Archivio mensile:luglio 2015

Massimo Rendina – I disertori tedeschi che aderirono alla Resistenza

Massimo Rendina

I disertori tedeschi che aderirono alla Resistenza

Ci sono molti vuoti da riempire nella storia della Guerra di Liberazione in Italia. Uno di questi riguarda la ricostruzione , oltremodo difficile, delle diserzioni di militari della Wehrmacht, soprattutto da parte di soldati e ufficiali che si unirono alle forze partigiane o, come accadde per il Freies Deutchland Bataillon -composto da disertori tedeschi, austriaci, cecoslovacchi-, formarono unità di guerriglia che combatterono contro le forze armate germaniche. (Il Freies Deutchland Bataillon operò assieme ai garibaldini delle divisioni Carnia e Val But a ridosso del confine con l’ Austria in Alto Adige e nel Bellunese. Aveva la base logistica nei pressi del Passo del Giramondo e quando, ai primi di maggio 1945, l’armata tedesca ultimò la ritirata dall’ Italia, premuta dagli Alleati e impegnata dai partigiani, prendendo la strada del Brennero, si spinse all’ interno della Carinzia cooperando con i servizi segreti britannici alla cattura di criminali nazisti.) La difficoltà delle ricerche deriva soprattutto dal fatto che chi partecipava alla guerra partigiana celava la propria identità, assumendo un nome fittizio (di "battaglia"), regola dovuta al fondato timore delle rappresaglie nei confronti dei famigliari. Per i disertori della Wehrmacht c’è inoltre da considerare la loro situazione particolare che investiva l’onore del reparto di appartenenza, per via di un tradimento inconcepibile nella tradizione militare, ragione che induceva i loro superiori a registrare la scomparsa come se fosse stata causata da fattori bellici. Quando ad esempio Rudolf Jacob -capitano della Marina del Reich- lascia il comando delle batterie costiere di La Spezia per far parte della brigata Garibaldi " Ugo Muccini" (eroe della Guerra di Spagna), che ha il comando vicino a Sarzana, viene segnalato come disperso, non come disertore. La stessa famiglia, caduto lui eroicamente nel corso di un’ azione partigiana, terrà nascosto il fatto per alcuni anni, accettandone il significato soltanto quando questo venne riconosciuto emblematico della Resistenza non solo italiana ma tedesca ed europea, e quindi tuttaltro che infamante, visto che la città natale di Jacobs, Brema, gli dedicherà una mostra documentaria , inaugurata il 9 febbraio 1990 nel centro civico "Gustav Heinemann" di Vegesack. D’ altra parte la moglie di Jacob venne a sapere il 17 febbraio 1957, dopo quasi vent’anni come era morto, e per quale causa, rintracciato il suo’ indirizzo ad Amburgo dall’allora sindaco di Sarzana (oggi presidente dell’ ANPI della città) Paolino Ranieri, già commissario politico della brigata "Muccini", nella quale appunto era l’ ufficiale tedesco, comandante di un distaccamento.

Figura davvero emblematica questa di Rudolf Jacob (rievocata nel 1985 da un lungo filmato di Ansano Giannarelli, per la RAI, sepolto nella cineteca e meritevole di riedizione). Nato a Brema il 26 aprile 1914, ufficiale della marina mercantile, era stato imbarcato per alcuni anni su navi da trasporto che collegavano tra loro i porti dell’ Oceano Indiano. Rientrato in Germania nel 1938 si laurea in ingegneria diventando un esperto di fortificazioni costiere. Chiamato sotto le armi, è capitano della Marina militare (più precisamente del Genio della Marina), dall’ autunno 1943 nell’ Italia occupata dai nazifascisti, impegnato, dai primi del ’44, a realizzare gli apprestamenti difensivi lungo la costa da La Spezia a Genova.( Kesserling temeva che in quella zona potessero avvenire sbarchi da parte degli angloamericani, nonostante le difficili condizioni orografiche e la scarsa dotazione di mezzi anfibi da parte del nemico, quasi tutti trasferiti dagli Alleati in Inghilterra per le operazioni in Normandia.)

