La Repubblica Partigiana di Cogne – 3 –

E naturalmente c’era Dudo, quel Giulio Dolchi indimenticabile e esemplare, che tutti hanno conosciuto. Segretario del PCI e sindaco di Aosta, diventò anche Presidente del Consiglio e Presidente mondiale delle città gemellate dopo la guerra. A Cogne dirigeva la radio e apriva le trasmissioni con la celebre frase: “Puisque nous poussions dire demain notre parole”. Orsetta Elter aveva allora tredici anni: “…Lì alla sera c’era la trasmissione della radio.. Io mi arrampicavo da fuori sulla finestra e da lì vedevo e sentivo tutto. Pierino Vuillermoz faceva suonare una grossa campana delle mucche e poi Dudo, con la sua voce squillante diceva: “Allò, allò, ici radio Vallée d’Aoste libre, pour que nous pouissions dire demain notre parole. Soldati della Repubblica, la nostra vittoria è prossima e certa, ripetiamo, prossima e certa! Se volete salvare da condanna sicura la vostra vita, presentatevi armati ai nostri posti di blocco prima che sia troppo tardi”.

Pierino e Cretier cantavano Meleyie e qualche volta Montagnes valdotaines. Poi Pierino suonava di nuovo la campana e la trasmissione era finita… Avrei da raccontare un’infinità di eventi e di persone…I cecoslovacchi coi cavalli, la dolcezza di Plik, il sorriso di Dudo, la timidezza di Mario Bechaz, Ottoz coi suoi “ottoz uomoz”, il Biondo, Gaddo (Walter Fillak), Caracciolo che mi pareva vecchissimo e pieno di saggezza, il moschetto di Piero, che una volta mi ha prestato – scarico – perché gli avevo fatto il piacere di andargli a comprare delle pere; io ero andata in paese tutta gongolante con quel moschetto e Mihailovitch, che faceva il cuoco per i partigiani alla casa dei Francesi, mi aveva sgridata, aveva detto: “Non c’è niente di più brutto che bambini con le armi!”.

Furono indette libere elezioni, e per questo scopo vennero convocati i capifamiglia del paese, che elessero un sindaco, Francesco David. Venne stampato un giornale, il Patriota, che fu diretto da Giulio Einaudi e da Saverio Tutino. C’era anche una situazione molto conflittuale tra orientamenti politici diversi, che alimentò una discussione permanente, a tratti anche aspra, ma certo più vitale del lungo sonno armato fascista.

In paese, il privilegio degli esoneri dal servizio militare, il famoso Foglio di Congedo Illimitato, grazie alla Miniera e all’Acciaieria di Aosta, faceva sentire la guerra più lontana e questo sicuramente aveva contribuito al sentimento comune di fastidio se non di vera e propria diffidenza, degli abitanti, verso l’occupazione partigiana. In aggiunta al fatto che quattrocento persone in più, forestieri  e improduttivi, in un paese di duemila abitanti, aveva creato indubbiamente un  impatto pesante sulla comunità. I vari "gruppi" si erano infine installati nei vari alberghi. Il Comando in una Villa privata. Per tre mesi, nell’estate del ’44 il paese fu preso praticamente in ostaggio, mentre l’attività mineraria continuava la sua produzione.

Ben presto diminuirono le scorte, accumulate nei magazzini della miniera .  Perciò si dovette procedere a una serie di espropri, di latte, formaggio, carne, che venivano retribuiti, ma rimanevano comunque degli espropri. Questo soprattutto aveva aumentato l’ostilità verso i partigiani. Solo gli operai e i minatori simpatizzavano e collaboravano con loro, e i pochi abitanti che erano stati in guerra. E sapevano. Il 6 settembre morì Giorgio Elter durante un’azione al posto di blocco fascista del Pont Suaz. La banda Arturo Verraz prese il suo nome. Dopo settant’anni di relativa democrazia, di relativa libertà, è difficile comprendere l’enormità di ciò che accadeva a Cogne, un pezzetto di Italia liberata dalla dittatura, un paese “autogestito”, grazie alla risorsa della Miniera e alla lungimiranza  dei suoi dirigenti, grazie agli incontri del caso.

Un paese governato in modo democratico da persone di provenienze le più disparate sia a livello sociale, sia geografico, in prevalenza giovanissimi, con l’entusiasmo e la generosità dei vent’anni, nati e vissuti in regime dittatoriale sotto il fascismo, le famiglie – borghesi – degli sfollati, gli operai della miniera, accanto ai cogneins, che a quella miniera dovevano la propria salvezza, come era già avvenuto in passato, in quell’altra miracolosa stagione determinata dal dottor Grappein. E non bisogna dimenticare la partecipazione attiva delle donne nella Resistenza, una partecipazione senza precedenti. Tutto finì il 2 novembre con la famosa battaglia di Cogne. I partigiani erano poco equipaggiati.

Gli alleati avevano tardato molto a inviare i rifornimenti di armi e munizioni promessi (un ritardo intenzionale?). Certo quando i cogneins poterono organizzarsi per andare a prendere le armi in Francia si era già in ottobre e già cominciava a nevicare. Non solo partigiani e operai, ma la più parte della popolazione civile si organizzò in squadre per questo compito. Lo ricorda Attilio Burland, un cognein nato in Francia. A Parigi abitava nel 3°arrondissement in rue Brocard 119 , la cosiddetta “via dei Cogneins”: “…tra il 119 e il 121 eravamo cinquanta!”.

