Testimonianze – Don Sergio Baldini

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Testimonianze

Don Sergio Baldini

Fui ordinato sacerdote nel 1942 e fui inviato, come cappellano, a Brozzi in aiuto di don Adolfo Martini che aveva seri problemi di vista. Confesso candidamente che quando andai a Brozzi, mi risonava un vecchio detto toscano: "Brozzi, Peretola e Campi…" con quel che se­gue. Devo, con altrettanta sincerità ed onestà, riconoscere che mai avrei potuto trovare popolazione altrettanto buona e generosa.

La guerra la sentivamo solo per la restrizione dei viveri. Molte per­sone avevano la salute compromessa per la malnutrizione. Ricordo che furono mandati dei gruppi di ebrei a lavorare sulla strada che dalla canonica porta al padule e io li andavo a trovare facendo ami­cizia.

In quel periodo avevo l’abitudine di ascoltare clandestinamente Radio Fraricia Libera ed è stato proprio ascoltando che per primo a Brozzi ho saputo del 25 Luglio e delle dimissioni del Cavaliere Musso­lini da capo del Governo.

Venne l’armistizio dell’8 Settembre e la gente per le strade festeg­giava e mi ricordo le parole del pievano Martini che diceva: "Ve ne accorgerete tra poco." infatti i tedeschi cominciarono ad essere sem­pre più cattivi.

Da giorni non avevamo più notizie di Alessandro Bacci, un giova­ne di Brozzi. Non sapevamo se fosse stato sequestrato dai tedeschi o gli fosse successo qualcosa e fu per questo che il pievano Martini mi pregò di andare dal Cardinale Dalla Costa perché interessasse i suoi uffici per avere restituito il corpo, se fosse stato ucciso, o detto dove si trovasse, nel caso fosse ancora vivo.

Non sapevo che Firenze era in stretta emergenza e non ci si poteva entrare.

Riuscii ad arrivare nel centro ma era impossibile camminare nelle strade e passando tra viottoli e scavalcando muretti riuscii ad arrivare sui Viali di Circonvallazione. Volevo passare da mia madre per salutar­la e arrivato al Camposanto degli inglesi, da una terrazza un tedesco mi prese a fucilate. lo mi riparai dietro un albero e mi salvai.

Raggiunsi l’Ospedale Militare dove avevo delle conoscenze e ap­pena entrato la porta venne sforacchiata a fucilate. Chiesi subito come potevo fare per uscire ma tutti i mezzi erano stati requisiti dai tedeschi ed ero quasi rassegnato a rimanere lì.

Ma a Brozzi erano fuggiti: il maresciallo dei Carabinieri, il medico, il farmacista; erano rimasti senza nessuno ed avevo sentito i commenti piuttosto severi su queste fughe e io pensavo che mai avrei voluto essere accomunato nella condanna a questi transfughi.

Pensai quindi che, anche a costo di arrivare a Brozzi a piedi, sotto le bombe, avrei dovuto tentare di farcela. Per fortuna lì all’ospedale c’era il capitano Zalla che era un pezzo grosso del C.T.L.N. e da lui potei avere i gradi di tenente, la fascia della Croce Rossa e una credenziale e così uscii e mi misi in viaggio verso Brozzi.

Arrivato in via Baracca un gruppo di sentinelle tedesche mi venne incontro chiedendomi i documenti. Glieli diedi insieme ad una foto­grafia di persone di Brozzi scattata nella sala del pievano. Loro se la passavano e il loro atteggiamento era sempre più minaccioso e io mi dissi: "E’ giunta l’ora."

Ma devo dire "fortunatamente" in quel momento passò un aereo americano che lanciò alcune bombe: i tedeschi fuggirono e io ripresi la strada per Brozzi.

A Brozzi era cominciata l’emergenza stretta, tutti i giorni eravamo bombardati, cannoneggiati. Si può dire che non una sola casa era rimasta intatta e per le strade era un tappeto di vetri spezzati.

In passato era successo che i ragazzi che erano sempre da me una sera li vidi sparire e io pensavo chi sa quali birbonate avevano pensa­to di mettere insieme. Il giorno dopo il paese era invaso dalle scritte MORTE A MUSSOLINI – M IL FASCISMO e anche nella Casa del Fascio sotto il busto di Mussolini avevano scritto MORTE A MUSSOLINI.

La sera stessa venne da me il segretario politico fascista con due militi tutti armati con teschi, uccelli, pugnali e il segretario politico mi abbordò ingiungendomi: "Cappellano, lei vada a cancellare tutteleE scritte che ci sono nel paese." lo lo guardai e gli dissi: "Scusi, ma cosa gli è saltato in testa?" E lui mi fece: "Sì, perché i suoi ragazzi ieri sera si sono sguinzagliati in paese e hanno riempito il paese con scritte MORTE A MUSSOLIN lo risposi: "Quando le scriverò io, lei venga chiedermi di cancellarle, io non le ho scritte e io non le cancello, le faccia quel che vuole!’ Mi minacciò di deferirmi al tribunale speciale dicendomi che adesso lui doveva viaggiare sempre con la pistola, a che io risposi: Io sono una persona perbene e non ho bisogno d viaggiare con la pistola."

Avevamo tanti feriti ed eravamo riusciti a creare un ospedaletto nella Casa del Fascio dove portammo i nostri feriti.

