Testimonianze – Giuliano Comparini

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Giuliano Comparini
lo sono Comparini Giuliano, nato il primo marzo del 1924. Antifa­scista perché il babbo era antifascista. Lui si è salvato sempre perché aveva tutte le sorelle maritate con dei fascisti della prim’ora, se no avrebbe fatto una fine brutta. Lui mi ha sempre detto: "La religione è l’oppio dei popoli." Questo almeno per me è vero.
Sicché siamo nati antifascisti.
lo a scuola non sono mai andato perché era come andare in pri­gione. Non era come ora. S’era in due in un banco e non si poteva nemmeno parlare. Era una schiavitù. Non s’andava nessuno volentie­ri a scuola. Anche i miei amici hanno fatto la seconda, la terza e poi hanno smesso. La libertà non si sapeva nemmeno cos’era.
S’andava sull’Arno a divertirsi. Ne ho prese tante dal mio babbo! Si beveva dalle polle laterali all’Arno!
Andai presto a lavorare dal mio zio, che era fabbro, in via Condotta. Era un elemento, mamma mia! Però si imparava il mestiere. Mi fece fare quattro fori per mettere due mensole. Poi me li fece murare e rifare accanto. Vi rendete conto cosa può voler dire per un ragazzo di dodici anni. Ma noi eravamo schiavi!
lo venni via ma il mio babbo voleva che andassi a lavorare. Andai a fare il mercato. Dalle sette la mattina a mezzogiorno lavoravo, poi ri­entravo al tocco [le una] e poi fino alle cinque. Tornava lui e mi diceva di accendere il fuoco. Ma io era dalle sette che lavoravo!
Durante la guerra in un primo momento si cercava il lavoro. C’era un droghiere dal quale ci si serviva che mi disse: "Perché non vieni con noi che ti si dà l’esonero? Si fai motorini di avviamento per gli aeroplani." Si andò e ci dettero l’esonero ma nel 1942 (quasi43) ce lo levarono.
lo e Piero Pecorini, un mio collega che era a lavorare da me, sic­come s’era del sindacato, si andò in Borgo degli Albini dove c’era il sindacato. Ci dissero: "Se non volete andare soldato, andate dai par­tigiani."
S’era ignari, non si sapeva niente dei partigiani nonostante che si
fosse antifascisti, ma si acconsentì. Ci mandarono a Panna, vicino al Passo della Futa. lo, questo Pecorini e altre cinque persone ci porta­rono a Punta di Fo’ ‘al Passo della Futa, dove ci doveva prendere una brigata emiliana che era più prossima.
Un freddo immenso! Un freddo da morire! Si pativa la fame aspet­tando questa brigata.
Pecorini disse: Io non resisto. lo vo a casa." "E’ la tua scelta, vai a casa ma stai attento perché se ti pigliano i tedeschi ti fanno fuori." Diciannove anni, capisci? Se ti trovavano non ti domandavano nulla, ti fucilavano. E qui successe il patatrac. Quelli della Todt ci chiesero se era morto un partigiano e ci mostrarono un cadavere sul ciglio di una fossa: era Pecorini crivellato di colpi di mitra. Tornando a casa trovò i tedeschi e, giovane a quella maniera, lo ritennero disertore. Nel posto non c’è né un cippo né una lapide che lo ricorda.
Vennero quindi a reclutarci ma, vi dico, un freddo! Era difficile la scelta se tornare a casa o rimanere lì. Quando si andò con questi par­tigiani si cominciò a mangiare qualcosa: patate per esempio.
Erano tutti spostamenti perché una base fissa non c’era. Mi ricordo che s’era in trentasei e questo che ci guidava ci portava di qui e di là.
Una volta ad un pastore i tedeschi volevano pigliare le pecore. Ci fu una spiata e così s’andò noi partigiani e si fece la battaglia. Del pa­store io poi non ho saputo più nulla ma quella azione si fece. I tede­schi erano dodici e morirono tutti, ma morirono anche sei partigiani. Si rimase in trenta.
Ci si spostava sempre perché i tedeschi c’erano e s’aveva paura. S’è patito tanta fame… mangiare l’erba lessa senza sale e senza olio…
Allora in quella zona erano tutti boschi, non come ora. Sono anda­to di recente a vedere dove è morto Pecorini, insieme alla mia cogna­ta e alla mia nipote.
Del rifornimento di cibo e compagnia bella se ne occupavano le
donne per il semplice fatto che le donne avevano un po’ di libertà. Se le fermavano i tedeschi rischiavano meno.
