciti a riaggregarsi, raggiunse Firenze il 12 agosto agli ordini del vice comandante Ezio Castelli.
Degli altri alcuni vennero presi dai tedeschi e rinchiusi nella canonica di Ontignano, poi fucilati nei dintorni in piccoli gruppi.

Vittorio Barbieri è stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

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Le stragi di Civitella e San Pancrazio

Le stragi di Civitella e San Pancrazio

di Giovanni Baldini, 14-8-2003, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Questa storia si svolge nei comuni di Bucine (AR), Civitella in Val di Chiana (AR).

Il 18 giugno 1944 arrivò nel paese di Civitella un gruppo di partigiani, entrati nel circolo ricreativo vi trovarono quattro soldati tedeschi. Nello scontro che ne seguì due dei tedeschi rimasero uccisi, gli altri invece riuscirono a scappare e a raggiungere dei commilitoni più a valle.
Dopo questi fatti la popolazione di Civitella abbandonò in massa il paese. Ci furono perquisizioni e violenze ma nessuno si fece delatore, tant’è che venne imposto un ultimatum di 24 ore, se entro quel tempo non fossero stati comunicati al comando tedesco i nominativi dei partigiani coinvolti vi sarebbero state rappresaglie.

I giorni passarono, da parte tedesca venne l’assicurazione che l’uccisione dei tre soldati (uno dei due che si erano salvati era poi morto per le ferite) era stata vendicata in scontri diretti coi partigiani e che Civitella poteva stare tranquilla.

Il 29 di giugno a Civitella si festeggiavano i santi Pietro e Paolo, per le assicurazioni avute dai tedeschi quasi tutti gli abitanti rientrarono in paese. In realtà era una trappola: la notte vari reparti circondarono Civitella, Cornia e San Pancrazio.

Nel giugno del ’44 l’area fra Civitella, Monte San Savino e Bucine contò 230 vittime.

Civitella

Durante la messa della mattina i soldati irruppero in chiesa e fecero uscire tutti, dividendo gli uomini dalle donne e i bambini. Poi, dopo aver indossato dei grembiuli per non macchiare le divise, iniziarono a uccidere gli uomini a gruppi di cinque con un colpo alla nuca. Don Lazzeri, arciprete di Civitella, pur potendo facilmente sottrarsi alla morte scelse di condividere la sorte dei suoi parrocchiani, per questo è stato insignito della medaglia d’oro al valor civile.
Scamparono solo un seminarista che scartò all’ultimo il colpo che doveva ucciderlo gettandosi dalle mura e un padre con una bambina in braccio, fatto fuggire di nascosto da un soldato. Dall’altra parte l’ufficiale nazista ucciderà uno dei suoi soldati perchè si era rifiutato di partecipare al massacro.
Il paese venne poi dato alle fiamme, e così morirono anche quelli che si erano nascosti nelle cantine e nelle soffitte.
Oltre cento furono i morti nella piazza di Civitella, fra gli uomini pochissimi scamparono.

San Pancrazio

I tedeschi radunarono gli uomini di San Pancrazio nelle cantine dell’antico palazzo del Podestà e li fucilarono: 55 vittime. Poi cosparsero i cadaveri di benzina e vino e appiccarono il fuoco.

Sia il palazzo podestarile che la chiesa andarono parzialmente distrutti.
Oggi nelle cantine dove fu compiuto il massacro è stato creato un sacrario che ospita una cappella ed un centro culturale dedicato a Don Torelli.
Sul retro è stato creato un giardino dove sono stati piantati numerosi rosai, uno per ogni vittima.

I Fratelli Manzi

I fratelli Manzi

di Alessandro Bargellini, 1-1-2006, Tutti i Diritti Riservati.

Questa storia si svolge nel comune di Bagno a Ripoli (FI).

