Edoardo Semmola Io cosi vicino a Dachau

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Io, così vicino a Dachau
Sui treni di Hitler da Pisa alla Germania: così si salvò un ragazzo di sedici anni. La cattura, il lavoro con l’aratro, il ritorno. I ricordi di Piero Giusti: «La sorte mi ha aiutato»
La memoria prima di tutto. «‘‘Per non dimenticare’’, ce l’hanno ripetuto per anni, ‘‘dobbiamo raccontare, per non dimenticare’’: ogni storia è importante quando si tratta di tenere viva la memoria del nazismo e delle deportazioni».
Piero Giusti però ci ha messo 60 anni a raccontare la sua storia perché per tanto tempo ha pensato che, in confronto a molti altri, aveva sofferto di meno. I tedeschi lo presero mentre tornava a casa, alle Molina di Quosa, nella campagna di Pisa, il 27 agosto ‘44. E lo portarono al campo di concentramento di Fossoli, sei mesi dopo Primo Levi. Poi al carcere di Peschiera. Lo deportarono in Germania, aveva 16 anni e i pantaloni corti. Ma no, lui no, nei luoghi dell’orrore non ci andò: fu invece portato a lavorare nelle campagne, a tirare l’aratro con i buoi per sfamare le truppe tedesche; non ha mai realmente rischiato la vita, o almeno non con la drammaticità che siamo abituati a leggere nei resoconti dell’Olocausto. Quando nel giugno del ‘45 riuscì a tornare a casa, il suo primo pensiero fu mettere nero su bianco la sua esperienza, fermare su carta le emozioni, la paura, i tentativi di fuga, le urla dei soldati tedeschi. E iniziò a raccontare la sua Pisa durante la guerra e sotto le bombe e l’occupazione, i piccoli grandi problemi di un ragazzino che avrebbe voluto solamente finire l’anno scolastico, ma i bombardamenti alleati prima e i rastrellamenti tedeschi poi, cercavano di impedirglielo a tutti i costi.
Iniziò a scrivere ma subito si fermò: «Quando uscì Se questo è un uomo di Primo Levi e lessi delle terribili sofferenze che aveva vissuto, provai un sussulto: come potevo io raccontare la mia odissea? Sarebbe stato un insulto nei confronti di chi aveva vissuto l’esperienza di un campo di sterminio». Ha aspettato 60 anni. Poi, un giorno, passeggiando per il mercatino di piazza dei Cavalieri, vede un volume spuntare dal mucchio: Diario di un rifugiato sui monti pisani. La calda estate 1944 (Lischi editore) di Carlo Vallini. Lo prende, lo sfoglia, e corre subito alla pagina in cui si racconta del 27 agosto, quando fu preso dalle Ss insieme ad altre 250 persone. «Poche e scarne erano le righe dedicate a quell’accadimento per me epocale, e ci sono rimasto male. Quella è stata la molla che mi ha convinto a scrivere Racconti di un deportato in Germania» (Felici editore).
La storia delle memorie di Giusti — iniziata con le prime parole nell’estate del ’45 — è una descrizione lucida, quasi «serena» di fatti drammatici visti con gli occhi di un ragazzo pieno di vita e sentimenti positivi. Inizia e finisce a Pisa, dalla vita ai tempi di guerra al ritorno e all’Anno Zero. «La zona di Pisa non è così tanto presente quanto avrebbe meritato, nei racconti di guerra e occupazione — ci racconta Giusti — Gli americani rimasero per 40 giorni a sud dell’Arno mentre a pochi chilometri di distanza i tedeschi operavano rastrellamenti casuali». In uno di questi, 4 giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate, anche il sedicenne Piero fu preso e deportato. «Ho avuto la fortuna e la furbizia di evitare di essere assegnato all’industria; dissi che non sapevo leggere né scrivere, e mi mandarono all’agricoltura insieme a un milione e mezzo di schiavi che come me dovevano dare da mangiare all’esercito; e tanti venivano dalla Versilia e dal pisano, gente di campagna: ho schivato i bombardamenti e non ho sofferto la fame — ospitato da una famiglia di agricoltori bavaresi — E ho sfiorato il campo di Dachau per pochissimo. La sorte mi ha aiutato». Dal settembre 1944 al 1 maggio 1945 ha vissuto in una fattoria, spingendo l’aratro, «e mi tenevo sempre in allenamento con i ricordi di scuola, ripetendo le lezioni ai buoi al pascolo, forse gli unici che non avrebbero pensato che ero un deficiente che parlava da solo»; era il più giovane, l’ultimo arrivato nella fattoria, ed era benvoluto. «Tanto che in più di un’occasione sia il Borgomastro che la moglie si sono esposti per me con i soldati per evitare che mi portassero via».
Asciutto, «leggero» per quanto possibile, ricco di episodi che l’autore definisce «ridicoli e simpatici» perché «ogni tanto facevo il birichino, a casa, e qualche rischio l’ho corso», il racconto della sua epopea e del lungo viaggio di ritorno a casa durato due mesi con non poche peripezie, è fuori dagli schemi nel grande panorama della letteratura sull’Olocausto. Una piccola storia che scorre vicina e veloce come una freccia alle emozioni semplici di chi l’orrore fortunatamente non lo ha vissuto. E che raggiunge con semplicità il suo scopo: tenere viva e presente la memoria. «Oh, poi, alla fine, ce l’ho fatta: correndo come un pazzo verso sud, verso casa, sono riuscito a tornare in tempo: l’ho recuperato quel maledetto anno scolastico!».
Edoardo Semmola
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 21 marzo 2013, in 27 Gennaio 1945 con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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