Aligi Barducci – Potente

Un poco di storia

potente

Aligi Barducci

“Potente”

Fin da giovanissimo Aligi Barducci, figlio del popolo (padre operaio, madre sigaraia) dimostrò una particolare predilezione, insieme con alcuni amici, per gli aspetti culturali (musica, letteratura, filosofia) che non lo faceva partecipe di un antifascismo militante, come sarebbe stato possibile nel particolare contesto rionale in cui viveva, ma manifestava solamente una certa insofferenza verso il regime, alimentata anche dall’amicizia con alcuni personaggi più maturi di lui, conosciuti in quegli anni, come lo scultore Varlecchi, che frequentava il Conventino.

Durante il servizio militare di leva a Messina, mantenendo un’intensa corrispondenza con la famiglia e con gli amici di sempre, manifestò una notevole insofferenza per la rigidità di quella vita.

Mentre, approssimandosi il momento del congedo, si preoccupava solamente del suo futuro lavorativo, la guerra di Etiopia lo vide invece inquadrato in una divisione di fanteria dislocata in Somalia, per una permanenza in A.O. che durò oltre due anni. Un periodo che però, senza partecipare a combattimenti, lo vide superare difficoltà e disagi che gli permisero di acquisire un notevole bagaglio di esperienze, le quali sarebbero emerse in tutta evidenza nelle sue successive attività di partigiano.

La prolungata vita militare, in un contesto di esaltazione imperialistica del regime, dovuta alla conquista dell’Impero, sembrò condizionare anche gli orientamenti intellettuali di Aligi Barducci che, in una inusuale polemica epistolare con l’amico Frullini, sembra privilegiare l’interpretazione che gli intellettuali di destra davano al pensiero di Nietzsche a vantaggio di politiche di aggressione e di potenza, fino a ritenere vive e vitali le teorie imperiali conquistatrici del lontanissimo Impero romano. L’avventura coloniale terminò nel 1936 e nell’intervallo, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, Barducci conseguì il diploma di ragioniere e si impegnò in alcuni impieghi pubblici.

Nel 1940 partecipò al corso per allievi ufficiali e , nel 1942, viene assegnato al X Reggimento Arditi a Santa Severa nel Lazio e da qui, successivamente, trasferito a Pola.

Furono queste le occasioni che permisero a Barducci di perfezionare il suo addestramento militare e di esaltare le sue doti di comandante in un rapporto di sintonia e confidenza con i propri dipendenti che ne avrebbero fatto un superiore assai amato e che tale si dimostrerà successivamente anche come capo nelle formazioni partigiane.

La sua pattuglia, chiamata la Potente, fu trasferita nel 1943 ad Acireale in Sicilia e da qui sotto l’incalzare delle truppe alleate fu, costretta a ritirarsi fino alla base di Santa Severa fino al verificarsi dell’8 settembre. Barducci tentò di  reagire allo sbandamento del suo reparto e, con la speranza che il governo organizzasse la resistenza ai tedeschi, raggiunse Roma, dove si unì ad alcuni reparti della Divisione Ariete, partecipando ad alcuni scontri contro i tedeschi sopraggiunti per occupare la Capitale.

Tuttavia, essendo arrivato l’ordine del comando supremo di ripiegare su Tivoli, per proteggere la fuga del re e di Badoglio, ad Aligi non rimase che rimettersi in marcia per tornare a Firenze, entrando anche lui a far parte di quel popolo di sbandati che tentava di tornare a casa, braccato dai tedeschi. Al fine di comprendere le scelte che portarono diversi di quei militari, come il nostro Aligi, ad entrare nelle file della resistenza, è fondamentale cogliere quale fu il dramma che essi vissero nei giorni della dissoluzione dell’esercito e delle istituzioni.

Molti di loro, dopo lo sbandamento dell’8 settembre , si sentirono vittime di un doppio tradimento: quello fascista perché, dopo anni e anni di propaganda, di indottrinamento, di raduni e di esercitazioni, di una militarizzazione del vivere quotidiano e sociale, prometteva un futuro di gloria ed ecco invece il disastro. Mussolini era riuscito a far credere a molti italiani che l’Italia era forte, potente e meritevole di ben altro di quello che aveva, evocando la potenza dell’antico Impero romano.

La guerra fu invece un esame impietoso, che mostrò una realtà ben diversa, quella di un’Italia debole e vulnerabile, buttata in un’avventura troppo superiore alle proprie possibilità.Non eravamo un popolo di conquistatori, come il fascismo voleva credere e far credere e man mano che le vicende belliche rivelavano la verità, la sicurezza e le convinzioni di tanti giovani si incrinavano e si sgretolavano.