Non si può capire la paura che si aveva, eravamo giovani, inesperti e ignari.
Le donne ci hanno portato tante cose: messaggi, da mangiare. Gli uomini non potevano viaggiare di qua e di là perché se li trovava­no… Era pieno di tedeschi. Mi ricordo che entrarono per sbaglio in un campo minato lì alla Futa e ne morirono ventidue.
Con questa brigata (non aveva un nome, era dell’Emilia e quindi si chiamava "brigata emiliana") si operava al di là del passo della Futa, verso Firenzuola. Prima del passo invece c’era la brigata Garibaldi . Non s’aveva nessun nome di battaglia. Magari mi chiamavano Nino ma non saprei dire se era un nome di battaglia.
Il comandante era in gamba. Si chiamava Aleardo e aveva circa trent’anni. Le brigate ricevevano aiuti dagli alleati ma anche dagli Ita­liani, però noi ci si riforniva dalle brigate perché noi s’era un nucleo ristretto, un distaccamento.
Ci si spostava sempre e si è visto diverse morti di tedeschi e di civili
a Panna e a Firenzuola. I tedeschi cercavano sempre il cibo e quindi portavano via cavalli, buoi, maiali… I contadini si difendevano ma loro avevano le armi.
Tutta la popolazione più o meno era antifascista. C’era poca gente in quei paesi, ma quei pochi che c’erano erano tutti dalla parte nostra.
C’era il commissario politico` che ci dava gli ordini di spostamento e ci diceva a cosa stare attenti. Ma c’era anche il tempo della sosta in cui si parlava di politica e di cosa aveva fatto il fascismo. Ne ho passate tante e quindi un miglioramento lo volevo trovare. Eravamo
tutti consenzienti. Non eravamo figli di papà, ma tutti figli di operai, contadini e compagnia bella. Sicché nei momenti di sosta si diceva
che il fascismo andava buttato giù in maniera che non tornasse più. S’era tutti in buon armonia e così anche le altre brigate.
Riconosco che s’era un po’ troppo "proiettati", un po’ quello che ci avevano insegnato i genitori, un po’ aver visto le azioni che avevano fatto i tedeschi. lo poi avevo visto l’amico morire a quella maniera… Si diceva: "Quando si torna, si comanda noi!’ Si tornò e vinse la De­mocrazia Cristiana", ma almeno allora c’era il dialogo. Ora non c’è più nulla. Per questo dico, l’Italia si è fatta noi e questa gioventù di­sorientata la disfa.
Si seppe della liberazione della Toscana dalla brigata Garibaldi. La brigata emiliana andò quindi a Bologna e noi si disse: "Gli alleati sono a Firenze e noi si va a Firenze." E si venne a Firenze, dove però c’erano i cecchin i che ammazzarono una decina di persone dopo la liberazione. Intendevano di difendersi ma ormai erano bell’e persi. Ma non si facevano prigionieri. S’era arrivati ad un punto che s’era delle bestie, non s’era più uomini perché s’era visto troppe cose. C’era risentimento verso i tedeschi e i fascisti, soprattutto verso i fascisti.
Anche allora ebbi uno strizzone al cuore perché vidi un amico mio, un certo Aldo Borgenni, che fu fucilato al Campo di Marte perché aveva fatto la spia. Ma era un amico intimo. Non si sapevano certe cose. Si era antifascisti tutti perché i babbi ci avevano indirizzato ma si dormiva un po. non s’era come i ragazzi di oggi. Insomma lo vidi con un cartello "ho fatto la spia." Era stato la causa di quella retata su Lanciotto` nella quale ammazzarono un sacco di gente. Ma era giovane, poverino, a sentirlo dire: "Mi fucilano" mi si strinse il cuore.
Prima che lo pigliassero però lo avevo visto con dei rotoli di soldi, a regola glieli avevano dati i fascisti per fare quello che aveva fatto. Aveva diciotto anni, un anno meno di me. Fucilarlo per me fu uno sbaglio, ma io parlo da amico.
Ammazzarono anche un maresciallo dei Carabinieri che aveva col­laborato con i fascisti. Lo presero i partigiani e lo fucilarono. In quel periodo processi non se ne faceva.
Firenze era liberata ma di qua della ferrovia c’erano i tedeschi, mentre di là c’erano gli americani. Mi ricordo che si andò lungo l’Arno a inseguire i pochi tedeschi rimasti. Ne ammazzarono due vicino alla ferrovia alle Cascine. C’era il risentimento.
