Quando Francesco Curreli voleva andare in URSS a piedi da Algeri

I
Quando Francesco Curreli
voleva andare in URSS a piedi da Algeri

Si chiamava Francesco. Aveva un sogno. Era il progetto di un’esi­stenza ribelle che testardamente rifiutava l’ordine imposto in Europa dal nazifascismo.- Partendo a piedi da Algeri insieme ad altri due compagni di avventura, voleva arrivare in Unione Sovietica. Il suo sogno lo raccontava a Franco Calamandrei e Giorgio Labò nella villetta rifugio di piazza Bainsizza per stemperare la tensione durante le lunghe ore di attesa prima di un’azione. E ancora ne traeva coraggio e speranza. «Il compagno Francesco» è il titolo di un articolo che Franco Calamandrei ha pubblicato sulla rivista «Mercurio»’. Quel nome appare al lettore d’oggi sbiadito come le pagine della vecchia rivista: rischia di rimanere un nome senza volto, privo di memoria. Pochi sanno l’esistenza ribelle che quel nome ha incarnato. Un nome, un corpo, una vita, un sogno. P- qui che inizia il lavo­ro dello storico.
Nato ad Austis l’I 1 maggio 1903, Francesco Curreli abbandonata la scuola in seconda elementare, lavora­va come servo pastore 2. Vigilava e cu­stodiva le greggi in aperta campagna. Lunghe notti trascorse a difendersi dal freddo e dalla paura, ad ascoltare il sibilo del vento, gli ululati dei cani, a guardare le stelle e tracciare con la fantasia una scia luminosa che potesse prefigurare una via d’uscita da quella miserabile condizione. Erano notti in cui sentiva salire una rabbia feroce, un moto di ribellione che presto esplode­rà: quel cielo buio e spesso lui lo squar­ciava a denti stretti.
Aveva solo 17 anni quando veniva de­nunciato dai carabinieri di Oristano per rapina a mano armata commessa nel comune di Neoneli. Ricercato, fuggiva in Francia l’anno successivo veniva emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per rapina e de­nunciato per renitenza alla leva. Dal­la scheda riservata della Prefettura di Nuoro risulta che «con sentenza del 24-11-1923 fu assolto in istruttoria dall’imputazione per insufficienza di prove»; mentre nella Cartella Biogra­fica risulta che il 4-11-1925, con sen­tenza della Corte d’Assise di Oristano, veniva condannato in contumacia a quattro anni e otto mesi di reclusio­ne per rapina e lesioni. Una vicenda dunque controversa che il fascicolo del CPC non chiarisce definitivamen­te. Tuttavia, vi si possono già leggere le caratteristiche di una personalità ribelle e matura, pronta ad affrontare un’esistenza contando solo sulle pro­prie forze.
Arrestato a Menton in Francia men­tre cercava di rientrare in Italia, viene tradotto a Nuoro, dove il 16-8-1941 subisce un interrogatorio nella locale Questura. Nel verbale è raccontata, naturalmente in parte, la sua autobio­grafia di ribelle:
«Verso il 1920, all’età di diciassette anni, senza passaporto per l’estero, ma munito solo di passaporto per l’inter­no, mi recai a Ventimiglia per espatria­re a scopo di lavoro. Lì fui soccorso da una società umanitaria di cui non rammento il nome preciso, la quale mi munì di un lasciapassare. Mi fu così possibile entrare in Francia.
Lavorai tra il ’20 e il ’21 a Gardenne, nei pressi di Marsiglia, come minatore, poi mi trasferii in quest’ultima città, dove trovai lavoro presso i cantieri per la costruzione della galleria del Roda­no. Nel ’24 fui muratore a Valse-Les-­Bains e nel ’25 a Lione. Mi trasferii nel ’27 a Cannes dove lavorai fino al ’31, sempre da muratore. Nel ’31 passai in Algeria rimanendovi fino al giugno ’36, quando passai in Spagna.
In Spagna mi arruolai con le truppe rosse e mi trovai alle dipendenze della Divisione Lister: ero al 5° Reggimento Fanteria e partecipai alle battaglie at­torno a Madrid e nella Catalogna, alle foci dell’Ebro. Ero semplice soldato. Fui ricoverato per malattia nell’ospe­dale di Castellon de la Plana. Feci parte del Soccorso Rosso e della so­cietà CGT. Nel febbraio 1939, spinto in Francia dall’avanzata del generale banco, fui internato successivamen­te nei Campi di concentramento di ArgèIes (Pirenei Orientali), a Gurs Bassi Pirenei), infine a Vernet (Ariège) donde sono stato rimpatriato».
Francesco ammette l’ovvio. Sapeva be­issimo che la polizia era a conoscen­za dei suoi spostamenti tra Francia, Algeria e Spagna. Rinviato alla Com­missione Provinciale di Nuoro viene condannato a cinque anni di confino. Da scontare nella colonia penale di Ventotene
Dopo il -25/7/’43 si imbarca insieme ad altri antifascisti per Roma dove dopo l’8 settembre si arruola nei GAP Centrali per continuare la lotta jontro i nazifascisti. Durante i nove mesi dell’occupazione di Roma, face­va parte del GAP Centrale "Gastone Sozzi" comandato da "Cola", ovvero Franco Calamandrei. Insieme a Gior­gio Labò, l’artificiere dei GAP ,prima massacrato a via Tasso e poi fucilato a Forte Bravetta, vivevano in una villetta a piazza Bainsizza. Ricorda Franco Ca­lamandrei: «Sedevamo sui nostri letti, Francesco arrotolava per noi e per sé una sigaretta, io lo interrogavo, e la sua memoria, ritrosa ed un poco lenta, ma gremita e precisa, si sdipanava. Rac­contava di quando, ragazzo, portava a svernare le pecore al mare, e si nutriva di formaggio e di latte, del paese dei pescatori. Di quando, nella miniera, un caposquadra tirannico, altercando con lui, aveva tratto il coltello, ed egli rapido gli aveva spezzato il braccio con una bastonata.