Intorno alle ore 8:00 del 2/7/1944 giunge a Meoste, frazione del Comune di Bagno a Ripoli posta lungo la Via Roma, un autoveicolo dal quale ne scendono otto militari tedeschi e l’ex caposquadra della MVSN Umberto Calosi. Sono dinanzi all’aia della colonica abitata dalla famiglia Manzi, al civico 142 di Via Roma, e qui vi trovano i due fratelli Giovanni (nato a Dicomano il 17/5/1889, colono, coniugato) e Pietro Simone (nato a Dicomano il 28/10/1884, colono, coniugato).
Svegliato dalla madre, giunge pure il figlio di Giovanni, Aldo (nato a Londa l’8/8/1923, colono, celibe).

Poco prima i nazifascisti si erano recati nella vicina abitazione di Tullio Lesi, al civico 136, rubandone la radio, biancheria, soldi e conigli. Il Lesi era già stato minacciato dal Calosi che lo riteneva un collaboratore dei partigiani e per questo si era nascosto altrove con la moglie lasciando le chiavi di casa ai vicini.

Mentre i tre uomini si trovano con le armi puntate addosso, viene intimato alle mogli dei due "capoccia" (Ida Bellucci, moglie di Giovanni e Anna Barbieri, consorte di Pietro Simone) e a tale Margherita Taddei di rientrare in casa e di chiudere le finestre. Un tedesco sta di guardia sulla soglia dell’abitazione.

Le donne sentono i soldati che chiedono ai Manzi dove hanno nascosto i partigiani, ma avutone risposta negativa ne decretano la fucilazione. Il Calosi insiste nel dire che hanno collaborato con i resistenti, con coloro che lo volevano morto in quanto fascista. Effettivamente questa famiglia ha aiutato i partigiani dandogli vitto e alloggio.

Poi ordina ad Aldo di andare a casa della propria cognata, abitante nei pressi, a prendergli degli effetti personali. Al ritorno, il giovane è liquidato dal Calosi con queste parole: "Puoi andare, addio" e facendogli cenno con la mano si avvia verso l’autoveicolo.

Intanto un soldato tedesco entra in casa e visita tutte le stanze, senza profferire parola. Elio Manzi, fratello minore di Aldo, esce dal casale ma viene fermato dai militari. Dice che deve andare a Messa e viene lasciato andare, anche dietro l’assicurazione del Calosi.

Verso le 9:30 i tre uomini sono condotti in un campo sottostante l’aia e mitragliati.
Secondo Nello Dini le tre vittime sarebbero state fucilate una dopo l’altra dinanzi ad un pagliaio, l’ultimo a cadere sarebbe stato il più giovane.

Non appena udite le raffiche ed aver visto i tedeschi andare verso il loro automezzo, Ida Bellucci si porta sul luogo dove hanno fucilato i suoi congiunti. Urla di dolore, grida la sua disperazione ed invoca aiuto, ma la gente, impaurita, accorre solo quando è ormai sicura di non correre più pericolo essendosi ormai allontanati i tedeschi.
Sempre il Dini scrive che i tedeschi rastrellano i paraggi costringendo la popolazione a vedere i corpi dei fucilati.

Nel primo pomeriggio dello stesso giorno ritornano i nazisti a casa Manzi. Con un camion li derubano di 6 q.li di grano, biancheria, abiti, materassi e quello che più gli aggrada. Non paghi di tutto ciò prendono pure il loro bestiame (due vacche, un vitello, un maiale, i conigli ed i polli) e se ne vanno.

I tre cadaveri sono poi portati nel cimitero parrocchiale, ma la Questura fiorentina ne ordina il prelievo conducendoli prima a Firenze e poi alla sepoltura a Trespiano.

La sera innanzi alla sua morte Aldo Manzi aveva confidato alla fidanzata, Renata Ceccherini, di aver incontrato tempo prima il Calosi che gli aveva chiesto se in casa sua si trovavano dei partigiani. Così gli era stato riferito da un confidente e che due di questi "banditi" volevano ucciderlo.

