Testimonianze – Enzo Michelini

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Enzo Michelini*
La fine del fascismo fu improvvisa e colse un po’ tutti di sorpresa. Come usciti da un tunnel buio, quando all’improvviso la luce ci ab­baglia, così noi per qualche giorno si rimase inebetiti. Poi, almeno a me, prese una gran voglia di sapere, di conoscere, quello che fino ad allora ci era stato impedito.
Per prima cosa LA VERITA’ e le novità sulla situazione della guerra, sul pensiero di uomini, partiti e organizzazioni, soffocati fino ad allo­ra dal Regime.
La prima occasione che mi capitò fu di ascoltare, mi ricordo, in Piaz­za d’ Azeglio, un dibattito organizzato dal Partito d’Azionell. Come poi venni a contatto con persone di quella organizzazione, dopo tan­ti anni, proprio non lo rammento. Senz’altro fui presentato come un giovane affidabile da un vecchio socialista che abitava a Petriolo, il signor Barducci Brunello, padre di un mio amico, Silvano.
Nel frattempo a Peretola frequentavo anche altre amicizie, perso­ne che come me, cercavano novità di azione e di pensiero, fuori dal fascismo. E quando dopo l’8 settembre la situazione anche a Firen­ze si fece tragica con l’occupazione nazista, la prima preoccupazio­ne del gruppo che frequentavo fu di non restare inerti di fronte alla sopraffazione da parte dei tedeschi. Questi avevano ormai preso il potere e facevano prigionieri tutti i soldati sbandati dell’Esercito Ita­liano e quelli che per non farsi riconoscere, lasciata la divisa, si erano trasformati in civili.
Nel gruppo si diceva: se i tedeschi vengono a prenderci per portar­ci in Germania, dovranno trovare la nostra reazione armata. Urgeva dunque trovare delle armi. L’occasione capitò a me, ma a distanza di tanti anni non ricordo quali legami intessei per riuscire allo scopo.
Il fatto vero fu che un giorno ebbi una comunicazione da parte di una persona affiliata al Partito di Giustizia e Libertà` che mi indicava la sera del 23 novembre 1943 di trovarmi presso la torre antica, oggi viale Fratelli Rosselli, per trasportare delle armi presso il luogo che il mio gruppo aveva individuato, nel sottosuolo di una cabina elettrica a "Pesciolino", località tra Petriolo e Quaracchi, indicataci da uno del gruppo che abitava vicino.
All’ora fissata mi trovai alla torre dove già mi aspettava uno, seduto su una Millecento` nera: poche parole con lo sconosciuto, un uomo alto, asciutto, nome di battaglia, che tutti portavano nella clande­stinità: Max Boris*. Nell’auto erano sistemati una cassa di fucili 91 e diverse cassette di bombe a mano. Non ebbi tempo neppure di rendermene conto. Si partì subito. Era buio, s’imboccò via Ponte alle Mosse e, dopo il ponte, via Baracca che allora era fiancheggiata più da siepi che da case. Arrivati al bivio, allora praticato per raggiunge­re l’autostrada, vedemmo a distanza due militi che con la paletta in mano ci avvertirono di fermarci. Max Boris mi chiese: – Quanto manca al posto dove si devono depositare le armi? ‑
Feci: – Circa tre-quattrocento metri, prendendo a sinistra per la via (oggi) Pistoiese. ‑
Max Boris fece l’atto di ubbidire al comando, diminuendo la veloci­tà, ma, a pochi metri dal milite, ingranò la marcia e partì accelerando. Il milite fece appena in tempo a saltare indietro, mentre la macchina imboccò la via Pistoiese e, alla contrada che avevo indicato, svoltò e ci trovammo al luogo fissato dove gli amici, già avvisati, ci aiutarono a scaricare le armi e a depositarle nello scantinato della cabina elet­trica.
Il problema che si presentava per Max Boris era il ritorno a Firenze: non poteva certo ripercorrere via Baracca dove erano ancora appo­stati i due militi. Si incaricò di guidarlo per un’altra strada il signor Matteini (già legato all’ambiente cattolico e diversi anni dopo eletto deputato al Parlamento Italiano per la Democrazia Cristiana), per una strada stretta, via di Carraia, allora ancora sterrata e fiancheggiata da un fossetto. Sicuro adesso di conoscere la strada per Firenze, Max Boris fece scendere il signor Matteini che per il buio della sera tarda e per la strada stretta infilò con le gambe nel fossetto pieno d’acqua: la spedizione era riuscita, inconvenienti come quello capitato a Mat­teini allora ci sembrarono bazzecole.
Le armi rimasero in quel nascondiglio fino alla fine dell’agosto del 1944, quando, per comando del Comitato di Liberazione Nazionale che intanto si era formato, furono trasferite clandestinamente nel de­posito generale del Comitato stesso.