Raccontava com’era stato il più velo­ce di tutti, in cima ai piloni dell’alta tensione, sul confine svizzero, nell’av­vitare i grossi isolatori di porcellana, lavorando a trenta metri dal suolo, stretto con le ginocchia alle sbarre, a testa all’ingiù. E come, a Lione, il suo picchetto di sciopero aveva precipitato giù dalle impalcature un crumiro. E come, ad Algeri, abbandonato il lavo­ro gli arabi portuali avevano buttato in acqua i sargos che venivano a sostitu­irli. Raccontava di Madrid, delle spie giustiziate, di una ragazza bellissima uccisa con un colpo alla nuca. Raccontava della guerra, di speranze e di de­lusioni, del concentramento al Vernet, di scorbuto e fame. Francesco raccon­tava, e negli occhi di Giorgio io vedevo la mia stessa sorpresa, sorpresa felice e invidiosa, dinanzi a quell’esistenza così guadagnata’». Francesco con la pro­fonda semplicità del ribelle parlava ai suoi compagni della vita e della morte. Ora il cielo di Roma aveva sostituito il cielo della Sardegna e della Spagna, e di nuovo era lì attento e silenzioso, pronto a sgretolarlo, sempre a denti stretti. Maria Teresa Regard racconta di quando in via Cola di Rienzo in­sieme a Francesco uccisero un fascista; di quando spararono a un tedesco in via Barberini e tentarono di far saltare un’autorimessa in via San Nicolò da Tolentino’. Rosario Bentivegna (Sasà) sull’attacco di via Rasella ricorda la presenza di Francesco che aveva l’ordi­ne di entrare in azione dopo la prima esplosione con un lancio di bombe a mano sui tedeschi: «Era un uomo me­raviglioso e modesto, asciutto e duro ma semplice e gentile come sanno es­serlo i sardi’». E ancora ricorda l’attac­co ad un corteo fascista. Poi, terminata la guerriglia urbana a Roma, i GAP fu­rono spostati in provincia in appoggio ai gruppi di partigiani. Francesco insieme a Sasà e Carla Capponi venne inviato nella zona di Palestrina: «Francesco cominciò a raccontarmi la sua vita e solo allora capii quanto avessi sbagliato a sottovalutarlo e quanto fosse prezioso un uomo come lui. La sua riservatezza, quel suo carattere modesto e l’aria decisa ma dolce, i modi semplici così diversi da quelli di noi giovani romani esuberanti e un po’ spacconi mi avevano dato un’impressione inesatta delle sue capacità’». Francesco era il più an­ziano e il più coriaceo tra i gappisti. Era un ribelle animato da un antifasci­smo istintivo; combatteva contro i so­prusi, le violenze, l’ottusità e la retorica di un potere fondato sul razzismo. Era un uomo d’azione schivo e silenzioso. A parlare era la sua paziente irrequie­tezza nel preparare un attacco, i suoi muscoli tesi nell’attesa, il suo corpo sa­ettante nel mezzo di un’azione di guerra, la forza mentale di chi sa che quella potrebbe essere l’ultima volta. Le più belle parole sul suo conto le ha scritte Franco Calamandrei: «Francesco era il più onesto di noi, il compagno miglio­re. In Roma liberata c’è stato per lui un posto di cuoco in una cucina militare francese. Lì ha sudato l’estate, e la not­te faceva il guardiano nella sede di una nostra sezione. Ora ha avuto il bigliet­to per la Sardegna, e mi ha salutato. Portava lo stesso vestito che il Soccorso Rosso gli dette quando arrivò dal con­fino. In più aveva soltanto un pacco di giornali e di opuscoli da distribuire al paese». Era arrivato a Roma in punta di piedi e se n’è andato in silenzio. Lui, il ribelle, la sua guerra l’aveva vinta.
Francesco nel dopoguerra lavora come guardiano nella sede centrale del Parti­to Comunista. Poi una lunga malattia e l’amputazione di una gamba lo co­stringeranno a vivere il resto dei suoi giorni su una sedia a rotelle.
Muore lunedì 27 marzo 1972. Ad Au­stin, al nome di Francesco Curreli sono state intitolate una via e la Biblioteca comunale.
NOTE
LE Calamandrei, Il compagno Francesco, «Mercurio», A.I, N.4, dicembre 1944, pp. 311-313.
2.Tutte le informazioni biografiche, i rapporti della polizia, l’autobiografia, se non diversamente indicato sono ripresi dal fascicolo personale di Francesco Curreli; ACS, CPC, fasc. Francesco Curreli, n. 126171, b. 1562.
3. E Calamandrei, cit..
4. M. T. Regard, Autobiografia 1924-2000, Milano, Franco Angeli, 2008, pp.37-38. S.R. Bentivegna, Achtung Banditen!Prima e dopo via Rasella, Milano, Mursia, 2004, p. 191.
6.R. Bentivegna, Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista, Torino, Einaudi, 2011, pp. 10-11.
Tratto da Patria Indipendente
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 30 aprile 2015, in Ricordi per non dimenticare con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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