Sulle prime Aldo aveva negato ma poi aveva ammesso che i due giovani erano suoi amici, non dei partigiani e che si erano recati da lui soltanto per rendergli visita. Il Calosi gli aveva risposto che voleva rintracciare questi ragazzi per rimetterli in riga.

Il giorno successivo a quest’incontro il Manzi aveva riferito al fascista che coloro che cercava non erano più reperibili perché datisi alla macchia.

Alla fidanzata, inoltre, aveva detto che poco prima aveva nuovamente incontrato il Calosi, stavolta in stato di ubriachezza. Minacciava coloro che a Meoste lo volevano morto, ma che lui gli avrebbe fatto "passare un brutto quarto d’ora". Il giovane Manzi aveva ribadito che non era vero.

Umberto Calosi è ricordato come un uomo violento e un delinquente abituale; già in passato aveva fatto arrestare alcuni renitenti alla leva della RSI e perquisito la canonica di Santo Stefano a Paterno (Bagno a Ripoli) con la scusa di trovarvi ricetto individui sospetti di antifascismo.

L’azione alla stazione di Carmignano

L’azione della stazione di Carmignano

di Giovanni Baldini, 19-3-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Alle ore 1.10 della notte dell’11 giugno 1944 un’esplosione catastrofica distrusse la stazione di Carmignano. Il boato scoperchiò le case vicine, distrusse i vetri delle abitazioni di gran parte del territorio comunale e si fece sentire distintamente fino a Prato e a Firenze.
A saltare in aria erano stati otto vagoni ferroviari carichi di tritolo: una delle più spettacolari azioni di sabotaggio dei partigiani toscani.

La fabbrica Nobel di Carmignano produceva esplosivi per i nazifascisti, la SAP (Squadra d’Azione Patriottica) dei fratelli Buricchi decise di attaccare i vagoni portando sul posto una carica artigianale che doveva innescare una reazione a catena.
Approfittando della distrazione dei tedeschi e dei fascisti che erano reduci da una festa in loro onore i sappisti innescarono i detonatori, ma qualcosa non funzionò come previsto. Forse non furono sufficientemente prudenti (alcuni erano alla loro prima azione) o forse l’attrezzatura era troppo rudimentale: parte del gruppo venne investito dall’esplosione e Bogardo Buricchi, il capo della spedizione, e Ariodante Naldi furono letteralmente disintegrati, mentre Alighiero Buricchi e Bruno Spinelli perirono per le ferite. Tutti gli altri, feriti più o meno gravemente, riuscirono a scappare e a rifugiarsi in luoghi sicuri.
A seguito dei devastanti effetti la fabbrica Nobel fu costretta alla chiusura e l’immenso cratere rese inagibile il tratto ferrioviario per molto tempo.

Il nome di Bogardo Buricchi verrà dato alla formazione partigiana pratese che dal monte Javello scenderà a Prato per partecipare alla liberazione della città.

Nel luogo dove i sappisti avevano pattuito di ritrovarsi al termine dell’azione, fra la stazione di Carmignano e Poggio alla Malva, è stato eretto un monumento alla loro memoria.
I quattro caduti sono stati decorati con la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria.

La fucilazioni alla Querce di Buonasera

“per dignità, non per odio”

La fucilazione alla Querce di Buonasera

di Alessandro Bargellini, 9-1-2006, Tutti i Diritti Riservati.

Questa storia si svolge nel comune di Greve in Chianti (FI).

Al mattino del 20/7/1944 alcuni soldati tedeschi autocarrati giungono alla Panca, forse provenienti da Uzzano. A piedi raggiungono la Pieve di San Pietro a Cintoia dove il pievano don Giuseppe Raspini offre loro da bere per rinfrescarli dalla calura estiva e forse anche per mitigarne la possibile carica aggressiva.

Successivamente si portano a Badia di Monte Scalari arrivando, poi, alla colonica denominata "Fonte del Gallo". Con loro ci sono altri camerati di stanza nella zona, dove stanno apprestando le difese per l’ormai prossimo avvicinarsi del fronte.

