Archivio mensile:marzo 2014

La battaglia e la strage di Forno

La battaglia e la strage di Forno

di Giovanni Baldini, 18-6-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

A fine maggio 1944 Radio Londra trasmise un messaggio in codice che conteneva la parola d’ordine Avanti Savoia!, che stava ad indicare l’imminenza di un possibile intervento decisivo degli alleati sul fronte italiano, come lo sbarco sulle coste della Versilia che in molti attendevano. Era comunque un invito palese per i partigiani ad intensificare gli sforzi e ad impegnare i nazi-fascisti su più fronti possibili.
In realtà quel messaggio non è chiaro a cosa si riferisse, sembra probabile che però si intendesse segnalare lo sfondamento della linea Gustav e l’arrivo degli alleati a Roma (avvenuto infatti il 4 giugno successivo).

I partigiani versiliesi e apuani reagirono a quel messaggio con azioni eclatanti come la conquista di Forno, che sarebbe stata la testa di ponte per attaccare i tedeschi a Massa prendendoli fra due fuochi grazie all’ipotizzato sbarco.
Ma l’Avanti Savoia! era come si è detto riferito ad altro e questa esposizione prematura provocò la reazione furiosa dei nazi-fascisti che inflisse molte perdite all’organizzazione resistenziale.

Spinti dall’entusiasmo della conquista di Roma e dello sbarco in Normandia, avvenuto il 6 giugno, i partigiani delle brigate "Luigi Mulargia" (vedi la biografia di Gino Lombardi) e della "Silvio Ceragioli" scesero in forze a Forno. In breve conquistarono il paese, erano le 15.30 del 9 giugno 1944.

La situazione era comunque considerata eccessivamente rischiosa da alcuni dirigenti del Comitato di Liberazione Nazionale e l’11 venne consigliato alla "Mulargia" di rientrare alla base sulle quote più alte dei monti circostanti. D’altra parte la Delegazione per la Toscana del Comando Centrale delle Brigate d’Assalto Garibaldi diramò un comunicato che terminava così:

Partigiani e gappisti, l’ora della fase risolutiva che ci darà la definitiva vittoria è giunta. Che ogni patriota sia al suo posto di combattimento con la chiara consapevolezza che dalla sua audacia e dal suo coraggio sorgerà la nuova libera Italia.

Il comandante Marcello Garosi e gli altri comandanti decisero di rimanere, preparandosi ad accogliere la reazione dei tedeschi.
Una pattuglia partigiana arrivò a Canevara, tagliando le comunicazioni col capoluogo e catturando un camion della X Mas. Altri partigiani minarono un costone roccioso sovrastante la strada per Forno e in generale vennero prese misure difensive adatte alla situazione, chiudendo ogni possibile accesso al paese.

Nel frattempo fra i fascisti di Massa si sparse il panico, gli ufficiali del distretto militare indossarono abiti civili e nottetempo fuggirono verso il nord, mentre parallelamente nella popolazione della zona cresceva il fermento. La notizia arrivò fino a Lucca dove le diserzioni fra i repubblichini incrementarono copiosamente, compresa quella di un intero reparto della X Mas dislocato a Pietrasanta e che in parte confluì in alcune formazioni partigiane.
Azioni sempre più audaci vennero messe in atto: il 10 quattro partigiani entrarono a Massa con le loro divise e come azione dimostrativa attaccarono una caserma dei carabinieri. L’11 venne invece attaccato il distretto miltare di Massa incitando i militari alla diserzione, in questa occasione i partigiani catturarono anche il figlio del capo delle carceri e in seguito effettuarono uno scambio di prigionieri.

Sempre l’11 nello sforzo di unire le varie formazioni partigiane della zona Marcello Garosi venne designato all’unanimità come capo del comando unico dello schieramento.
Ma i tempi non erano maturi e l’imperfetto coordinamento fra i vari gruppi sarà una delle cause della disfatta.

Il passo di Colonnata, che era d’importanza strategica, venne presidiato da un distaccamento che la sera del 12 giugno non venne raggiunto dai rifornimenti. I partigiani allora abbandonarono la posizione per poche ore per potersi rifocillare, senza attendere il cambio. Fu fatale: all’alba del 13 un migliaio di soldati appartenenti alle SS, alla X Mas e alla Guardia Nazionale Repubblicana di La Spezia mossero contro Forno appoggiati da due semoventi. In particolare i militi della X Mas ebbero la fortuna di trovare il passo di Colonnata sgombro e di poter così operare un accerchiamento.
Alle 3.20 venne dato l’allarme: patrioti della "Silvio Ceragioli" affrontarono le avanguardie tedesche e vennero fatte esplodere le cariche sulle pendici del monte Bizzarro. Tutta la testa della colonna nemica e tre camion di soldati vennero annientati. Ma la scarsità di munizioni impose comunque una ritirata per i partigiani.

