«C’é Alfiero,c’è Alfiero» Walma Montemaggi

PATRIA INDIPENDENTE

pergamena libertà

«C’È ALFIERO, C’È ALFIERO»

Walma Montemaggi

L’attività partigiana si organizzava, intensificando gli attacchi al meglio delle proprie forze. Eravamo nel 1944. Nel Sud, gli Alleati si muovevano lentamente, preceduti dalle truppe coloniali. La guerra procedeva, passo dopo passo. In Toscana, la Resistenza si stava rafforzando: sui monti, gli iniziali nuclei di renitenti alle ordinanze di chiamata alle armi, affissi dalla Kommandantur , erano aumentati di numero e si erano riunificati, sotto la guida di comandanti militari e di commissari politici, designati dal CLN. Così, nascevano e si sviluppavano formazioni partigiane che conducevano rapide ed efficaci azioni militari sul territorio, tanto che il comando tedesco era costretto a distogliere truppe dal fronte per contenere questo pericolo. Le SAP (Squadre d’Azione Patriottica) operavano nelle fabbriche e nei centri urbani, con sabotaggi e diffusione della propaganda scritta. Le formazioni partigiane si erano insediate in località già conosciute in tempo di pace. Da noi, nell’Empolese, in primavera ed in autunno, era tradizione fare scampagnate nelle boscose colline di Botinaccio, oppure a Pietramarina, sul Montalbano.

Erano felici occasioni d’incontro. Si facevano cori e balli al suono delle fisarmoniche e la musica faceva da sottofondo allo sbocciare degli amori. La guerra aveva distrutto anche quei momenti, semplici ma felici. Per tanti nostri coetanei in divisa, alle “scampagnate” si erano sostituite le tragiche “campagne” di Russia, d’Africa, dei Balcani, dove in tanti sono rimasti sotto terra.

Sui monti di casa nostra, all’inizio del 1944, c’era anche mio fratello. Si era dato alla “macchia”, insieme con un’altra trentina di giovani: erano, per lo più, renitenti che non volevano andare a morire, combattendo a fianco dei “nazi” e dei “repubblichini”. Con

loro, erano partiti anche uomini più maturi: antifascisti, che avevano conosciuto persecuzioni e galera, dalla quale erano stati liberati solo dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943. La loro era stata una scelta coraggiosa, ma carica di incognite e noi stavamo in ansia. Prima di lasciarci, Alfiero aveva ben spiegato quali princìpi sostenevano la sua scelta e quella dei suoi compagni: «Battere il nazifascismo per poter poi ricostruire la democrazia, affinché nel nostro Paese niente più ostacolasse la libera circolazione delle idee e si affermasse, così, il valore della pace e della giustizia sociale». Ne ero rima-

sta affascinata e mi sentivo, solidale, al suo fianco.

Attorno ai partigiani ed alle SAP, si sviluppò un esteso movimento di sostegno, soprattutto fra le donne. C’erano organizzazioni come il “Fronte della Gioventù”, i “Gruppi di difesa della donna”, queste sigle venivano da noi pronunciate sottovoce ma con orgoglio e la consapevolezza di essere in tanti e organizzati ci dava il coraggio di ribellarci al nazifascismo e combatterlo concretamente, aiutando i patrioti che l’affrontavano con le armi.

Nel febbraio del 1944, una mattina all’alba, fummo svegliati da una nervosa scampanellata. Sentii il babbo affacciarsi alla finestra di camera e poi buttarsi per le scale per aprire la porta mentre, con voce fioca e concitata, ci avvertiva: «C’è Alfiero, c’è Alfiero». In un battibaleno, ci precipitammo ad abbracciarlo. Era smagrito, bagnato e pie-

no di escoriazioni. Facemmo a gara per aiutarlo, mentre lui era emozionato. Ci raccontava il drammatico ripiegamento della sua formazione per sfuggire ad un rastrellamento: un gruppo di loro, che si trovava alla quota più bassa, aveva dato l’allarme allorché si

era trovato a contatto con l’avanguardia dei “nazi”.

Il Comando partigiano, aveva ordinato di ripiegare, permettendo di uscirne senza morti e feriti ma solo pochi prigionieri. Il grosso della formazione si era sganciato, con le armi in pugno, gettandosi nelle folte macchie e tra le ginestre. Alfiero, prima di separarsi dai suoi compagni, si liberò del pastrano, dandolo al commissario politico che ne era privo. Per raggiungere casa nostra, si diresse verso l’Arno, di cui conosceva i guadi. Mentre si rifocillava ed era medicato, io andai ad Avane, dove sua moglie era sfollata, per informarla, e tornai a Pontorme con indumenti puliti per Alfiero. Nella tarda mattinata, lui si agghindò e, in bicicletta, si recò a prendere un caffè nel bar che era solito frequentare, cercando, poi, di ristabilire un contatto con il CLN.

Nei giorni che seguirono, i tedeschi portarono, nel nostro “giro”, uno dei giovani partigiani catturati, con l’intento di scoprire se dava segno di riconoscere qualcuno o di essere riconosciuto. Questa esibizione del “bandito” si risolse con una delusione per i nazifascisti, perché nessuno cadde nella provocazione ed il giovane prigioniero fu bravo a mantenere una pietrosa impassibilità. La lotta continuava. I superstiti della formazione si riorganizzarono sul Monte Ciliegio, aiutati dai nostri bravi contadini che fornivano loro viveri e preziosi rifugi notturni. Il 4 marzo 1944, il movimento antifascista organizzato promosse, nelle fabbriche, uno sciopero che ebbe un successo totale, così come l’ebbe la manifestazione contro la guerra, nel centro di Empoli, sostenuta dalle donne e che si svolse sotto la vigilanza dei nostri partigiani.

Quello stesso giorno, manifestazioni simili avvennero in tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi. Quelle coraggiose iniziative conquistarono grande consenso popolare alla nostra lotta, accelerando, così, la sconfitta del nazifascismo.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 24 ottobre 2015, in Racconti partigiani con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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