Archivio mensile:aprile 2015

Quando Francesco Curreli voleva andare in URSS a piedi da Algeri

I
Quando Francesco Curreli
voleva andare in URSS a piedi da Algeri

Si chiamava Francesco. Aveva un sogno. Era il progetto di un’esi­stenza ribelle che testardamente rifiutava l’ordine imposto in Europa dal nazifascismo.- Partendo a piedi da Algeri insieme ad altri due compagni di avventura, voleva arrivare in Unione Sovietica. Il suo sogno lo raccontava a Franco Calamandrei e Giorgio Labò nella villetta rifugio di piazza Bainsizza per stemperare la tensione durante le lunghe ore di attesa prima di un’azione. E ancora ne traeva coraggio e speranza. «Il compagno Francesco» è il titolo di un articolo che Franco Calamandrei ha pubblicato sulla rivista «Mercurio»’. Quel nome appare al lettore d’oggi sbiadito come le pagine della vecchia rivista: rischia di rimanere un nome senza volto, privo di memoria. Pochi sanno l’esistenza ribelle che quel nome ha incarnato. Un nome, un corpo, una vita, un sogno. P- qui che inizia il lavo­ro dello storico.
Nato ad Austis l’I 1 maggio 1903, Francesco Curreli abbandonata la scuola in seconda elementare, lavora­va come servo pastore 2. Vigilava e cu­stodiva le greggi in aperta campagna. Lunghe notti trascorse a difendersi dal freddo e dalla paura, ad ascoltare il sibilo del vento, gli ululati dei cani, a guardare le stelle e tracciare con la fantasia una scia luminosa che potesse prefigurare una via d’uscita da quella miserabile condizione. Erano notti in cui sentiva salire una rabbia feroce, un moto di ribellione che presto esplode­rà: quel cielo buio e spesso lui lo squar­ciava a denti stretti.
Aveva solo 17 anni quando veniva de­nunciato dai carabinieri di Oristano per rapina a mano armata commessa nel comune di Neoneli. Ricercato, fuggiva in Francia l’anno successivo veniva emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per rapina e de­nunciato per renitenza alla leva. Dal­la scheda riservata della Prefettura di Nuoro risulta che «con sentenza del 24-11-1923 fu assolto in istruttoria dall’imputazione per insufficienza di prove»; mentre nella Cartella Biogra­fica risulta che il 4-11-1925, con sen­tenza della Corte d’Assise di Oristano, veniva condannato in contumacia a quattro anni e otto mesi di reclusio­ne per rapina e lesioni. Una vicenda dunque controversa che il fascicolo del CPC non chiarisce definitivamen­te. Tuttavia, vi si possono già leggere le caratteristiche di una personalità ribelle e matura, pronta ad affrontare un’esistenza contando solo sulle pro­prie forze.
Arrestato a Menton in Francia men­tre cercava di rientrare in Italia, viene tradotto a Nuoro, dove il 16-8-1941 subisce un interrogatorio nella locale Questura. Nel verbale è raccontata, naturalmente in parte, la sua autobio­grafia di ribelle:
«Verso il 1920, all’età di diciassette anni, senza passaporto per l’estero, ma munito solo di passaporto per l’inter­no, mi recai a Ventimiglia per espatria­re a scopo di lavoro. Lì fui soccorso da una società umanitaria di cui non rammento il nome preciso, la quale mi munì di un lasciapassare. Mi fu così possibile entrare in Francia.
Lavorai tra il ’20 e il ’21 a Gardenne, nei pressi di Marsiglia, come minatore, poi mi trasferii in quest’ultima città, dove trovai lavoro presso i cantieri per la costruzione della galleria del Roda­no. Nel ’24 fui muratore a Valse-Les-­Bains e nel ’25 a Lione. Mi trasferii nel ’27 a Cannes dove lavorai fino al ’31, sempre da muratore. Nel ’31 passai in Algeria rimanendovi fino al giugno ’36, quando passai in Spagna.
In Spagna mi arruolai con le truppe rosse e mi trovai alle dipendenze della Divisione Lister: ero al 5° Reggimento Fanteria e partecipai alle battaglie at­torno a Madrid e nella Catalogna, alle foci dell’Ebro. Ero semplice soldato. Fui ricoverato per malattia nell’ospe­dale di Castellon de la Plana. Feci parte del Soccorso Rosso e della so­cietà CGT. Nel febbraio 1939, spinto in Francia dall’avanzata del generale banco, fui internato successivamen­te nei Campi di concentramento di ArgèIes (Pirenei Orientali), a Gurs Bassi Pirenei), infine a Vernet (Ariège) donde sono stato rimpatriato».
Francesco ammette l’ovvio. Sapeva be­issimo che la polizia era a conoscen­za dei suoi spostamenti tra Francia, Algeria e Spagna. Rinviato alla Com­missione Provinciale di Nuoro viene condannato a cinque anni di confino. Da scontare nella colonia penale di Ventotene