L’ordine dei soldati provenienti dalla Panca è quello d’impadronirsi del bestiame che i contadini hanno nascosto nei boschi per sottrarlo a questo tipo di razzie.

Nelle macchie del Monte Scalari vi sono ancora presenti alcuni partigiani della XXII bis Brigata Garibaldi "A. Sinigaglia" (II Compagnia) che vengono edotti dai contadini (forse dal contadino di don Raspini che ha anche lui del bestiame occultato nella zona) della presenza e delle intenzioni dei tedeschi.
Il rapido intervento dei garibaldini si risolve in un breve scontro a fuoco in località "I Marroncini", causando il ferimento di due soldati nemici, uno dei quali gravemente. Anche un partigiano, di nazionalità sovietica, ex prigioniero di guerra, resta ferito.

Angiolo Gracci, comandante della "Sinigaglia", nelle sue memorie riporterà in 4 il numero dei nemici morti. Don Raspini, nella sua cronaca parrocchiale, scriverà di un ufficiale ferito mortalmente. Entrambi sono in errore.

La popolazione della zona, venuta a conoscenza di questo fatto e per paura di possibili ritorsioni, si sparpaglia nei boschi circostanti. Infatti i tedeschi aprono il fuoco a più riprese contro i fuggiaschi, ma la distanza rende inefficace il tiro delle loro armi.

Nella Villa Buonasera (di proprietà dell’ingegnere comunale Carlo Baglioni) è acquartierato il Comando dell’VIII Compagnia del Btg. ERS (870° Rgt. Ftr., 356 Divisione Fanteria) e qui alla sera viene deciso il rastrellamento degli ostaggi: saranno fucilati 5 civili se uno dei due feriti morirà.

I soldati si recano nelle case dei poderi "Mura", "Poggio", "Sala" ed altre, prendendo in ostaggio una decina di persone che vengono portate a Villa Buonasera. Qui il comandante fa loro presente ciò che potrebbe spettargli.

Purtroppo, nella notte sul 21/7/1944 uno dei feriti, il cpl. Andreas Mennsen (St.Kp., 870° Rgt. Ftr.), muore e viene tumulato nel giardino della villa.

Anche se non è noto il criterio della scelta, il destino per 5 ostaggi è segnato alle 8:00 del 22/7/1944. Scortati nella vicina località detta "Querce di Buonasera" sono costretti a scavare una fossa. Terminata la macabra incombenza, alle ore 13:10 gli ostaggi sono fucilati a raffiche di mitra.

Un altro dei civili catturati, Ettore Vettori, bottegaio e trattore alla Panca, provvede a ricoprire la fossa.

Particolare di un certo rilievo è la scelta, apparentemente immotivata, di sostituire al termine dello scavo Giuseppe Vettori, destinato alla fucilazione, con Sirio Scarselli, di fede fascista ma non iscritto al Partito Fascista Repubblicano. A nulla sono valse le sue proteste e l’esibizione di tessere attestanti la sua militanza.

Sono così caduti: Corinto Burgassi (nato a Greve in Chianti l’11/4/1889, coltivatore diretto del podere "Sala", coniugato); Fedele Vettori (nato a Greve in Chianti il 31/3/1895, mezzadro del podere"La Panca", coniugato); Ferdinando Vettori (nato a Greve in Chianti il 27/9/1898, mezzadro del podere "Le Capanne", coniugato); Natale Pacenti (nato a Greve in Chianti il 3/9/1910, mezzadro del podere "La Panca", coniugato) e il già citato Sirio Scarselli (nato a Empoli il 23/6/1896 ed ivi residente, ma qui sfollato, commerciante, coniugato).

Non destando preoccupazioni le ferite dell’altro militare, il Comando tedesco decide di liberare gli altri ostaggi. Ma questi non avranno il coraggio di raccontare l’accaduto e la verità verrà fuori soltanto pochi giorni dopo quando le fanterie britanniche conquisteranno La Panca.