Venuto a Cogne per la prima volta a quindici anni e subito spedito a Colonna… Aveva lasciato la scuola a quattordici anni e aveva lavorato in una delle più importanti tipografie di Francia che si chiamava La Grave:  “Partivo da Parigi dove lavoravo in camicia bianca per venire a spostare delle benne a Colonna! Puoi ben immaginare… una differenza enorme!”. Da Colonna guardava il Monte Bianco sognando un giorno di ritornare a Parigi. “…Poi sono arrivati i partigiani. Nel momento vero e proprio dei partigiani di Cogneins non ce n’erano, perché i cogneins lavoravano; quando poi c’è stato bisogno, allora non si sono tirati indietro… Nell’autunno del ’44 c’era la neve, e bisognava andare a prendere le armi in Francia; avevano organizzato dei gruppi di portatori, che si sono poi scaglionati da qui alla val d’Isère. In quel momento in molti hanno dato una mano. Tutti i portatori erano di Cogne… C’era una squadra che andava in Valsavaranche, un’altra partiva da lì, da Pont e andava al Col di Galisia a prendere le armi e a portarle alla squadra che da Pont ritornava qui. C’era una rotazione…”

“L’organizzazione di cui parla Burland non è però entrata in funzione. Purtroppo i partigiani hanno dovuto sgomberare Cogne (soprattutto per l’esaurimento delle munizioni) prima dell’arrivo delle armi. Mario Bechaz mi raccontava che avevano incontrato la corvée fra il Nivolet e la Galisia e avevano deciso di andare egualmente in Francia pensando di poter ritornare rapidamente in Italia con le armi. Purtroppo non fu così perché i francesi li internarono appena arrivati in Francia. Solo pochi (fra cui Mario Bechaz) poterono tornare più tardi (inverno e primavera ’45) per azioni di commandos in Valle d’Aosta, mentre altri poterono raggiungere le valli piemontesi. Aggiungo ancora che oltre ai Cogneins erano andati in Francia anche molti partigiani che mancavano perciò al momento dell’attacco del 2 novembre, fra cui Dulo.(Giulio Ourlaz)” (testimonianza di Piero Elter). Si arrivò alla “battaglia di Cogne”; i nazifascisti che salirono per sgombrare Cogne il 2 novembre 1944 erano un migliaio ben armati. Erano favoriti da uno spesso nebbione e dalla neve. Data la differenza di mezzi e di uomini, i militi riuscirono a risalire la stretta vallata fino a Vieyes mentre i partigiani scelsero di attestare la difesa nel punto più stretto della strada, in località La Presa, circondata da alti bastioni di roccia. Allora quel tedesco disertore, Herzberg in bicicletta, scese fino al ponte di Chevril e lo fece saltare.

I resti del ponte di Chevril sono crollati nel dicembre 2010; fino ad allora erano  visibili, vicino a quello nuovo. Grazie a questa azione i nazifascisti dovettero abbandonare gli armamenti pesanti. Poco dopo, per un attimo si alzò la nebbia come una tenda. I partigiani attestati sui bastioni di roccia ebbero la visione nitida dell’esercito che stava avanzando lungo la gola e spararono, ininterrottamente, dalle 14,30 fino a sera. Durante la battaglia, durata tutto il giorno, solo un ragazzo della banda era stato leggermente ferito mentre i militi si erano ritirati velocemente lasciandosi dietro, zaini, armi, viveri e numerose vittime. Nonostante la vittoria, il Comando decise l’evacuazione con la certezza che il secondo attacco sarebbe stato fatale. Parte della popolazione civile di Cogne aveva già abbandonato le case dal mattino presto e la sera stessa una colonna di uomini e donne lasciò Cogne per una lunga marcia verso la Val d’Isère. “In qualità di Direttore della miniera della COGNE ho ritenuto mio dovere di resistere alle direttive collaborazioniste dall’8 settembre ’43 in poi. Ho agito dapprima con molta prudenza, perché un arresto improvviso della produzione mineraria avrebbe provocato probabilmente la graduale asportazione degli impianti e la deportazione della mano d’opera… Durante il periodo dell’occupazione di Cogne da parte delle truppe partigiane ho cercato di contribuire con tutte le mie forze perché queste fossero fornite di viveri dai magazzini della miniera, di esplosivi, di indumenti, eccetera. Fu anche iniziata con successo la fabbricazione di bombe ad alto potenziale e di fucili mitragliatori. Detti inoltre la mia collaborazione tecnica e partecipai ad atti di sabotaggio della ferrovia in fondo valle. Le interruzioni frequenti di ponti e della linea ferroviaria riuscirono opportune e solo una minima parte della produzione siderurgica di Aosta poté essere esportata mentre 40.000 tonnellate di acciaio rimasero sui piazzali di Aosta… Due dei miei figli hanno combattuto con l’esercito partigiano. Uno di essi cadde in combattimento il 6 settembre 1944 per la causa dell’umanità e della libertà della patria… (Franz Elter, memoriale numero due, n.p.). Nonostante il fine comune della Liberazione dal nazifascismo, il movimento partigiano della Resistenza non fu mai veramente unito e concorde, al contrario fu attraversato anche da momenti di confronto molto aspri e conflittuali. Il germe della società democratica pluralista stava prendendo vita così, tra le montagne.

fine

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 22 aprile 2015, in Racconti partigiani con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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