Testimonianze – Carlo Pecchioli

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Testimonianze

Carlo Pecchioli

lo l’8 Settembre 1943 ero militare e venni fatto prigioniero in Al­bania. I tedeschi ci disarmarono e chiesero chi voleva rimanere con loro. Un ragazzo di S. Donnino rimase con loro e non è più tornato. Noi attraversammo l’Albania a piedi. Treni lì non esistevano, fino a Bituli . Dopo 28 giorni arrivammo in un campo di concentramento e smistamento dove le grandi fabbriche belliche tedesche richiede­vano mano d’opera e da lì fui mandato in un piccolo campo di con­centramento dove si pernottava e il giorno si andava a lavorare.

II mio primo lavoro fu il carpentiere e lì cominciarono i guai per il mangiare; noi eravamo circa 300 e possiamo dire che circa 200 mo­rirono di fame e di stenti. Arrivammo lì a ridosso dell’inverno e lì l’in­verno è molto rigido, sempre 18-20 gradi sottozero. Quando torna­vamo dal lavoro affamati e stanchi, se qualcuno cadeva a terra, non potevamo soccorrerlo. Se ci provavi, ti arrivava un calcio di fucile in testa, e quell’uomo a quel punto potevamo considerarlo morto.

Quando andavamo a lavorare passavamo vicino a delle baracche dalle quali sentivamo arrivare delle urla strazianti. Poi venimmo a sa­pere che erano tutti prigionieri politici di tutte le nazionalità e il lavoro di questi disgraziati era quello di disinnescare gli ordigni inesplosi, con una magliettina e sopra la divisa a righe da galeotti a 20 sottozero.

lo quell’inverno mi infortunai e mi mandarono all’ospedale. Forse questa fu la mia salvezza perché venne bombardato anche il nostro campo visto che eravamo molto vicini alle industrie.

Anche questo ospedale fu bombardato e fui trasferito in un altro ospedale che più che altro era un centro di raccolta di feriti. C’era un medico russo e un infermiere slavo e loro facevano il possibile con i pochi mezzi a disposizione. Ero proprio di fronte alla sala operatoria e, per andare in bagno, passavo fra i morti. Nei pressi c’erano due barac­che piene di persone malate di tubercolosi e altre malattie infettive. Quando le andammo a visitare alla nostra vista le persone ripresero un po’ di fiducia, ma, quando poi si accorsero che eravamo disperati come loro, io pesavo 47 chili, ripiombarono nella loro disperazione.

Lì rimasi circa un mese e per fortuna guarii e da lì andai a lavorare in campagna in uno zuccherificio dove un vecchio ci aiutava e ci dava qualcosa da mangiare.

Un giorno, durante un bombardamento, eravamo andati a cercare un po’ di radicchio nei campi quando un tedesco mi urlò BUNKER BUNKER puntandomi la pistola e dandomi delle pedate. Pensai che mi avrebbe sparato senza pensarci, e invece fortunatamente non lo fece. La disperazione ci portava a pensare che, se fossimo stati colpi­ti, sarebbero finite le nostre sofferenze.

Poi piano piano uno si riattacca alla vita. Trovavamo bucce di pata­te e le facevamo bollite e poi, allontanandosi dal fronte, riuscivamo a trovare qualcosa di più da mangiare. Piano piano il fronte della guer­ra avanzava.

Una notte eravamo in un ovile con le pecore e sentivamo da una parte le cannonate degli americani e dall’altra cannonate dei tede­schi. Per sei giorni ci dettero zuppa di carote. Poi trovammo uno zuccherificio bombardato dove il calore aveva formato una specie di caramello e ne facemmo incetta.

I soldati che ci scortavano erano tutti vecchi. Stavamo camminan­do lungo un viale, quando di fronte a noi vedemmo venirci incontro una truppa tedesca nuova, tutti ragazzi di 13, 14 anni che andavano al fronte: quello che era rimasto degli uomini in Germania. Vedemmo passare degli aerei da ricognizione americani seguiti da bombardieri che aspettarono il nostro passaggio per poi cominciare a mitragliare quei ragazzi inesperti che si gettarono tutti lungo un fossato e le mi­tragliatrici li uccisero tutti. La guerra è spietata!

Eravamo nel Nord della Germania e, andando avanti, ci liberò una colonna motorizzata americana. Insieme a loro facemmo razzia di polli, maiali, conigli, visto che loro erano armati. Rimanemmo lì con gli americani circa un mese con una abbondanza di cibo da non cre­dere. Con loro legammo subito bene, mentre gli inglesi erano più freddi. Poi gli americani organizzarono il nostro ritorno in patria.

Ai giovani dico di impegnarsi per la pace per non ritrovarsi a come ci siamo ritrovati noi.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 13 novembre 2015, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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