Nel frattempo la X Mas aveva sfruttato a pieno l’effetto sorpresa e alle 6 del mattino l’accerchiamento era completo. I partigiani che non riuscirono a mettersi in salvo operarono una efficace resistenza dai locali del cotonificio poco più a monte del paese.
Il comandante Marcello Garosi che per una ferita ad una gamba non aveva preso direttamente parte alle ultime azioni era alloggiato fuori dal paese: tentò più volte di raggiungere i compagni assediati al cotonificio ma venne respinto e infine ferito gravemente. Continuò a sparare contro i nemici, infine conservò l’ultima pallottola per sé, per non cadere vivo nelle loro mani. Così Garosi, detto "Tito", morì in località Pizzacuto alle 9.30, poco distante dal cotonificio.

A mezza mattina i nazi-fascisti avevano riconquistato Forno. Subito dopo cominciò la vera carneficina.
72 giovani del luogo vennero fucilati sull’argine del Frigido, i partigiani presi prigionieri vennero rinchiusi nella caserma dei carabinieri e arsi vivi. Altre 400 persone vennero avviate verso i campi di concentramento in Germania e le loro case furono saccheggiate e date alle fiamme.

Fosse Ardeatine – 24 Marzo 1944

Fosse Ardeatine: ‘Lo avrai, camerata Kesserling…’

di Beppe Giulietti

Il 24 marzo del 1944 i nazisti sterminavano alle Fosse Ardeatine 335 persone che avevano il solo torto di essere ebrei, comunisti, antifascisti, civili e militari, prelevati dal carcere e ammazzati in segno di rappresaglia contro la lotta partigiana e di liberazione nazionale.

In questi ultimi anni ci è stato spesso spiegato che forse sarebbe stato meglio non insistere troppo con la memoria di quei giorni, anche per non disturbare i non pochi post fascisti che, nel frattempo, si erano riciclati dentro e fuori i governi del fu cavaliere.

Del resto la cancellazione della memoria è la premessa per rendere tutti uguali e per spianare la strada ad epigoni e squallidi imitatori.

Così le scritte neonaziste, le svastiche alla Sinagoga le teste di porco davanti alla casa del rabbino, le Alba Dorata in Grecia, i gemellaggi tra camerati greci e italiani, gli striscioni antisemiti e razzisti nelle curve degli stadi, il revisionismo più bieco, per citare solo qualche esempio, trovano terreno fertile tra una strizzata d’occhio a destra e magari una sottovalutazione a sinistra.

Per questo, a 70 anni da quello e da altri massacri, ci sembra giusto ricordare, non solo per onorare i martiri di allora, ma anche per stimolare noi tutti alla vigilanza e alla prevenzione culturale, civile, politica. Quei nomi non vanno dimenticati. Alla loro memoria e al futuro dei piú giovani vogliamo dedicare questa straordinaria poesia civile composta da Piero Calamandrei per rispondere al boia Kesserling. Costui era stato il comandante delle forze di occupazione nazista in Italia.

Condannato all’ergastolo, dopo soli 8 anni veniva liberato, tornava in Germania, si autocelebrava e chiedeva agli italiani di dedicargli un monumento. Calamandrei, uomo straordinario, realizzò il più bel “monumento” immaginabile per il massacratore Kesserling

“Lo avrai

camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati

più duro d’ogni macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari si adunarono

per dignità e non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci ritroverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre”

(Piero Calamandrei)

Gli italiani morti nella «Marzabotto» francese

    Gli italiani morti nella «Marzabotto» francese

    Clea, Lucia e i 7 ragazzi trucidati dai nazisti

    Tra le vittime almeno 9 italiani, tra cui una madre con 7 dei suoi figli. Nomi dimenticati. E scovati da uno storico. La Procura militare di Roma apre un’inchiesta