Dopo il -25/7/’43 si imbarca insieme ad altri antifascisti per Roma dove dopo l’8 settembre si arruola nei GAP Centrali per continuare la lotta jontro i nazifascisti. Durante i nove mesi dell’occupazione di Roma, face­va parte del GAP Centrale "Gastone Sozzi" comandato da "Cola", ovvero Franco Calamandrei. Insieme a Gior­gio Labò, l’artificiere dei GAP ,prima massacrato a via Tasso e poi fucilato a Forte Bravetta, vivevano in una villetta a piazza Bainsizza. Ricorda Franco Ca­lamandrei: «Sedevamo sui nostri letti, Francesco arrotolava per noi e per sé una sigaretta, io lo interrogavo, e la sua memoria, ritrosa ed un poco lenta, ma gremita e precisa, si sdipanava. Rac­contava di quando, ragazzo, portava a svernare le pecore al mare, e si nutriva di formaggio e di latte, del paese dei pescatori. Di quando, nella miniera, un caposquadra tirannico, altercando con lui, aveva tratto il coltello, ed egli rapido gli aveva spezzato il braccio con una bastonata.
Raccontava com’era stato il più velo­ce di tutti, in cima ai piloni dell’alta tensione, sul confine svizzero, nell’av­vitare i grossi isolatori di porcellana, lavorando a trenta metri dal suolo, stretto con le ginocchia alle sbarre, a testa all’ingiù. E come, a Lione, il suo picchetto di sciopero aveva precipitato giù dalle impalcature un crumiro. E come, ad Algeri, abbandonato il lavo­ro gli arabi portuali avevano buttato in acqua i sargos che venivano a sostitu­irli. Raccontava di Madrid, delle spie giustiziate, di una ragazza bellissima uccisa con un colpo alla nuca. Raccontava della guerra, di speranze e di de­lusioni, del concentramento al Vernet, di scorbuto e fame. Francesco raccon­tava, e negli occhi di Giorgio io vedevo la mia stessa sorpresa, sorpresa felice e invidiosa, dinanzi a quell’esistenza così guadagnata’». Francesco con la pro­fonda semplicità del ribelle parlava ai suoi compagni della vita e della morte. Ora il cielo di Roma aveva sostituito il cielo della Sardegna e della Spagna, e di nuovo era lì attento e silenzioso, pronto a sgretolarlo, sempre a denti stretti. Maria Teresa Regard racconta di quando in via Cola di Rienzo in­sieme a Francesco uccisero un fascista; di quando spararono a un tedesco in via Barberini e tentarono di far saltare un’autorimessa in via San Nicolò da Tolentino’. Rosario Bentivegna (Sasà) sull’attacco di via Rasella ricorda la presenza di Francesco che aveva l’ordi­ne di entrare in azione dopo la prima esplosione con un lancio di bombe a mano sui tedeschi: «Era un uomo me­raviglioso e modesto, asciutto e duro ma semplice e gentile come sanno es­serlo i sardi’». E ancora ricorda l’attac­co ad un corteo fascista. Poi, terminata la guerriglia urbana a Roma, i GAP fu­rono spostati in provincia in appoggio ai gruppi di partigiani. Francesco insieme a Sasà e Carla Capponi venne inviato nella zona di Palestrina: «Francesco cominciò a raccontarmi la sua vita e solo allora capii quanto avessi sbagliato a sottovalutarlo e quanto fosse prezioso un uomo come lui. La sua riservatezza, quel suo carattere modesto e l’aria decisa ma dolce, i modi semplici così diversi da quelli di noi giovani romani esuberanti e un po’ spacconi mi avevano dato un’impressione inesatta delle sue capacità’». Francesco era il più an­ziano e il più coriaceo tra i gappisti. Era un ribelle animato da un antifasci­smo istintivo; combatteva contro i so­prusi, le violenze, l’ottusità e la retorica di un potere fondato sul razzismo. Era un uomo d’azione schivo e silenzioso. A parlare era la sua paziente irrequie­tezza nel preparare un attacco, i suoi muscoli tesi nell’attesa, il suo corpo sa­ettante nel mezzo di un’azione di guerra, la forza mentale di chi sa che quella potrebbe essere l’ultima volta. Le più belle parole sul suo conto le ha scritte Franco Calamandrei: «Francesco era il più onesto di noi, il compagno miglio­re. In Roma liberata c’è stato per lui un posto di cuoco in una cucina militare francese. Lì ha sudato l’estate, e la not­te faceva il guardiano nella sede di una nostra sezione. Ora ha avuto il bigliet­to per la Sardegna, e mi ha salutato. Portava lo stesso vestito che il Soccorso Rosso gli dette quando arrivò dal con­fino. In più aveva soltanto un pacco di giornali e di opuscoli da distribuire al paese». Era arrivato a Roma in punta di piedi e se n’è andato in silenzio. Lui, il ribelle, la sua guerra l’aveva vinta.
Francesco nel dopoguerra lavora come guardiano nella sede centrale del Parti­to Comunista. Poi una lunga malattia e l’amputazione di una gamba lo co­stringeranno a vivere il resto dei suoi giorni su una sedia a rotelle.
Muore lunedì 27 marzo 1972. Ad Au­stin, al nome di Francesco Curreli sono state intitolate una via e la Biblioteca comunale.
NOTE
LE Calamandrei, Il compagno Francesco, «Mercurio», A.I, N.4, dicembre 1944, pp. 311-313.
2.Tutte le informazioni biografiche, i rapporti della polizia, l’autobiografia, se non diversamente indicato sono ripresi dal fascicolo personale di Francesco Curreli; ACS, CPC, fasc. Francesco Curreli, n. 126171, b. 1562.
3. E Calamandrei, cit..
4. M. T. Regard, Autobiografia 1924-2000, Milano, Franco Angeli, 2008, pp.37-38. S.R. Bentivegna, Achtung Banditen!Prima e dopo via Rasella, Milano, Mursia, 2004, p. 191.
6.R. Bentivegna, Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista, Torino, Einaudi, 2011, pp. 10-11.
Tratto da Patria Indipendente