Quando a Firenze l’esercito tedesco fece saltare i ponti sull’Arno, fu fatto saltare anche il Ponte alle Mosse sul Mugnone, l’odierna via Ba­racca, oggi fitta di palazzi e molto trafficata, allora era costeggiata da siepi e per impedire lo scorrimento verso la città, fu completamen­te minata fino alla ferrovia, isolando di fatto Peretola dalla città. Nel contempo l’esercito tedesco aveva fatto evacuare la popolazione dai luoghi di S. Donnino e Brozzi, per cui nei paesi di Peretola e Petriolo si era concentrata una popolazione quasi doppia della precedente e ciò consentiva ai tedeschi di controllare meglio la zona. Per poter esser più sicuri sequestrarono 11 persone, le più in vista, e le alloggia­rono tutte insieme in una casa del paese. Se fosse successo qualche disordine ne avrebbero pagato le conseguenze gli 11 sequestrati.
Intanto le operazioni militari fra alleati e tedeschi si erano fermate: la SA Armata Americana si era attestata a sud dell’Arno; i tedeschi a nord si sentivano quasi sicuri, tanto che a difendere le posizioni avvano lasciato pochi soldati e un carro armato che di notte percorreva la strada principale del paese, si fermava all’ incrocio di una contrada, sparava una bordata verso l’Arno e ripartiva verso la prossima contrada, (non so in realtà quanto male facesse!)
Gli americani invece avevano più mezzi, tra cui una cicogna che volteggiava tranquilla sul paese di Peretola e dava indicazioni all’Armata Americana, infatti poco dopo partiva un cannoneggiamento verso l’autostrada Firenze-Mare, ultima strada di comunicazione per l’esercito tedesco. Ma le bombe il più delle volte colpivano le abita­zioni di Peretola facendo vittime fra la popolazione. Ci furono infatti circa 60 morti e 600 feriti.
Vista la situazione drammatica sofferta dai civili, il Comitato di Liberazione Nazionale ritenne opportuno creare una sorta di ospedale nella ex-casa del Fascio dove ricoverare i numerosi feriti rimasti sotto le macerie.
I bombardamenti non smettevano nonostante i rappresentanti del C.L.N. avessero nei mesi di luglio e agosto attraversato a guado l’Arno per informare i reparti della 5A Armata, che in paese non c’era­no che pochi tedeschi e che almeno smettessero di cannoneggiare sopra Peretola.
In una di queste circostanze anche mio fratello dodicenne il 7 ago­sto’44 rimase ferito, colpito dalle schegge di una granata che esplose proprio vicino alla nostra abitazione.
Con la ferita ancora aperta, lo trasportai all’ospedale occasionale e, solo dopo la liberazione, potei trasferirlo a Careggi portandolo su un carretto per via Baracca con un percorso a zig-zag tra le mine, segna­late dagli alleati con grossi cerchi bianchi.
Quando il 31 agosto fu deciso di uscire armati allo scoperto per far andare via gli ultimi tedeschi dal paese furono usati quei fucili, ancora nascosti nel deposito del C.L.N. e trasportati nella paglia o in stracci lungo la canna delle biciclette. L’ultima pattuglia rimasta, di non più di cinque soldati, era sistemata con una mitragliatrice alla stazione ferroviaria delle Cascine. li gruppo di partigiani si era atte­stato vicino al cimitero di Peretola, riparato dal cornicione che de­limitava la depressione scavata da anni dalle draghe per ricavarne sabbia. Pochi colpi di fucile convinsero la pattuglia tedesca a lasciare la posizione, ma per niente intimoriti si portarono sulla via principale, ,armati di mitragliatrice: nello scontro a fuoco rimase ucciso un giova­ne nella zona di Petriolo. Altri due ragazzi del Circolo Cattolico di Petriolo furono uccisi, perché cercando di entrare nel Cimitero, nell’atto di scavalcare il muro, furono visti e colpiti dalla pattuglia appostata alla Stazione delle Cascine. Tutto questo consentì finalmente alla pat­tuglia della 5A Armata Americana di attraversare l’Arno e di entrare nel paese di Peretola.
Era il 1° settembre del 1944.
Note
Appunti manoscritti lasciati alcuni mesi prima della morte (Agosto 2014).
Max Boris (Venezia 1913 – Firenze 2005), commerciante, esponente di primo piano del­la Resistenza toscana, fu membro del Comando militare del Partito d’Azione. Partigiano combattente, si distinse soprattutto per un’impresa memorabile: il recupero di un’ingente quantità di armi e munizioni sul Monte Giovi, nel Mugello, che gli alleati vi avevano paracadutato la notte del 14 febbraio 1944. Boris fu catturato con altri patrioti, portato a Villa Triste" e qui torturato, senza che i fascisti riuscissero a estorcergli informazioni. Deportato a Mauthausen, Boris riuscì a sopravvivere e, al suo ritorno in Italia dopo la liberazione, fu presidente del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 1 dicembre 2015, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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