L’ opposizione al nazismo è in Jacobs maturata da tempo. A causa di reazioni emotive, secondo noi, dovute più a motivazioni morali che politiche. Gli ripugnano le persecuzioni razziali (in Germania gli riuscì di mettere in salvo un ebreo che la Gestapo stava per arrestare), non sopporta il regime oppressivo, condanna le guerre di aggressione di Hitler. Secondo Pietro Galantini, "Federico", comandante della "Muccini", l’ufficiale tedesco che con il suo attendente gli chiese di essere arruolato tra i partigiani, il 3 settembre 1944, era un "militante comunista". Secondo altri era solo un patriota, combattente per la libertà, senza connotazioni ideologiche, spinto a contrastare con ogni mezzo la brutalità dell’ occupazione nazista e dei collaborazionisti, loro emuli in quanto a ferocia, i "marò" della X Mas – con una presenza consistente a La Spezia e nei comuni vicini- e i militi della Brigata Nera e della Guardia Nazionale Repoubblicana, acquartierati, questi, nell’ ex albergo Laurina di Sarzana.

La diserzione di Jacob era stata preceduta da suoi contatti con esponenti del CLN di La Spezia e da una serie di atti caritatevoli disapprovati dai suoi diretti superiori, per sfamare la popolazione civile. Aveva , inoltre, scoperto imbrogli da parte di collaboratori dell’ organizzazione Tot, preposta al reclutamento di lavoratori da adibire alle fortificazioni, e aveva denunciato i malfattori.

Una volta entrato a far parte dell’ unità partigiana con il nome di battaglia "Primo", Jacobs partecipa ad alcune azioni di contrasto al rastrellamento nazifascista sulle alture di Sarzana, condurrà l’ interrogatorio di un sottufficiale germanico caduto prigioniero, porterà a buon fine il trasferimento nella brigata di un gruppo di ex militari russi fuggiti da una campo di concentramento, organizzerà il colpo di mano contro i militi fascisti di Sarzana che gli costerà la vita. Con lui, l’ attendente, Paul, di cui non si conosce il vero nome (ferito, riuscirà a salvarsi, passate le linee finirà in un campo di prigionia dell’ esercito alleato, trattato alla pari di un nemico).

Singolari vicende quelle che contraddistinguono la guerra partigiana a Sarzana (ma simili ad altre svoltesi allo stesso modo in altri teatri della guerriglia). Militari tedeschi e militi fascisti si travestono da partigiani per ingannare e sopraffare i presidii dei patrioti, questi indossano i panni di fascisti e tedeschi per assaltare posti di blocco e apprestamenti nemici.

Lorenzo Vincenti ha ricostruito l’episodio in cui cadde Jacobs, mettendo anche a confronto il rapporto scritto sull’ episodio dal comandante del distaccamento fascista (conservato nell’ Archivio di Stato della Spezia) e la relazione del commissario politico della "Muccini" ( consultabile presso l’ istituto Beghi). Nel primo si afferma che tra i morti (due militi e un partigiano, in effetti i militi morti furono tre) era stato rinvenuto il cadavere di uno "sconosciuto", nella seconda è scritto:" in questa audacissima azione cadeva da eroe il tenente (grado corrispondente a comandante di distaccamento) Rudolf Jacob, capo pattuglia e nostro ottimo patriota".

Il fatto si era svolto il 3 novembre (1944). Jacobs aveva progettato il colpo di mano per l’ ora in cui i militi si sarebbero riuniti per il pasto serale. Aveva personalmente scelto gli uomini: l’ attendente, un ex militare russo, uno jugoslavo, sei italiani, tutti in uniforme tedesca, lui vestito da sottufficiale, la machine-pistole spianata. Chiesto al piantone di parlare con il comandante del presidio, e presentatosi questo (era il vice comandante, l’ altro a rapporto al comando della Guardia Repubblicana a La Spezia) appena fuori dalla porta d’ ingresso, Jacobs lo colpì con una raffica, ma gli si inceppò l’ arma. La reazione fu immediata. E’ certo -dalla descrizione- che non vi fu la sorpresa su cui si era contato. I partigiani dovettero ripiegare sotto il fuoco. Alcuni erano feriti, tra questi, come abbiamo detto l’attendente Paul. Ma lo sganciamento potè avere successo per la copertura di altri partigiani, che avevano tale compito. Il capitano della Marina germanica Rufolf Jacob, se fosse vissuto qualche mese ancora, sino alla Liberazione, avrebbe compiuto, il 26 aprile, trentun anni.