La Repubblica Partigiana di Cogne – 1 –

Storia della Repubblica Partigiana di Cogne

Tra il 7 luglio e il 2 novembre 1944, a Cogne in Valle d’Aosta, si costituì una Repubblica Partigiana inspiegabilmente sottovalutata dalla storiografia ufficiale.

Per quanto non sia stupefacente che quella straordinaria stagione sia stata trascinata in una corrente di colpevole indifferenza, rimane il desiderio di tentare la risalita, nuotando contro, come fanno i salmoni. Quanto segue intende far parte di questo tentativo.

Dalle testimonianze raccolte, per cominciare, si desume che l’occupazione di Cogne del 7 luglio 1944 da parte delle forze partigiane , fu  organizzata scrupolosamente con l’indispensabile volontà e la personale abnegazione dell’ing. Franz Elter, allora direttore centrale della Soc. Naz. An. COGNE, (allora, la principale industria siderurgica integrale italiana),  la collaborazione delle maestranze della COGNE, e l’indispensabile sostegno di buona parte della popolazione, senza il quale nulla di ciò sarebbe stato possibile.

Vennero accumulate fin dal ’43, e messe da parte, scorte alimentari e altro materiale, come vestiario, esplosivi etc. etc, che avrebbero dovuto garantire l’auto sostentamento delle truppe partigiane per lungo tempo. Di questo discreto e massiccio lavoro da formiche ci sono testimonianze frammentarie e in qualche modo indirette, come di qualcosa che sta sullo sfondo…

Un testimone è Guglielmo Carrara classe 1932, allora dodicenne, che ricorda “un gregge di pecore proveniente da Champorcher,” ma è l’unico testimone in proposito. Suo fratello maggiore era partigiano. Entrambi vivevano a Cogne, dove il padre era stato minatore. E’ probabile che un gregge di pecore sia transitato tra il villaggio minerario di Colonna e Champorcher attraverso il Col Fenêtre, ma non sappiamo quante volte sia successo né esattamente in che direzione fosse diretto il gregge; Guglielmo lo ha messo in relazione, a distanza di settant’anni, con gli accadimenti successivi e, per esempio, del vettovagliamento in favore della banda partigiana di Pedro, operante a Champorcher, parla anche l’ing. Elter come segue: “Il 25 giugno 1944, unitamente al sig. Marchionni Luigi, capo servizio alla Miniera di Cogne, mi incontrai nell’alta valle di Champorcher con l’Avv. Artom, Commissario Civile della banda di Pedro, per concretare un servizio di informazioni e rifornimenti in favore di questa banda.”

Dei rifornimenti avrebbe potuto far parte un gregge di pecore? A questo proposito Piero Elter, uno dei figli di Franz,  tra i partigiani più giovani a Cogne – aveva solo sedici anni – esclude che del lavoro di approvvigionamento avesse fatto parte un gregge di pecore, doveva trattarsi – dice – di una macellazione per la mensa di Colonna: “Probabilmente si tratta di un gregge di pecore effettivamente comprate dalla COGNE (mi sembra nell’estate ’43 ma non ne sono sicuro) che venivano macellate per la mensa di Colonna. Non so se una parte di queste pecore sia finita davvero dai partigiani di Champorcher, ma mi sembra improbabile”.

Questa lunga premessa sulla testimonianza di Guglielmo è per sottolineare l’importanza delle testimonianze dirette per cercare di farsi un’idea dell’aria che altri hanno respirato. Franz Elter scrive di suo pugno in uno dei suoi brevi e concisi memoriali (cinque in tutto) di essersi preoccupato “fin dall’aprile del ’43” di accumulare esplosivi e altro materiale traendolo dai magazzini della COGNE. In parte per rifornire la banda Léxèrt che operava a Fenis, in parte per effettuare sabotaggi alle vie di comunicazione in vari punti della valle “ad alcuni dei quali partecipai io stesso”.

Ma buona parte del materiale era trasportato agli stabilimenti di Colonna (a 2500 mt di altitudine) con prudenza e a intervalli regolari. Sarebbe interessante ricostruire con esattezza questa parte della storia. Il 29 giugno, a pochi giorni dalla concretizzazione finale del piano, quando tutto ormai era pronto salì a Cogne un gruppo di militi tedeschi al comando del ten. Reitch allo scopo di presidiare la miniera timorosi di sabotaggi ai danni dell’industria bellica tedesca, a cui era ormai destinata la produzione della miniera di ferro Cogne.

Soltanto il giorno prima Elter e Marchionni si erano incontrati con “Mésard“ – il cap. degli alpini Cesare Ollietti – e altri membri della sua banda a Acque-fredde per definire l’immediata occupazione di Cogne tramite ferrovia, mediante il trenino del Drinc. Ciò che avvenne attiene al campo dell’imprevedibilità degli incontri e determinò quell’incredibile compromesso tra la dirigenza della COGNE (Elter) i tedeschi (ten. Reitch) e la Resistenza (Mésard), che si concretizzò nella Repubblica di Cogne.

Racconta Franz Elter nel suo memoriale: “…Senonché il 29 giugno, il Comando di piazza germanico di Aosta inviava a Cogne un presidio di gendarmeria a protezione della miniera. Feci allora presente al tenente Reitch, ufficiale germanico di sorveglianza presso la COGNE, che ritenevo questa misura nociva al buon andamento della miniera in quanto che gli operai e la popolazione vedevano in ciò l’intenzione di una deportazione degli uomini in Germania e sarebbero state da prevedersi delle diserzioni dal lavoro. L’ufficiale si persuase facilmente del mio punto di vista e a sua volta persuase il comando di piazza a ritirare il presidio, ciò che avvenne il 1° luglio 1944.”

Più di un documento descrive questo episodio. Lo stile è scarno, essenziale e privo di enfasi, ma pieno di implicazioni interessanti. Intanto la persuasione: come poteva un ufficiale tedesco persuadersi facilmente se non perché già personalmente in qualche misura persuaso? Reitch, pare, era un militare tedesco, ma non era un nazista, non era un uomo violento e certamente Elter consapevole della prossima occupazione dovette trovare il modo e gli argomenti giusti per convincerlo a ritirarsi, mettendocela tutta.

Purtroppo di questo non c’è altra testimonianza oltre i suoi concisi memoriali, ma appare lecito immaginare un comune sentimento pacifista e un forte senso di responsabilità che li portò facilmente a un accordo. Poi si parla di fondato timore per le deportazioni di manodopera e materiale. Questo era stato annunciato dal regime dopo gli scioperi di febbraio assieme alla pena di morte per gli agitatori politici e i partecipanti ad azioni politiche o di sabotaggio, minaccia che conferma la fondatezza del timore. Vennero dunque i partigiani il 7 luglio, prendendo il trenino ad Acquefredde e raggiungendo Epinel e Molina.

Sempre Elter annota: “… Nella notte dal 6 al 7 luglio la valle di Cogne fu occupata dai partigiani che predisposero subito un forte posto di blocco al ponte di Chevril. Il ponte di Chevril fu subito minato ad opera di una squadra di minatori … “. Lo stesso ponte verrà fatto saltare il giorno della battaglia di Cogne – il 2 novembre 1944 – da un soldato tedesco disertore, entrato nelle file partigiane, che si chiamava Herzberg, insieme al giovanissimo partigiano Sergio Mancini , come si vedrà in seguito. Questo è il ricordo di Orsetta Elter, figlia di Franz: “Papà quel giorno era ad Aosta, come il solito, e ha avuto la felice intuizione di non fare la strada abituale per venire a Cogne, ma di passare per Gressan (allora nessuno ci passava in macchina). A Sarre, al bivio per Cogne, si è poi saputo che l’aspettavano per arrestarlo. La COGNE l’ha licenziato in tronco. Più tardi abbiamo saputo di una predica del vescovo di Aosta aspra nei confronti di papà e della taglia di un milione posta sopra la sua testa.” (Orsetta Elter, Memorie, F.lli Pozzo Editore).