Quando il fascismo crollò e Mussolini fu arrestato, ormai gran parte del popolo italiano stanco di lutti, distruzioni e privazioni non desiderava altro che uscire dalla catastrofe e da un momento all’altro si aspettava la notizia della resa. E arrivò l’8 settembre e fu consumata una nuova illusione.

La guerra, sia pure su binari completamente diversi , continuava. Ma vi era almeno la possibilità di difendere l’Italia dall’invasione tedesca, in quanto le truppe italiane in quei giorni, erano ancora numericamente forti rispetto a quelle tedesche, sul territorio nazionale: bastava per questo un piano di difesa e ordini chiari e precisi. Invece il re e Badoglio, oltre a fuggire, lasciavano l’intero esercito senza direttive e gran parte del paese alla mercé della Germania.

Secondo la testimonianza di Orazio Barbieri, profonda sorpresa e sincero dolore furono i sentimenti di Barducci alla notizia della fuga del re e di Badoglio perché un re inetto e imbelle, in cui tuttavia aveva riposto fiducia, perché era riuscito ad arrestare Mussolini, anziché fare appello al popolo per una guerra nazionale, si mette in salvo con la fuga.

Ritornato a casa, poté riabbracciare i suoi genitori ma trovò la sua Firenze in mano ai tedeschi, assistette ai tentativi di restaurazione fascista e in lui la voglia di fare qualcosa, di combattere contro gli invasori accrebbe di giorno in giorno. Superando le inevitabili diffidenze e difficoltà di collegamento, Aligi finalmente poté realizzare il suo desiderio di raggiungere le formazioni partigiane di montagna il che avvenne in una formazione di Monte Morello.

L’accoglienza non fu all’inizio delle migliori, perché fra i partigiani c’era molta diffidenza verso gli ex ufficiali dell’esercito. Ma Barducci aveva una semplicità di rapporti con i compagni, senza iattanza, senza mostrare nessun motivo di superiorità il che gli procurò rapidamente la simpatia dei compagni e che ebbe la sua definitiva accettazione dopo lo scontro con una pattuglia tedesca a Fonte dei Seppi, che mise in evidenza le sue qualità militari.

Per sottrarsi ai pericoli di grossi rastrellamenti che erano iniziati da parte di imponenti forze nazifasciste, il gruppo di Monte Morello si spostò successivamente a Monte Giovi, dove ebbe il compito di accogliere e riorganizzare quanti era no sfuggiti al grande rastrellamento del Falterona, che gravi perdite aveva inflitto alle formazioni partigiane.

Successivamente il movimento partigiano conobbe una forte crescita e Potente si impose sempre di più per le sue doti ai responsabili delle forze partigiane. Maturò allora nella direzione di queste la decisione di formare una struttura militare più organizzata e più forte, da fare agire in una zona ampia e difendibile che venne individuata nel Pratomagno.

A capo di questa unità fu posto Potente e nacque così la Brigata Lanciotto, ben organizzata e compatta, costituita da forti contingenti trasferiti da Monte Giovi.

Permettetemi di ricordare qui un’esperienza personale. Giunti in Pratomagno con un secondo scaglione, eravamo in attesa, appena arrivati, di conoscere il nostro nuovo capo, Potente appunto e, per l’alone di leggenda che ormai lo circondava immaginavamo un personaggio con aspetto di guerriero. Invece, su di un balzo apparve la figura di un uomo snello, esile, che con voce pacata ci diceva che c’era molto da sacrificarsi, che il mangiare c’era quando c’era, che quando andava bene si dormiva nelle capanne e quando non c’erano si dormiva nel bosco sotto un albero, che c’era molto da camminare, che i tedeschi e i fascisti ci attaccavano e che noi bisognava attaccare loro. Se qualcuno non se la sentiva di affrontare tutto questo, lo doveva dire subito e sarebbe stato rimandato indietro. Pochi accettarono questa ipotesi. Solo un uomo forte come lui, al di là del suo aspetto, consapevole del suo ascendente di capo, avrebbe potuto parlare con tanta naturalezza e tanta sincerità e questo conquistò subito la fiducia di quasi tutti, che rimasero.

E di lì a qualche giorno, il 29 giugno, la Lanciotto fu impegnata in uno scontro frontale con forze nazifasciste nella battaglia di Cetica che, oltre a consistenti perdite inflitte al nemico, vide purtroppo anche la distruzione di buona parte del paese e perdite sia civili che nostre.