Da Patria Indipendente

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Cesare Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Cesare Pavese

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese – Tu non sai le colline

Cesare Pavese

Tu non sai le colline

Tu non sai le colline

dove si è sparso il sangue.

Tutti quanti fuggimmo

tutti quanti gettammo

l’arma e il nome. Una donna

ci guardava fuggire.

Uno solo di noi

si fermò a pugno chiuso,

vide il cielo vuoto,

chinò il capo e morì

sotto il muro, tacendo.

Ora è un cencio di sangue

e il suo nome. Una donna

ci aspetta alle colline.

9 novembre ’45

Beppe Milano – Ohi partigian, non pianger più

Beppe Milano

Ohi partigian, non pianger più
*

Canto l’armi pietose e il capitano
che mi passò la visita al distretto
voleva far di me un repubblicano
per farsi il cadreghino al gabinetto.

Ohi partigian non pianger più
*
se qui non c’è la mamma
tra pochi dì si cala al pian
la mamma ci sarà.

E allora noi partimmo per i monti
dove incontrammo un altro capitano
e lui ci chiese se eravamo pronti
a vivere l’ideale partigiano.
*

Ohi partigian non pianger più…

Nel quarto del cammin di nostra vita
ci ritrovammo un di sul pian d’la Tura
là basso al pian per noi era finita
ahi quant’al dir qual’era ahi cosa dura.
*

Ohi partigian non pianger più…

Chiediamo scusa se con frasi stolte
abbiam storpiato pure il padre Dante
la colpa è del bicchier che troppe volte
la bocca ci baciò tutto tremante.
*

Ohi partigian non pianger più…

Ernest Hemingway – Tutti gli eserciti sono uguali

 

Ernest Hemingway

 

Tutti gli eserciti sono uguali
Tutti gli eserciti sono uguali
È quel che sembra e non quel che vali
L’artiglieria fa il solito rumore
Attributo dei giovani è il valore
Stanchi sono gli occhi dei vecchi soldati
Gli rifilano le solite menzogne
Le mosche han sempre amato le carogne.

Bob Dylan – Blowin In The Wind

Bob Dylan

Blowin In The Wind

Quante strade deve percorrere un uomo

Prima che lo si possa chiamare uomo?

Sì, e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba

Prima che possa riposare nella sabbia?

Sì, e quante volte le palle di cannone dovranno volare

Prima che siano per sempre bandite?

La risposta, amico, sta soffiando nel vento

La risposta sta soffiando nel vento

*

Quante volte un uomo deve guardare verso l’alto

Prima che riesca a vedere il cielo?

Sì, e quante orecchie deve avere un uomo

Prima che possa ascoltare la gente piangere?

Sì, e quante morti ci vorranno perchè egli sappia

Che troppe persone sono morte?

La risposta, amico, sta soffiando nel vento

La risposta sta soffiando nel vento

*

Quanti anni può esistere una montagna

Prima di essere spazzata fino al mare?

Sì, e quanti anni la gente deve vivere

Prima che possa essere finalmente libera?

Sì, e quante volte un uomo può voltare la testa

Fingendo di non vedere?

La risposta, amico, sta soffiando nel vento

La risposta sta soffiando nel vento

Traduzione di Anonimo

Anonimo – O freedom (O libertà)

Anonimo
O freedom (O libertà)

Oh libertà, oh libertà,
oh libertà su di me;
e prima d’essere uno schiavo
sarò sepolto nella tomba
e andrò a casa del mio Signore ‘~
e sarò libero

*

Non più lamenti, non più lamenti
non più lamenti su di me;
e prima d’essere uno schiavo
sarò sepolto nella tomba
e andrò a casa del mio Signore
e sarò libero.