Il sig. Cristofori era capo servizio amministrativo delle miniere ad Aosta e mantenne attivo un servizio di telefonia con gli uffici di Cogne, che permetteva a Elter e perciò ai partigiani di essere costantemente informato. Telefonista a Cogne era Aurora Martinetto, che avrebbe poi sposato  Maina, impiegato alla COGNE e attivista comunista; racconta di aver pagato, dopo la guerra, assieme a suo marito, le posizioni prese allora. Sul suo ruolo al telefono ha sempre mantenuto  il riserbo imparato allora: “Dopo la battaglia di Cogne io avevo un fascista sempre vicino, a controllare il telefono. L’ufficio era sopra lo spaccio, vicino al laboratorio dei chimici per il controllo del minerale. Loro controllavano le telefonate e perciò il dottor Elter ha avuto dei problemi…” ( testimonianza di Aurora Martinetto). Cristofori fece sapere da Aosta che il tenente Reitch a seguito dell’occupazione intendeva attaccare militarmente con quindici uomini soltanto.

Elter allora, d’accordo con il Comando partigiano  invitò Reitch a salire a Cogne in “abiti civili” per rendersi conto di persona dei rischi di quell’intervento e garantì per la sua incolumità e per il suo ritorno ad Aosta. “Il tenente Reitch a mezzo dell’interprete sig. Ermanno Favre che era pure dei nostri e più tardi raggiunse il presidio di Cogne come partigiano, fu facilissimamente persuaso a non agire. Egli non domandava di meglio. Si presentò la sera stessa al nostro posto di blocco di Chevril in abito civile. Fu accompagnato a Cogne dove contemplò alquanto interdetto il perfetto apparato militare della piazza e l’abbondanza del vettovagliamento, manifestò apertamente la sua soddisfazione di non averci attaccato con le armi. Dopo essere stato abbondantemente rifocillato fu rimandato incolume ad Aosta…. Il mio scopo era di evitare un immediato conflitto armato in modo che il presidio partigiano di Cogne avesse tempo di organizzarsi e fortificarsi. L’esito di un tale conflitto sarebbe indubbiamente stato favorevole ai partigiani date le esigue forze di cui disponeva il Reitch e volevo evitare la probabile uccisione di questo ufficiale che si era sempre comportato da galantuomo. Era inoltre convenuto col comando dei partigiani, e più tardi fu pure convenuto col CLN regionale, che la miniera avrebbe continuato a funzionare con ritmo produttivo ridotto. Questa misura era infatti opportuna perché la miniera fosse regolarmente approvigionata di viveri e di esplosivi di cui avremmo potuto disporre sotto il mio controllo per l’alimentazione delle truppe partigiane e per uso bellico. Inoltre era necessario fornire minerale agli stabilimenti siderurgici di Aosta per scongiurare la probabile deportazione in massa di tutta la maestranza in caso di arresto della produzione.”

Segue

La Repubblica Partigiana di Cogne – 2 –

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L’accordo tra Elter, Reitch e il Comando partigiano fece di Cogne una zona franca.

A Cogne la miniera continuava a lavorare, a Cogne nessuno pativa la fame, si era al riparo dalle rappresaglie repubblichine e tedesche e i ragazzi di leva ebbero l’esonero dal servizio militare se assunti alla COGNE, i famoso "foglio di congedo illimitato" Roberto Nicco, storico  e studioso della Resistenza in Valle d’Aosta lo racconta così: “In seguito a questi accordi la Valle di Cogne diventa una delle zone più sicure di tutta la regione e si decide perciò di trasferirvi da Fenis, il 9 agosto, il Comando del sottosettore Alta e Media valle… Per alcuni mesi Cogne sarà il centro del movimento partigiano valdostano. Parecchi giovani renitenti accorrono ad ingrossarvi le file e gli antifascisti aostani individuati dalla polizia vi trovano un sicuro rifugio…” (Roberto Nicco, La resistenza in valle d’Aosta, Musumeci).

In paese, dopo poco più di un mese, dall’iniziale gruppo di trenta partigiani, si arrivò a più di quattrocento, provenienti da gruppi diversi o sopraggiunti  individualmente in quello che era diventato un porto franco e addirittura una Repubblica Partigiana, nell’Italia ancora fascista e occupata dall’esercito tedesco. La banda che aveva occupato Cogne per prima, era composta da gruppi di provenienza diversa al comando di tre ex ufficiali degli alpini: Vigo (Chantel), Biondo (Canova), Plik (Cavagnet). C’era poi un secondo gruppo, di comunisti "garibaldini", al comando di Dulo (Ourlaz) e di Giuliano Calosci ex operaio della COGNE, che portavano una fascia rossa sul braccio con ricamata la falce e il martello successivamente sostituito dalla stella rossa su fondo bianco e verde. Si erano installati in disparte, verso Sylvenoire, per non essere troppo invadenti. Ma uno di loro, il comandante Vigo, si era invece piazzato in albergo. Era un ragazzo prepotente e violento, che fu presto destituito. Poi era arrivato il gruppo della "Scuola degli Alpini" (reparto alpino della leva repubblichina, passato in blocco con i partigiani) al comando di Leo (Leo Garanzini). C’era poi il gruppo di Laurent Ottoz, Mario Ferina e Falco(Mario Bechaz), che aveva radunato partigiani molto validi, ma poco inclini ai grandi assembramenti e alla disciplina militare o all’appartenenza a partiti politici.

Infine gli "svizzeri". Questi erano arrivati in paese a gruppetti, rientrati clandestinamente in Italia ed erano ragazzi che,  avendo disertato l’esercito di Salò, si erano rifugiati in Svizzera, dove erano stati inquadrati dalle organizzazioni antifasciste e molti erano entrati nel partito comunista, e pertanto aderirono alle bande "garibaldine" Li organizzava tutti militarmente, se non politicamente, il Comandante Plik, il Maggiore degli Alpini Giuseppe Ferdinando Cavagnet, nativo di Cogne.

All’inizio i partigiani non possedevano mezzi di trasporto e, per le azioni in fondo valle, avevano addirittura usato la corriera regolare! Poi venne prelevato un camion, il famoso Trerò  guidato da Cino Glarey. Il camion partiva dalla piazza, carico di ragazzi armati che cantavano "Lassù sulle cime nevose", una bella canzone degli alpini, adottata dalla Resistenza. Su tutte si alzava la bella voce di Arturo Verraz, che poi perse la vita in un combattimento a Sarre. La banda della "Scuola degli Alpini" prese il suo nome, diventando "banda Arturo Verraz".