Infatti la sera del 4/8/1944 viene fatto il trasporto di tre salme dalle Querce di Buonasera al cimitero della Panca e, precisamente, quelle dei due Vettori e del Burgassi. Le altre due saranno sepolte una a Greve in Chianti e l’altra a Firenze.

Secondo una relazione di don Raspini inviata al priore di Dudda i tedeschi avrebbero effettuato la rappresaglia anche perché ritenevano i fucilati colpevoli di aver aiutato i partigiani. Aggiunge inoltre che qualche giorno prima un tedesco fintosi disertore aveva chiesto agli abitanti della zona il modo per raggiungere i partigiani e le informazioni ad esso date sarebbero costate la vita a qualcuna delle vittime.

Cittadini Sovietici – Partigiani a Firenze

Cittadini sovietici che durante l’occupazione tedesca hanno eroicamente combattuto anche alla liberazione di Firenze nelle file della 22 bis Brigata garibaldina d’assalto “V. Sinigaglia” – Divisione Potente.

“Giovanni” (cognome e nome ancora sconosciuto). Tenente dell’aviazione sovietica abbattuto col suo aereo in fiamme durante la battaglia di Stalingrado. Divenne nella nostra Brigata il Comandante Militare della squadra partigiana formata dai compagni sovietici. Cadde alla testa dei suoi uomini nel combattimento di Pian d’Albero (il 20/6/1944) nel tentativo di salvare i contadini e partigiani nella casa e nel fienile incendiato dai tedeschi. È stato proposto per la ricompensa della medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria fin dal 1945 e quindi presso il competente Ministero a Roma deve esserci la sua decorazione.

“Ivan”: Ivan Jegorov o Gregorov, da Ivanoscaia–Novorossisc, maestro di musica. Commissario Politico della squadra partigiana formata dai compagni sovietici. Nel combattimento di Pian d’Albero del 20/6/1944 cadde due volte ferito nel generoso tentativo di salvare contadini e partigiani italiani catturati dai nazisti per rappresaglia. Guarito più tardi dalle sue ferite, combatté eroicamente fino alla completa liberazione di Firenze e al successivo scioglimento della brigata nel settembre 1944, epoca in cui ritornò nell’URSS.

Kiricolzia Surien: Vice Commissario Politico della suddetta compagnia. Ferito in un precedente combattimento moriva sotto le più atroci torture delle SS naziste il 20 luglio 1944 a Monte Maggio senza rivelare nessuna notizia al nemico invasore.

Alessandre Timoscia.

Efrein Peicev o Enfien Peisev: contadino di Hoyozorosck.

Egozzov Ivan.

Kuperin o Hoberin Ruhen: viveva a Karkov con la moglie Muchi oppure

Mucchin Pieter.

Giorgio, di Smolensch.

Kornaiev Alessandrer.

Kraimoriev Timoschu: “Nikita”.

Moscov Alexi.

Oraguelidse oppure Oragiliza Georgi: di Mosè, residente Nakaradse.

Pelilleiso Iefien.

Pistorenko Serghei.

Russian Alessandro.

Stroihin Dimitri.

Timoscin o Tomosciu Alessandro: operaio saldatore in una grande

fabbrica di macchine agricole a Smolensch.

Skorobonetros Vassili.

Tezrink.

Vassili: il primo dei due Vassili aveva diciannove anni ed era trattorista in un colcos dell’Ucraina ove i nazisti gli avevano massacrato la famiglia; l’altro era un ex soldato russo dei reparti d’assalto.

Dirnigenskanatoli Ivan.

Rombelasghwili Josef.

Lunzukevic Anatolio.

Muscain Pietro.

Nekka Askef.

Bardarov Ivanovic.

I suddetti partigiani furono tutti ottimi combattenti e alla smobilitazione delle Brigate partigiane avvenuta nella nostra città nel settembre 1944 rientrarono in URSS.

Il Commissario del gruppo Brigate d’assalto Garibaldi “V. Sinigaglia”

Divisione Potente.

“Gianni” Sirio Ungherelli.