Dopo la liberazione, andavo al circolino a Novoli e lì ho saputo tut­to quello che era successo, chi era morto. Si facevano le riunioni, c’era la cellula de L’Unità", si facevano le feste de L’Unità…
Dopo la liberazione passai dal fosso macinante e vidi il Bertini, il fascista che era mio cugino, ma non me la sentii di denunciarlo.
Certo, pensando a quello che avevano fatto…, pensando al Pecori­ni…, io ce l’ho sempre qui questo mio amico. Vedere un amico così… bucato… perdeva sangue, sfigurato… quello mi ha impressionato forte.
Mi ricordo che al circolino c’era già un’organizzazione. Un certo Giacomelli era presidente e ci disse di portare lì tutte le armi che fu­rono nascoste. Mio fratello faceva la sponda. Era più giovane di me, allora aveva sedici anni, diciotto. lo e quelli che conoscevo si portaro­no tutte al circolino. Non furono date agli alleati.
Il momento bello fu quando tornai perché s’andava al circolino e s’era noi i padroni. Si comandava qualcosa. Il presidente diceva ai contadini di portare il latte per darlo alle donne e ai bambini. S’era organizzati dopo la guerra subito. Non c’era il piano Marshall che ci aiutava! Sono inezie di fronte alla guerra e a icché s’è patito. La gio­ventù oggi non può sapere cosa s’è patito…
Pensa che non saprei dire se vorrei tornare indietro o no. Ho passa­to una gioventù di merda, di sacrifici! Ti tornano in mente le cose…
che ci avevano dato i fucili che non ci entravano nemmeno le dita dal freddo che c’era. S’è patito il freddo da morire! La fame! Un uomo come me che mangiavo due chili e mezzo di pane al giorno insieme al mio fratello e al mio babbo, trovarsi a mangiare sottaceti e basta per tre giorni!
A parte il partigiano, abbiamo fatto tante lotte sindacali. lo sono sempre stato per il sindacato. Lavoravo per l’edilizia e ci mandavano a casa se pioveva e ci richiamavano quando smetteva. Si stava a casa anche quindici giorni senza lavorare e anche senza quattrini. S’è pati­to da partigiani ma s’è patito anche prima.
Quando s’era a lavorare all’aeroporto della NATO", dopoguerra su­bito, venne il maresciallo dei Carabinieri e chiese ad un compagno di lavoro: "Lei è Pratesi Giuseppe? Senta lei il cartellino con il suo nome bisognerebbe che se lo levasse perché qui è un aeroporto della NATO e lei non è desiderato." Questo aveva moglie e figli e ubbidì. Pensai che sarebbero venuti anche da me perché anch’io ero comunista. Dopo una decina di giorni infatti vennero: "Allora, Comparini, anche lei…" E io gli dissi: "Senta, io sono rappresentato nel Parlamento Ita­liano, sono incensurato, sono sul suolo italiano, io il cartellino non me lo levo. Domattina vo via. La mandi il colonnello a fare il lavoro che si fa noi." Non ne trovavano a tutti gli usci capaci di fare quella centrale. Mi disse: Va bene, lo farò presente." Poi non seppi più nulla. Stetti tre mesi ma il cartellino rimase.
Oggi è cambiato ogni cosa. Quello che non mi va giù è che un Partito Democratico, che credevo di estrema sinistra o sinistra che si metta contro la FIOM e la CGIL… l’articolo 18 non lo doveva tocca­re. Senza articolo 18 succede che nelle piccole aziende, è inutile dire che uno può far ricorso, quello va a casa e non torna più a lavorare se lo licenziano. Prima invece dovevano chiedere al sindacato se pote­vano licenziare uno.
Noi abbiamo fatto delle lotte non indifferenti: si è avuto il premio ferie, la mensa, la cassa edile. Addirittura chiamavano noi del Sindacato e ci chiedevano il nostro parere sui lavori da prendere. S’era con siderati qualcuno allora.
Alla gioventù dico di studiare, perché lo studio è una cosa necessaria però si devono anche adattare a tutto.

Note
  Lanciotto Ballerini, nato a Campi Bisenzio (Firenze) nel 1911, sergente maggiore di Fan­teria, Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria. Caduto in combattimento sui Monti della Calvana (Firenze) il 3 gennaio 1944.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 1 dicembre 2015, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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