Uno degli "svizzeri", Ugo Pecchioli, era stato compagno di scuola di Giorgio Elter ; diventò dirigente nazionale del PCI nell’Italia liberata e del PDS poi: “Durante i primi giorni io, Ruggero Cominotti, Giorgio e Giulio Elter, Nello Corti e altri fummo ospiti dei frati a Martigny …Poi gli svizzeri ci misero nei campi di internamento…” (Ugo Pecchioli, Tra misteri e verità, Baldini & Castoldi).

Rientrati clandestinamente a Cogne,  presero parte all’occupazione partigiana di Cogne. “…arrivò a Cogne un reparto di alpini italiani del Btg. Aosta ricostituito dai repubblichini.  Il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) aveva consigliato loro di aderire e poi, appena equipaggiati e armati, di disertare e passare alla Resistenza.

Tra gli altri c’erano Giuseppe Cavagnet (Plik), Giulio Dolchi (Dudo), Armando Canova … Eravamo una settantina…”  (Ugo Pecchioli op.cit.) A Cogne transitarono persone in fuga, persone comuni e altre, che in seguito divennero note, come Giulio Einaudi e Nerio (Saverio Tutino) Gaddo (Gianfranco Sarfatti) Martin (Walter Fillak) o Sandro Pertini, c’erano famiglie intere di sfollati,  e alleati ex prigionieri dei tedeschi. Non tutti si salvarono. Nell’estate del ’45, di ritorno dalla Val d’Isère,  Grigia (Franco Berlanda) scoprì i resti dei corpi di trentadue inglesi, ex prigionieri dei tedeschi, che l’inverno precedente avevano tentato l’attraversata, ed erano rimasti sotto una valanga. Altri morirono per la fatica, o nei rastrellamenti.

Occorre ricordare il sacrificio di Lola (Aurora Vuillerminaz), moglie di Dulo (Giulio Ourlaz), che guidava i fuggiaschi attraverso i valichi alpini da e per la Francia e il 16 ottobre 1944 alla fine del suo ultimo viaggio, pare per una soffiata, fu bloccata a Villeneuve dai repubblichini e fucilata assieme ai suoi compagni di sventura. Prima si scusò con loro per non essere riuscita a portarli in salvo e gridò: "viva il comunismo!", e questo noi sappiamo dalla testimonianza di Raimondo Lazzari, che rimasto soltanto ferito si finse morto come nei film e fu soccorso dalla popolazione e ricondotto a Cogne.

Nella officina della miniera furono costruite armi.  Ne hanno parlato i due fratelli Carrara, Roberto Nicco, e lungamente Technical (Breuvé) ,allora diciottenne allievo della Scuola COGNE, trasferito da Fenis a Cogne per eseguire i disegni che avrebbero permesso ai tornitori dell’officina della COGNE di costruire i pezzi di ricambio degli sten; e molti altri: “A Cogne la maggior parte del personale della Miniera, collaborò attivamente con me per facilitare l’opera del Comando locale che divenne poi per un certo periodo di tempo il Comando generale della Valle d’Aosta. Citerò tra i più attivi, oltre al sig. Marchionni già nominato, il nostro medico dott. Alessio Ansermin e il sig. Antonio Arizio, che riuscì a fabbricare con la collaborazione del personale della nostra piccola officina alcuni mitragliatori sten di perfetto funzionamento, che meravigliarono e riscossero il plauso della Commissione Alleata che verso la metà di settembre venne dalla Francia a ispezionare le nostre posizioni; i signori Rodolfo Jeantet e Francesco David che si prodigarono per l’organizzazione logistica, il secondo essendo anche stato il primo Sindaco liberamente eletto del Comune di Cogne; il sig. Guado capo minatore impiegato come specialista in alcune azioni di sabotaggio.

Gli operai elettricisti si prestarono per eseguire il collegamento telefonico con tutti i posti avanzati. Il servizio di disciplina era assicurato regolarmente dai carabinieri che avevano aderito al movimento e fu perfino provveduto alla protezione dei pochi esemplari di stambecchi rimasti nel parco del Gran Paradiso, mediante un servizio di guardia caccia." (Franz Elter – memoriale  3).

“Viene attrezzata un’officina per riparare le armi, vi si costruiranno anche delle mine, denominate V2, e degli sten. Sono indette elezioni per la nomina dell’amministrazione comunale…” (R.Nicco, op.cit). “Alla COGNE si poteva costruire qualche Sten ma non le munizioni che erano molto scarse (alla battaglia della presa io avevo 6 caricatori!). Credo che in occasione della visita alleata sia stato concordato un lancio di armi. Pochi giorni dopo fui mandato con altri 5 partigiani a Peradza, dove dovevamo aspettare il lancio accendendo i classici tre fuochi a triangolo. Aspettammo inutilmente per una settimana! Gli alleati pensarono evidentemente che fosse meglio aspettare la fine di ottobre, quando ormai nevicava, per farci sapere che potevamo andare a prenderci le armi in Francia. A proposito del trasporto armi vorrei ricordare Gratton (ex portatore, morto di stenti dopo la guerra) che, sorpreso dai fascisti mentre cercava di tornare a Cogne, è stato deportato a Mathausen. (Una volta che gli avevo chiesto del campo di sterminio, mi aveva detto: “Il mangiare non era tanto buono!”)” (testimonianza di Piero Elter).

Il fratello di Aurora, Emilio Martinetto, classe 1919, entrato quasi bambino allo spaccio della COGNE, a servizio a casa Elter per qualche tempo, fu richiamato nel ‘40 alla dichiarazione di guerra e spedito in artiglieria di montagna sul Piccolo San Bernardo  e successivamente in Jugoslavia. Al ritorno entrò alla COGNE in officina, e ha sempre lavorato di precisione al tornio nel suo laboratorio. Era un uomo alto,  bellissimo, che ricordava Burt Lancaster. “…A Cogne c’erano pochi fascisti, come un certo Canu, che ha denunciato ai tedeschi dove nascondevamo le armi; noi costruivamo gli sten e i parabellum in officina, con la canna lunga così…Io lavoravo dalle cinque all’una, costruivo bombe da portare giù a St.Pierre;  facevamo una scanalatura larga un centimetro, che potesse disintegrarsi…L’avevamo provata su a Valnontey, era formidabile… Abbiamo avuto delle spie, sì. C’era Césarion del Bellevue e c’erano i fascisti da lui, e lui ascoltava tutto quello che dicevano; aveva fatto un buco in cantina e andava a ascoltare; ha rischiato grosso. Una signora (non dico il nome per rispetto dei famigliari) ha fatto la spia, lui andava a raccontarle tutto …I fascisti l’hanno mandato a chiamare: “Ci dicono che tu sei un rosso, un comunista.” E lui ha detto: “Ma cosa volete… la gente parla, solo perché sono uno che non va tanto in chiesa, fan che dire, che sono comunista! Non sono uno di chiesa, ecco tutto.” Così si è salvato…”.