Potente, da comandante consapevole e accorto, riunì nei giorni seguenti tutti i comandanti e tutti i commissari politici delle formazioni per un’analisi minuziosa ed esperta della battaglia, illustrando meriti e manchevolezze dei vari reparti nell’impegno del combattimento, che comunque per la tenuta complessiva dei reparti, per la loro capacità di manovra e per le perdite inflitte al nemico fu considerato positivamente.

Modificandosi la situazione in considerazione di due fatti: la ripresa dell’avanzata verso Firenze delle truppe alleate e l’afflusso di nuovi arrivi nelle file partigiane, si procedette ad una importante ristrutturazione delle forze che portarono alla costituzione di una Divisione, nata dall’unione della Brigata Lanciotto e della Brigata Sinigaglia che prese il nome di Divisione Arno al cui comando fu posto Potente e alla costituzione di una nuova Brigata, la X Caiani, al cui comando fu posto Bruno Bernini (Brunetto).

Per le formazioni dislocate in Pratomagno si pose a questo momento l’esigenza di portarsi a Firenze per prendere parte, insieme a tutte le altre forze, all’insurrezione per la liberazione della città. Movimentatissimo, pieno di pericoli, ma anche di grande determinazione e coraggio fu l’avvicinamento alla città fino a che, la mattina del 4 agosto, Potente poté incontrare un maggiore della V Divisione canadese nella zona di Poggio all’Incontro, in collaborazione con il quale e con i suoi soldati poté effettuare subito un attacco a nidi di mitragliatrici tedesche.

Successivamente la Lanciotto e la Sinigaglia raggiunsero rispettivamente Villa Cora e la casa del fascio delle Due Strade e da qui si diressero infine verso Porta Romana, accolti trionfalmente dalla popolazione ormai liberata dall’occupazione tedesca. Si presentò presto un problema che creò inizialmente grande agitazione e risentimento nelle formazioni partigiane e cioè la pretesa espressa da ufficiali inglesi di procedere all’immediato disarmo delle brigate.

Prevalse la fermezza di comportamento di Potente e la sua proposta di procedere insieme a reparti alleati alla bonifica dei franchi tiratori che imperversavano sulla riva sinistra dell’Arno e che fino a quel momento erano stati contrastati con scarsa efficacia. Si verificò con l’accordo raggiunto un fatto di grande rilevanza anche politica, dato che per la prima volta si realizzava una manovra congiunta fra reparti partigiani e truppe alleate, addirittura sotto la direzione di un comandante partigiano, in considerazione della migliore conoscenza dei luoghi e delle situazioni. Questo compito fu affidato alla Sinigaglia comandata da Gracco e ad un reparto canadese che, alla vigilia dell’operazione si acquartierarono in Piazza Santo Spirito.

La sera dell’8 agosto, verso le nove, Potente si recò in questa Piazza per verificare come stesse procedendo l’operazione e per prendere gli ultimi accordi con Gracco e gli ufficiali alleati all’improvviso ci fu un’esplosione di un colpo di mortaio che colpì in pieno un gruppo che comprendeva anche Potente che, rimasto seriamente ferito, si manteneva calmo, sorridente e non mancava di incitare i partigiani presenti a farsi onore nei compiti dell’indomani.

Giunta un’autoambulanza: “Addio Gracco, disse, sforzandosi ancora di sorridere, addio ricordati di fare onore alla divisione

”. Sull’autoambulanza che lo trasportava all’ospedale di Greve al compagno Meoni che era con lui, disse di prendere con sé la sua camicia rossa per farla sventolare su Firenze quando  fosse stata liberata.

E queste sono le ultime parole che consegnano alla Storia Aligi Barducci, Comandante Potente, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, come grande e luminoso eroe della Resistenza.

firenze_monumento_a_barducci_1

La lapide ricordo

RELAZIONE DI RENATO POZZI “RENA” della Brigata Caiani –

Celebrazione dell’8 Agosto 2009 in piazza Santo Spirito

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 29 maggio 2013, in La lotta partigiana a Firenze con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Crepaldi Giorgio

    Mi chiamo Giorgio Crepaldi abito a bosnasco in provincia di Pavia.Mio padre si chiama Antonio ha 89 anni il suo nome di battaglia era Toni ed è stato la staffetta di Potente.E’ stato decorato con la croce di guerra dall’ allora Presidente Pertini.Perdonatemi l’intrusione ma mi son sentito in dovere d’informarvi che un vostro partigiano è ancora in vita.Cordiali saluti G.Crepaldi

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