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    Oradour-sur-Glane: il 10 giugno 1944 i nazisti uccisero 642 persone. Da allora il villaggio non è stato più abitato. E rappresenta una sorta di monumento alla memoria
    Italiani uccisi nel corso di un efferato eccidio nazista, a Oradour-sur-Glane, vicino Limoges, nel Sud-Ovest della Francia. Tra le vittime una donna, Lucia Zoccarato, e sette dei suoi nove figli: Bruno, Antonio, Armando, Luigi, Anna Teresa, Marcello e Giovanni. Poi un’altra donna: Clea Lusina, figlia di un antifascista fuoriuscito. Le altre due figlie di Lucia – Orfelia e Angela – si salvarono perché quella mattina del 10 giugno 1944 – quattro giorni prima gli Alleati erano sbarcati nella non lontana Normandia – stavano lavorando in campagna, fuori dal borgo. Anche il marito di Lucia, Giuseppe Antonio Miozzo, sfuggì alla morte. Era un carabiniere, venne preso prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre. Si rifiutò di aderire alla Rsi. Per questo rimase internato in Germania sino alla fine della guerra. Solo allora seppe della sorte della sua famiglia. Inghiottita in quella strage feroce – identica a decine di altre, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine – in cui perirono 642 persone. Donne, bambini, anziani. Una mattanza. Trucidati da raffiche di mitragliatrice come stessero davanti a un plotone di esecuzione. Dilaniati da granate esplose dentro una chiesa, dove a centinaia avevano cercato la speranza di un inutile riparo.
    clip_image004Da sinistra, Lucia Zoccarato, suo marito Giuseppe Antonio Miozzo, e Clea Lusina CONDANNATI IN FRANCIA – Per l’eccidio vennero processati in Francia, nel 1953, una ventina di imputati, tra militari tedeschi e alsaziani arruolati nelle SS: vi furono due condanne a morte, 12 ai lavori forzati, 6 condanne a pene detentive e una assoluzione, ma una successiva amnistia commutò le esecuzioni e permise la scarcerazione degli altri condannati. Le indagini sono state riaperte di recente anche in Germania e, la scorsa settimana, la procura di Dortmund ha incriminato un ex militare tedesco di 88 anni. Ma adesso c’è pure un’inchiesta avviata dalla Procura militare di Roma che vuole accertare identità e numero delle vittime italiane coinvolte nell’eccidio. Un modo – è l’obiettivo del procuratore Marco De Paolis – per ridare un nome, un cognome e giustizia a degli italiani dimenticati, vittime del nazifascismo.
    La memoria dell’eccidio nel villaggio-fantasma in Francia
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    • LA RICERCHE DEL DOCUMENTARISTA ITALIANO – Un fascicolo aperto anche dopo il poderoso lavoro di ricostruzione storica firmato da Mario Vittorio Quattrina, scrittore, regista e autore di numerosi documentari storici per la Rai. E’ lui ad aver ripercorso – in una ricerca condotta ascoltando e filmando decine di testimonianze – la saga drammatica di questa famiglia emigrata in Francia da Padova – attorno a Limoges c’era una specie di colonia veneta, tutti muratori e falegnami – nel 1927 con i primi tre figli. E appunto: lei, Lucia, nata a Campodarsego il 25 luglio 1904. Lui, Giuseppe, ex carabiniere, poi manovale Oltralpe. Richiamato dall’Arma allo scoppio della guerra. Poi quella scelta di restare fedele al giuramento prestato al Re, di non aderire al fascismo. E la prigionia. Solo dopo il 1945 gli dissero che aveva perduto moglie e 7 figli. Ma gli fornirono una spiegazione apparentemente più sopportabile: tutti periti sotto le bombe. Tempo dopo, prima che morisse nel 1953, ebbero il coraggio di raccontargli quell’orrore come davvero si materializzò.
      MUSEO A CIELO APERTO – Oradour-sur-Glane oggi è qualcosa di molto simile a un museo a cielo aperto. Dopo quell’eccidio nessuno tornò ad abitare in quel posto maledetto. Il villaggio – fu l’ordine di Charles De Gaulle che in questo modo volle farne un monumento – non venne ricostruito. Case diroccate, i segni delle pallottole sui muri pericolanti, tutto è rimasto come allora. In più, come in una specie di Spoon River che testimonia l’atrocità di quel giorno, ci sono centinaia di lapidi. Quelle toccate con mano il 4 settembre 2013 dal presidente tedesco Joachim Gauck – il primo leader tedesco a compiere un gesto del genere – che visitò il paese per rendere omaggio alle vittime, assieme a un sopravvissuto e al presidente francese Francois Hollande.
      LE SS INCRIMINATE – «Incriminati della strage furono le SS del reggimento «Der Fuhrer» della divisione corazzata «Das reich» che in quei giorni subì – ricorda Quattrina, autore di una ricerca sui militari italiani coinvolti nei fatti bellici in Normandia – diversi attacchi da parte dei partigiani. In uno di questi venne rapito e ucciso un ufficiale. La sua morte venne scoperta il 9 giugno e, subito, scattò la rappresaglia. Il primo paese che si trovava sulla strada delle SS era appunto Oradour-sur-Glane, vicino a Limoges, nel sudovest della Francia.
      LA STRAGE – I nazisti fecero un rastrellamento, ordinarono agli abitanti di radunarsi nella piazza, parlando di un «controllo di documenti». Invece gli uomini vennero condotti in alcuni granai e trucidati a colpi di mitragliatrice, mentre donne e bambini furono arsi vivi all’interno di una chiesa che prese fuoco dopo l’esplosione di alcune bombe. «Presumibilmente Lucia morì nella chiesta – racconta Quattrina che presenterà il suo documentario « totalmente autofinanziato» il 25 aprile – abbracciata ai figli». Ma non c’è certezza. Di lei e dei suoi figli, come di Clea, restano solo quelle foto ingiallite esposte in una lapide a Oradour. Così il tempo – quasi settant’anni sono passati dalla strage – ha voluto conservare questo esile filo di memoria.
      14 gennaio 2014 (modifica il 15 gennaio 2014)
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      Grazie a chi dopo 70 anni ci ha ricordato quei tempi