Segue

La Repubblica Partigiana di Cogne – 3 –

E naturalmente c’era Dudo, quel Giulio Dolchi indimenticabile e esemplare, che tutti hanno conosciuto. Segretario del PCI e sindaco di Aosta, diventò anche Presidente del Consiglio e Presidente mondiale delle città gemellate dopo la guerra. A Cogne dirigeva la radio e apriva le trasmissioni con la celebre frase: “Puisque nous poussions dire demain notre parole”. Orsetta Elter aveva allora tredici anni: “…Lì alla sera c’era la trasmissione della radio.. Io mi arrampicavo da fuori sulla finestra e da lì vedevo e sentivo tutto. Pierino Vuillermoz faceva suonare una grossa campana delle mucche e poi Dudo, con la sua voce squillante diceva: “Allò, allò, ici radio Vallée d’Aoste libre, pour que nous pouissions dire demain notre parole. Soldati della Repubblica, la nostra vittoria è prossima e certa, ripetiamo, prossima e certa! Se volete salvare da condanna sicura la vostra vita, presentatevi armati ai nostri posti di blocco prima che sia troppo tardi”.

Pierino e Cretier cantavano Meleyie e qualche volta Montagnes valdotaines. Poi Pierino suonava di nuovo la campana e la trasmissione era finita… Avrei da raccontare un’infinità di eventi e di persone…I cecoslovacchi coi cavalli, la dolcezza di Plik, il sorriso di Dudo, la timidezza di Mario Bechaz, Ottoz coi suoi “ottoz uomoz”, il Biondo, Gaddo (Walter Fillak), Caracciolo che mi pareva vecchissimo e pieno di saggezza, il moschetto di Piero, che una volta mi ha prestato – scarico – perché gli avevo fatto il piacere di andargli a comprare delle pere; io ero andata in paese tutta gongolante con quel moschetto e Mihailovitch, che faceva il cuoco per i partigiani alla casa dei Francesi, mi aveva sgridata, aveva detto: “Non c’è niente di più brutto che bambini con le armi!”.

Furono indette libere elezioni, e per questo scopo vennero convocati i capifamiglia del paese, che elessero un sindaco, Francesco David. Venne stampato un giornale, il Patriota, che fu diretto da Giulio Einaudi e da Saverio Tutino. C’era anche una situazione molto conflittuale tra orientamenti politici diversi, che alimentò una discussione permanente, a tratti anche aspra, ma certo più vitale del lungo sonno armato fascista.

In paese, il privilegio degli esoneri dal servizio militare, il famoso Foglio di Congedo Illimitato, grazie alla Miniera e all’Acciaieria di Aosta, faceva sentire la guerra più lontana e questo sicuramente aveva contribuito al sentimento comune di fastidio se non di vera e propria diffidenza, degli abitanti, verso l’occupazione partigiana. In aggiunta al fatto che quattrocento persone in più, forestieri  e improduttivi, in un paese di duemila abitanti, aveva creato indubbiamente un  impatto pesante sulla comunità. I vari "gruppi" si erano infine installati nei vari alberghi. Il Comando in una Villa privata. Per tre mesi, nell’estate del ’44 il paese fu preso praticamente in ostaggio, mentre l’attività mineraria continuava la sua produzione.

Ben presto diminuirono le scorte, accumulate nei magazzini della miniera .  Perciò si dovette procedere a una serie di espropri, di latte, formaggio, carne, che venivano retribuiti, ma rimanevano comunque degli espropri. Questo soprattutto aveva aumentato l’ostilità verso i partigiani. Solo gli operai e i minatori simpatizzavano e collaboravano con loro, e i pochi abitanti che erano stati in guerra. E sapevano. Il 6 settembre morì Giorgio Elter durante un’azione al posto di blocco fascista del Pont Suaz. La banda Arturo Verraz prese il suo nome. Dopo settant’anni di relativa democrazia, di relativa libertà, è difficile comprendere l’enormità di ciò che accadeva a Cogne, un pezzetto di Italia liberata dalla dittatura, un paese “autogestito”, grazie alla risorsa della Miniera e alla lungimiranza  dei suoi dirigenti, grazie agli incontri del caso.

Un paese governato in modo democratico da persone di provenienze le più disparate sia a livello sociale, sia geografico, in prevalenza giovanissimi, con l’entusiasmo e la generosità dei vent’anni, nati e vissuti in regime dittatoriale sotto il fascismo, le famiglie – borghesi – degli sfollati, gli operai della miniera, accanto ai cogneins, che a quella miniera dovevano la propria salvezza, come era già avvenuto in passato, in quell’altra miracolosa stagione determinata dal dottor Grappein. E non bisogna dimenticare la partecipazione attiva delle donne nella Resistenza, una partecipazione senza precedenti. Tutto finì il 2 novembre con la famosa battaglia di Cogne. I partigiani erano poco equipaggiati.

Gli alleati avevano tardato molto a inviare i rifornimenti di armi e munizioni promessi (un ritardo intenzionale?). Certo quando i cogneins poterono organizzarsi per andare a prendere le armi in Francia si era già in ottobre e già cominciava a nevicare. Non solo partigiani e operai, ma la più parte della popolazione civile si organizzò in squadre per questo compito. Lo ricorda Attilio Burland, un cognein nato in Francia. A Parigi abitava nel 3°arrondissement in rue Brocard 119 , la cosiddetta “via dei Cogneins”: “…tra il 119 e il 121 eravamo cinquanta!”.

