Mario Catulli – Gli orrori della guerra negli occhi di un bambino

Racconti
Patria Indipendente
pergamena libertà
Gli orrori della guerra negli occhi di un bambino
Mario Catulli
“L’an de la fam…”
«Mi ricordo come fosse adesso che cera la lumiera appesa su in cima alla finestra e che io ero buttato sulla banca di legno perché ero molto piccolo. Mia nonna era dietro che aggiustava qualche cosa e non diceva niente. Poi abbiamo sentito dietro la casa un gran fracasso di urli e tante parolacce dei soldati. Io tremavo come una foglia dalla paura… Poi mia nonna è venuta dentro tutta dessemeata e mi ha preso in braccio e mi stringeva forte. A sera i cannoni cominciarono a sparare che pareva che venissero giù i coppi della casa mio nonno diceva “Che inferno” e mia nonna piangeva e diceva “Pori fioi!”».
È inutile cercare un ordine cronologico nei ricordi che della grande guerra ha Giuseppe Boschett perché per lui la guerra è l’an de la fam
.
Quando scrive ha undici anni e lo fa solo perché la maestra Anna Maria Piccolotto glielo impone; anche se la nonna – Giuseppe vive con i nonni perché il papà è in guerra e la mamma balia a Genova – ha detto se la maestra non aveva altro da inventarsi…
La grafia è incerta e l’ortografia approssimativa, spesso scorretta, porta ancora le correzioni della maestra, ma le immagini, indelebili nell’animo, riaffiorano nitide, a partire dall’arrivo nel Triveneto da quelli che egli chiama tedeschi.
Riaffiora il ricordo di quando gli invasori, per l’approvvigionamento, rubano il porcello di Pietro Calvina e «il povero vecchio piangeva ma i tedeschi lo paravano indietro a spintoni e mia nonna diceva su ai tedeschi: Porchi di tedeschi e mio zio Silvio diceva Bruti vigliacchi; o quello di quando il soldato tedesco ha rubato la tromba di mio padre che era nascosta sotto il letto; o ancora quello dell’Ufficiale che si era impiantato nella camera dei miei genitori come se fosse sua e mi ha preso per un braccio e poi mi ha dato una pedata così forte che mi ha gettato su per il muro da quell’altra parte dell’entrata…»
.Ma è soprattutto quello della grande fame il ricordo più netto. «Noi a casa non avevamo più niente da mangiare e mia nonna mi prese per una mano perché voleva andare su la montagna a trovare la iera Iudita e su per la strada e su per la riva io ero stanco e dicevo a mia nonna: Ho tanta fame. Poi la iera Iudita ha preso un bastone e lo ha messo nella cagliera e ha tirato su una moregna di ortiche lesse. Le ho mangiate tutte che mi scottavo la bocca… Un giorno sono andato a trovare quell’altro mio nonno che era il padre di mia madre… Io andavo storto dalla fame. Mio nonno era lì che mescolava la polenta. Quando l’ha gettata fuori mio nonno ha preso un filo e ha tagliato giù una fetta per ognuno e anche a me ne ha dato una fetta grande come tutte due le mani. Poi mio nonno mi diceva “Va piano a mangiare”. Ma io mangiavo giù come un orco anche se era nera come il carbone. Io ne avrei mangiato non so quanta, ma mio nonno ha detto a tutti basta. Mia zia Catina diceva che quella polenta aveva dentro tante pavaiole e anche bigot, ma io non visto niente…».
Uniti nella sventura…
In quelle pagine di ricordi c’è spazio anche per cogliere alcuni aspetti umani della guerra perché Giuseppe capisce che anche l’invasore, vittima di una violenza che non conosce divise, può star male ed essere affamato.
Egli ricorda quel soldato che gli dava il rancio:
«Era così magro che si potevano contare tutti i ossi e aveva la faccia bianca come una camicia e i capelli tutti neri e era stufo che pareva che piangesse. Io guardavo la sua gavetta lui mi ha dato una mano e mi ha preso sul braccio, poi lui non ha più mangiato e mi ha dato tutto quello che c’era dentro. Dopo io andavo sempre su e lui a mangiare era sempre la e mi prendeva sul braccio e mi dava da mangiare e qualche volta un cucchiaio lo mangiava anche lui, ma anche quelli che occupano la stanza di zio Rocco: anche loro pativano la fam. Forse erano anche malati; come ricorda la nonna che “prega per quel tedesco morto…”»
.Poi la guerra finì «Io non so che giorno hanno finito la guerra ma mi ricordo che tutti gridavano come mati che è finita la guerra, perché si sentiva la musica giù. Poi sono tornati mio padre e mio zio Rocco. Poi è arrivato uno con una lettera e mia nonna la ha portata a mio nonno da leggere perché lui era più franco a leggere. Poi hanno parlato un poco e mia nonna si è messa a piangere così forte e disperata e mio nonno piangeva piano e dopo stava seduto vicino al fornello coi gomiti sopra e con la testa in mezzo ai pugni della mano. Quando nonna piangeva diceva sempre:
“El poro Bepi! Onde saralo? saralo viu? Saralo mort? saralo ferì? Ma il poro Bepi non è mai più tornato»
.
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 2 ottobre 2015 su Racconti partigiani. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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