*
Ci sarà musica, ci sarà musica,
ci sarà musica su di me,
e prima d’essere uno schiavo
sarò sepolto nella tomba
e andrò a casa del mio Signore
e sarò libero.

antichissimo canto spirituale negro,

oggi ripreso dai sostenitori della lotta per  i diritti civili negli USA

Michele Calandri – Una città martire

Michele Calandri

Una città martire

(Boves, Cn)

La cittadina conta durante il Novecento circa 10.000 abitanti ed una popolazione, specie nelle frazioni montane, di una grande povertà, dedita perlopiù alla coltivazione di fazzoletti di terra ed ad un allevamento assolutamente insufficiente all’alimentazione famigliare. Di qui la ricerca di lavori per integrare i proventi magrissimi dell’agricoltura: molti i giornalieri, i muratori, le filandiere, le serve e folto il numero degli emigranti, tra i quali tanti stagionalmente in Francia.

Le guerre mietono vittime direttamente e indirettamente, cioè anche con le malattie cui sono soggette le popolazioni carenti per condizioni igieniche e alimentazione. Trecento i morti tra i combattenti della prima guerra mondiale. Nella seconda sono 149, ma altri si aggiungono nella guerra di liberazione: 86 civili, 58 partigiani e 6 fascisti. Si ripete il dramma dei paesi il cui reclutamento è sostanzialmente tra le truppe alpine e pesa la batosta della Russia e dei Balcani.

Boves è il simbolo della prima strage tedesca in Italia dopo l’armistizio: il 19 settembre sono 24 i morti lasciati sul terreno dalla rappresaglia della divisione SS tedesca Leibstandarte "Adolf Hitler" e 350 le case bruciate. Un secondo eccidio avviene durante il rastrellamento per debellare gli attivissimi partigiani "colpisti" della zona tra il 31 dicembre 1943 e il 3 gennaio 1944: un’altra volta il paese bruciato e 59 vittime tra civili e partigiani.

La Resistenza sarà poi condotta – a partire dall’estate 1944 – da una brigata garibaldina (la 177a) e da una gielle, la Brigata "Bisalta" portando Boves ad una elevatissima partecipazione della sua popolazione alla guerra di liberazione e, naturalmente, ad altri lutti. Per i non invidiabili primati nel numero delle vittime e nelle distruzioni la cittadina sarà insignita prima della medaglia d’oro al valor civile (consegnata nel 1961) e, poi, della medaglia d’oro al valor militare (consegnata nel 1963).

Oggi queste memorie sono conservate sul territorio bovesano e della sua valle Colla, sparsi di lapidi e di monumenti, nonché sotto il porticato del municipio (ricostruito di bel nuovo dopo l’incendio) ove sono custoditi lunghi elenchi di morti nelle "due guerre" (quella fascista e quella di liberazione), le motivazioni delle medaglie d’oro assegnate al paese, la topografia delle morti e delle distruzioni durante le due rappresaglie.

A tutto questo va aggiunta una istituzione di cui Boves ha voluto dotarsi nel.1984 per conservare il ricordo del recente passato, ripudiando per sempre la guerra: una scuola di pace che ha sede nei locali del vecchio municipio, ove, assieme a tanti cimeli è conservata una straordinaria testimonianza – unica nel suo genere – una mostra dei dipinti e dei disegni della maestra di allora di San Giacomo di Boves, Adriana Filippi, che visse tra i partigiani durante i "venti mesi". Tra le 150 opere (oli, pastelli, disegni) si trovano i ritratti di tutti – si può dure – gli uomini più significativi della guerra di liberazione in valle Colla e interessantissime scene di vita guerrigliera.

Boves è diventata in questi cinquant’anni meta di molte visite per questo suo passato. Per informazioni di carattere generale rivolgersi all’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo (tel. 0171-603636), per notizie più specifiche sulle visite e turismo culturale alla Scuola di Pace (tel. 0171-388227) o alla Biblioteca civica (tel. 0171-389337). Da Patria Indipendente