Venuto a Cogne per la prima volta a quindici anni e subito spedito a Colonna… Aveva lasciato la scuola a quattordici anni e aveva lavorato in una delle più importanti tipografie di Francia che si chiamava La Grave:  “Partivo da Parigi dove lavoravo in camicia bianca per venire a spostare delle benne a Colonna! Puoi ben immaginare… una differenza enorme!”. Da Colonna guardava il Monte Bianco sognando un giorno di ritornare a Parigi. “…Poi sono arrivati i partigiani. Nel momento vero e proprio dei partigiani di Cogneins non ce n’erano, perché i cogneins lavoravano; quando poi c’è stato bisogno, allora non si sono tirati indietro… Nell’autunno del ’44 c’era la neve, e bisognava andare a prendere le armi in Francia; avevano organizzato dei gruppi di portatori, che si sono poi scaglionati da qui alla val d’Isère. In quel momento in molti hanno dato una mano. Tutti i portatori erano di Cogne… C’era una squadra che andava in Valsavaranche, un’altra partiva da lì, da Pont e andava al Col di Galisia a prendere le armi e a portarle alla squadra che da Pont ritornava qui. C’era una rotazione…”

“L’organizzazione di cui parla Burland non è però entrata in funzione. Purtroppo i partigiani hanno dovuto sgomberare Cogne (soprattutto per l’esaurimento delle munizioni) prima dell’arrivo delle armi. Mario Bechaz mi raccontava che avevano incontrato la corvée fra il Nivolet e la Galisia e avevano deciso di andare egualmente in Francia pensando di poter ritornare rapidamente in Italia con le armi. Purtroppo non fu così perché i francesi li internarono appena arrivati in Francia. Solo pochi (fra cui Mario Bechaz) poterono tornare più tardi (inverno e primavera ’45) per azioni di commandos in Valle d’Aosta, mentre altri poterono raggiungere le valli piemontesi. Aggiungo ancora che oltre ai Cogneins erano andati in Francia anche molti partigiani che mancavano perciò al momento dell’attacco del 2 novembre, fra cui Dulo.(Giulio Ourlaz)” (testimonianza di Piero Elter). Si arrivò alla “battaglia di Cogne”; i nazifascisti che salirono per sgombrare Cogne il 2 novembre 1944 erano un migliaio ben armati. Erano favoriti da uno spesso nebbione e dalla neve. Data la differenza di mezzi e di uomini, i militi riuscirono a risalire la stretta vallata fino a Vieyes mentre i partigiani scelsero di attestare la difesa nel punto più stretto della strada, in località La Presa, circondata da alti bastioni di roccia. Allora quel tedesco disertore, Herzberg in bicicletta, scese fino al ponte di Chevril e lo fece saltare.

I resti del ponte di Chevril sono crollati nel dicembre 2010; fino ad allora erano  visibili, vicino a quello nuovo. Grazie a questa azione i nazifascisti dovettero abbandonare gli armamenti pesanti. Poco dopo, per un attimo si alzò la nebbia come una tenda. I partigiani attestati sui bastioni di roccia ebbero la visione nitida dell’esercito che stava avanzando lungo la gola e spararono, ininterrottamente, dalle 14,30 fino a sera. Durante la battaglia, durata tutto il giorno, solo un ragazzo della banda era stato leggermente ferito mentre i militi si erano ritirati velocemente lasciandosi dietro, zaini, armi, viveri e numerose vittime. Nonostante la vittoria, il Comando decise l’evacuazione con la certezza che il secondo attacco sarebbe stato fatale. Parte della popolazione civile di Cogne aveva già abbandonato le case dal mattino presto e la sera stessa una colonna di uomini e donne lasciò Cogne per una lunga marcia verso la Val d’Isère. “In qualità di Direttore della miniera della COGNE ho ritenuto mio dovere di resistere alle direttive collaborazioniste dall’8 settembre ’43 in poi. Ho agito dapprima con molta prudenza, perché un arresto improvviso della produzione mineraria avrebbe provocato probabilmente la graduale asportazione degli impianti e la deportazione della mano d’opera… Durante il periodo dell’occupazione di Cogne da parte delle truppe partigiane ho cercato di contribuire con tutte le mie forze perché queste fossero fornite di viveri dai magazzini della miniera, di esplosivi, di indumenti, eccetera. Fu anche iniziata con successo la fabbricazione di bombe ad alto potenziale e di fucili mitragliatori. Detti inoltre la mia collaborazione tecnica e partecipai ad atti di sabotaggio della ferrovia in fondo valle. Le interruzioni frequenti di ponti e della linea ferroviaria riuscirono opportune e solo una minima parte della produzione siderurgica di Aosta poté essere esportata mentre 40.000 tonnellate di acciaio rimasero sui piazzali di Aosta… Due dei miei figli hanno combattuto con l’esercito partigiano. Uno di essi cadde in combattimento il 6 settembre 1944 per la causa dell’umanità e della libertà della patria… (Franz Elter, memoriale numero due, n.p.). Nonostante il fine comune della Liberazione dal nazifascismo, il movimento partigiano della Resistenza non fu mai veramente unito e concorde, al contrario fu attraversato anche da momenti di confronto molto aspri e conflittuali. Il germe della società democratica pluralista stava prendendo vita così, tra le montagne.

fine

di David Irdani, – Deportazioni a Montelupo

Deportazioni a Montelupo
di David Irdani, 9-4-2006, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Il 4 Marzo 1944 ad Empoli l’adesione allo sciopero generale nazionale contro la guerra fu massiccia.
I lavoratori del vetro, le fiascaie e molti mezzadri della zona diedero vita ad una grande manifestazione per le vie della città di Empoli. La grande novità fu quella della presenza del mondo contadino che fino a quel momento era rimasto fuori dalle grandi battaglie sociali contro il fascismo. Inoltre ci fu l’appoggio politico e militare del CLN toscano che, con i molti partigiani armati, protesse il corteo per tutta la sua durata da eventuali repressioni squadriste.
Le autorità Tedesche e fasciste decisero di dare una risposta esemplare a questo "successo" popolare portando a termine nei giorni tra il 4 e 8 Marzo azioni di rastrellamento in tutta la zona.
A Montelupo Fiorentino le pattuglie della Guardia Nazionale Repubblicana e i Carabinieri entrarono verso mezzanotte del 7 Marzo per ricercare gli antifascisti comunisti, cattolici, ma anche quella piccola borghesia che si era espressa (anche se non radicalmente) contro il sistema fascista.

Furono arrestate 30 persone tra cui pochi con ruoli "politici" di opposizione al regime, ma molte persone con ruoli di riferimento per la popolazione come il medico di paese, il barbiere o l’impiegato dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Questo a rimarcare la "lezione" esemplare a tutta la comunità locale.