      In quei giorni del marzo ’44 un milione di lavoratori incrociò le braccia

      Anpi: In quei giorni del marzo ’44 un milione di lavoratori incrociò le braccia ”
      Convegno Nazionale, Milano – Palazzo Marino, Sala degli Alessi – 15 marzo 2014. Interverranno tra gli altri: Giuliano Pisapia, Susanna Camusso e Carlo Smuraglia.
      Ricordare, a settanta anni di distanza, gli scioperi del marzo 1944 significa tornare ad uno degli avvenimenti più significativi della rinascita dell’’Italia come Stato repubblicano e democratico. Gli scioperi sono stati un avvenimento assolutamente eccezionale. Nessun Paese occupato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale ha vissuto una conflittualità così partecipata ed estesa. In nessun Paese, durante la guerra, il mondo del lavoro ha assunto una centralità così evidente tale da condizionare le sorti del regime fascista e da imprimere una così pronunciata impronta alla transizione verso la democrazia. Quello che si consuma nella primavera del 1944 è qualcosa che investe direttamente la legittimazione del regime: diversi mesi prima della destituzione, Mussolini, già perdente sul fronte esterno, perde in gran parte il consenso del popolo italiano, viene sconfitto sul fronte interno. La rottura avviene sul terreno dell’adesione o del rifiuto della guerra fascista ovvero dell’elemento più intrinsecamente legato all’esperienza del ventennio. Lo sciopero generale segna il passaggio del mondo del lavoro all’azione diretta, che poi sfocerà nella Resistenza e nella guerra partigiana. A Torino, alla Fiat Mirafiori e alla Fiat Lingotto, e poi in tutti i grandi e piccoli stabilimenti piemontesi; a Milano, nell’intera provincia, dove lo sciopero fu compatto dal 1° all’8 marzo; a Legnano, Varese, Brescia, Bergamo, in tutta la Lombardia; a Bologna, dove dagli stabilimenti Ducati lo sciopero si propaga in tutte le provincie emiliane; in Toscana a partire dalle officine Galileo e Pignone; e così in Liguria in Veneto. La feroce repressione tedesca, sia in termini di deportazione che di ricerca dei responsabili dello sciopero, impone una riflessione di duplice natura: sulla sofferenza individuale con la quale si pagò il coraggio politico ed etico; sull’arricchimento della Resistenza armata grazie ai tanti quadri operai politicizzati che andarono ad ingrossarne le fila per sfuggire alla persecuzione. Il mondo del lavoro assume una funzione nazionale nel momento in cui comincia a profilarsi la sconfitta militare dei tedeschi e dei fascisti. L’iniziativa operaia, dei lavoratori, propone una via di uscita fondata sui valori del mondo del lavoro: la libertà e la democrazia.
      http://www.articolo21.org/2014/03/anpi-in-quei-giorni-del-marzo-%C2%9244-un-milione-di-lavoratori-incrocio-le-braccia-%C2%94/