Il farmacista se ne era andato. In tre o quattro andammo in far­macia, prelevammo dei medicinali e facemmo una nota ripromet­tendoci, a cose fatte, di pagare al farmacista le medicine (ammesso avesse avuto il coraggio di presentarci il conto). C’erano tanti feriti. lo fortunatamente avevo seguito un corso di medicina e di igiene tenu­to dal prof. Gerardo Mennonna, che mi è stato tanto utile e credo di avere salvato tante vite, anche se molti feriti, anche lievi, morivano, sembrava quasi che le pallottole fossero avvelenate.

Con i ragazzi, la mattina presto fra le quattro e le quattro e mezzo andavamo al cimitero a portare i morti. Era la mezz’ora in cui gli al­leati non ci bombardavano. Bisognava sbrigarsi. Successe, anche più volte, che le cannonate sventrassero anche i loculi gettandoci addos­so schegge di bare e ossa di morti.

Un giorno che ero a letto malato, mi vennero in camera quattro donne dicendomi che i tedeschi avevano preso i loro figli chieden­domi di andarli a liberare, come se fosse una fra le cose più facili e invece era la più difficile. A piedi mi recai al comando tedesco che era all’inizio del Viale dei Colli. Mi ricevette il comandante e gli chiesi di ri­lasciare quei quattro ragazzi. Lui mi rispose picche. A quel punto ebbi un’ispirazione (Dio mi perdonerà) e dissi una bugia: che per l’appun­to quei quattro ragazzi avevano dei fratelli in guerra che erano tutti prigionieri degli inglesi perciò che i tedeschi non fossero altrettanto cattivi e li lasciassero liberi; li riportai a casa tutti e quattro.

La bontà e la generosità del popolo di Brozzi si mostrò bene quan­do i tedeschi portarono un gruppo di prigionieri, in gran parte au­striaci, cecoslovacchi e delle regioni che la Germania aveva annes­so e i cui abitanti non se la sentivano di andare a combattere per la Germania. Furono presi come disertori, destinati ad essere fucilati e durante una sosta furono accantonati nel torrione. Chiesi di poterli visitare e mi fu concesso. Suggerii loro una preghiera e detti loro una assoluzione collettiva. Vidi che si segnarono e che quindi avevano capito. Poi chiesi all’ufficiale tedesco che aveva l’aspetto più di un can mastino che di un uomo, se potevo portare qualcosa ai prigionieri. Rispose di sì.

Fuori c’erano tante persone ad aspettare e dissi loro che potevamo portare qualcosa. In ogni casa si pativa la fame! E in men che non si dica riempirono ceste di pane, frutta, verdura, uova, perché io le des­si a quei poveri prigionieri.

Un grosso problema era quello dell’approvvigionamento dei vive­ri. Mi servivo dei ragazzi che andavano a tagliare il grano con le forbi­ci e lo portavano alla popolazione. Le donne sfregandolo fra le mani "battevano" il grano, che veniva poi macinato nei macinini da caffè, e così si facevano delle focaccette per sopravvivere.

Arrivammo così agli ultimi giorni dell’emergenza senza più vive­ri e medicinali. Alcuni brozzesi riuscirono ad attraversare l’Arno per avvertire gli alleati che non c’erano più tedeschi da bombardare. C’erano rimasti solo cinque tedeschi con un cannoncino che da S. Donnino sparavano sette o otto colpi. Poi mentre il cannoncino si raffreddava, arrivavano verso Brozzi, sparavano altrettanti colpi. Poi si spostavano verso la Sala e risparavano. Poi si spostavano verso Pe­triolo e risparavano ancora. Poi si spostavano al bivio tra via Baracca e via Pistoiese e risparavano. Questo sistema dava l’impressione che ancora ci fosse uno schieramento nutrito di tedeschi.

Lo fecero presente agli americani che risposero: "Mandate via i cin­que tedeschi e noi verremo da voi." Facemmo una riunione di perso­ne e decidemmo che bisognava mandare via questi cinque tedeschi. Furono dissepolti i fucili che erano stati sotterrati negli orti e fissam­mo per il giorno dopo, a mezzogiorno, che saremmo tutti usciti nelle strade sparando. E così a Peretola tutti uscirono dalle case e comin­ciarono a sparare. Dei cinque tedeschi, quattro, vista la malaparata, scapparono; uno alzò le mani e venne a consegnarsi prigioniero.

Furono avvertiti gli americani e dopo due giorni arrivarono. In pri­ma fila i neri che ci fecero una curiosa impressione. Eravamo abituati ai tedeschi tutti rigidi nel militarismo teutonico, invece questi neri erano tutti dinoccolati con i loro tegamini attaccati agli zaini, masti­canti gomma e bevendo cognac gridavano: "Ehi paisà! Ehi paisà!"

La liberazione era avvenuta e dopo arrivarono anche gli inglesi.

La gente che aveva tanto sofferto, tanto lottato, poteva rialzare la testa. La vita poteva ricominciare.

Ricordando questo passato, che è ancora tanto vivo nella memo­ria, non posso che formulare un augurio: "Caro popolo di Brozzi, per la tua bontà e generosità, che Dio ti benedica e tenga lontana ogni sventura."

Note

Elia Angelo Dalla Costa (Villaverla, 1872 – Firenze, 1961) cardinale e arcivescovo di Fi­renze dal 1931. Non si compromise con il fascismo, anzi, durante la storica visita di Adolf Hìtler a Firenze del 1938 fece lasciare le finestre del palazzo arcivescovile chiuse e non partecipò alle celebrazioni ufficiali. Durante la Seconda guerra mondiale si adoperò attivamente per salvare la sua diocesi dalle devastazioni belliche e per alleviare le sofferenze della popolazione e per proteggere gli ebrei fiorentini, i fuggiaschi e i deboli in generale

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 13 novembre 2015, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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