Gli arrestati il giorno seguente furono portati alla Stazione di S.M. Novella di Firenze per essere caricati su uno dei molti treni blindati verso Mauthausen.
Nove persone riuscirono per varie circostanze a non partire, ma per ventuno di loro il viaggio verso l’Austria e la sofferenza fu inevitabile. Solo quattro persone saranno liberate dal campo il 5 Maggio 1945.
Dalla testimonianza di Aldo Rovai, sopravvissuto a Mauthausen:
"Noi (…) non si era mai sentito parlare di questi campi (…).

Di fare quella fine non ci si aspettava, sennò quando eravamo in autobus per andare a Firenze si poteva tentare di scappare. Alcuni di noi volevano scappare, ma un’altra parte diceva, non abbiamo fatto niente al massimo ci porteranno a lavorare."

Paul Celan – Fuga di morte

Paul Celan

Fuga di morte

Negro latte dell’alba noi lo beviamo la sera

noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte

noi beviamo e beviamo

 noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto.

 Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive

 che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro.

 Margarete egli scrive

 egli s’erge sulla porta e le stelle lampeggiano egli aduna i mastini con un fischio

 con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra

 ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare.

 Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte

 noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo la sera

 noi beviamo e beviamo.

 Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive

 che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro.

 Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba

 nell’aria chi vi giace non sta stretto

 Egli grida puntate più fondo nel cuor della terra e voialtri cantate e suonate

 egli trae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri

 voi puntate più fondo le zappe e voi ancora suonate

 perché si deve ballare.

 Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte

 noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera

 noi beviamo e beviamo

 nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete

 i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi.

Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Mastro di Germania

 grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria

 così avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto.

 Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte

 noi ti beviamo al meriggio la morte è un Mastro di Germania

 noi ti beviamo la sera come al mattino noi beviamo e beviamo

 la morte è un Mastro di Germania il suo occhio è azzurro

 egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa

 nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete

 egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell’aria

 egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Mastro di Germania.

 I tuoi capelli d’oro Margarete,

 i tuoi capelli di cenere Sulamith.

Paul Celan – Schibbolet

Paul Celan

Schibbolet

Assieme alle mie pietre,
nutrite con il pianto
dietro le sbarre,
mi strascinarono
al centro del mercato,
là dove
si dispiega la bandiera
cui io non prestai giuramento.
Flauto,
doppio flauto della notte:
pensa all’oscuro
gemello rosseggiare
a Vienna e Madrid.
Metti a mezz’asta la tua bandiera,
memoria.
A mezz’asta
per oggi e per sempre.
Cuore:
fatti conoscere anche qui,
qui, al centro del mercato.
Gridalo, lo Schibboleth,
nella patria estraniata:
Febbraio. No pasaran.
Einhorn:
tu ben conosci le pietre,
ben conosci le acque,
vieni,
io ti porto laggiù,
ti porto alle voci
di Estremadura.

Anonimo – Sul suolo desolato – (Il Canto dei Deportati)

Anonimo

Sul suolo desolato
(Il Canto dei Deportati)
Fosco è il cielo sul lividore di paludi senza fin
Tutto intorno è già morto o muore per dar vita
[agli aguzzin
Sul suolo desolato con ritmo disperato zappiam!
Una rete spinosa serra il deserto in cui moriam
Non un fiore su questa terra, non un trillo in cielo
[udiam
Sul suolo desolato con ritmo disperato zappiam!
Suon di passi di spari e schianti, sentinelle notte e
[dì
Colpi, grida lamenti, pianti e la forca a chi fuggì!
Sul suolo desolato con ritmo disperato zappiam!
Pure un giorno la sospirata primavera tornerà
Libertà, libertà dorata nessun più ci toglierà.
Dai campi del dolore risorgerà l’amore doman!

Giovanni Baldini – La fine di “Tantana”

La fine di "Tantana"

di Giovanni Baldini, 19-3-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Questa storia si svolge nel comune di Quarrata (PT).

Il 15 giugno 1944 il partigiano pratese Ruggero Tonfani, detto "Tantana", era andato a ritirare delle armi nella zona fra Prato e Quarrata.

Era del tempo che Tantana veniva seguito dai fascisti e aveva già avuto degli "avvertimenti" per indurlo a cessare l’attività antifascista. In particolare poche sere prima era stato avvicinato in maniera amichevole da alcuni esponenti del fascio pratese in un tentativo di riparare a screzi avvenuti in passato.

Il 15 sera Tantana si accorse di essere seguito quando tornato alla bicicletta per rientrare a Prato la trovò con entrambe le ruote tagliate, cercò allora rifugio presso la casa di un conoscente in località Catena, nel comune di Quarrata.

Poco dopo venne raggiunto e ucciso da un gruppo di nazi-fascisti.

Nella lunga agonia che gli venne inflitta fu mutilato dei genitali e impiccato con del fil di ferro fuori da una finestra, poi venne arso insieme alla casa.

Fu imposto inoltre che il cadavere di Tantana rimanesse esposto sulle rovine a monito per gli altri partigiani, e così rimase fino a che un gerarca fascista di passaggio non lo fece rimuovere per motivi d’igiene pubblica.

Le modalità terrificanti di questo delitto preoccuparono i fascisti locali che si affrettarono a scaricare le responsabilità sui tedeschi, in realtà è poi stato appurato che il gruppo di sicari era composto anche da italiani, di alcuni di loro si conoscono anche i nomi.

La morte di Tantana ebbe un lungo strascico anche nei mesi successivi alla guerra. Il fratello di Ruggero, profondamente sconvolto, si mise implacabilmente a cercare vendetta e uccise alcuni esponenti delle vecchie gerarchie fasciste.

Il più delle volte però la vendetta cadde su personaggi fortemente compromessi col regime ma che non si erano macchiati di delitti gravi e che appunto per questo non erano fuggiti altrove.

Il fratello di Ruggero venne processato e imprigionato.

Anonimo – O Venezia

Anonimo
O Venezia

O Venezia che sei la più bella
e di Mantova tu sei la più forte:
gira l’acqua intorno alle porte,
sarà difficile poterla pigliar.

Un bel giorno, entrando in Venezia,
tutto il sangue scorreva per terra,
i soldati sul campo di guerra
e tutto il popolo gridava pietà.

O Venezia, ti vuoi maritare?
per marito ti daremo Ancona,
per corredo le chiavi di Roma
e per anello le onde del mar.