Ilio Muralà – Ricordi

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Ricordi

Di Ilio Murala

Per me fu una scoperta straordinaria che si potesse ammazzare un uomo così Fino allora, le persone contro cui sparare erano dei bersagli di cartone, alle eserci­tazioni di tiro. Ma, quando vidi al­lontanarsi quel caporale, durante un rastrellamento, con quel vec­chio al seguito, rassegnato e muto, e udii poi lo sparo secco del mo­schetto, capii come era stato facile uccidere un essere umano, e come poteva esserlo anche per me, edu­cato in una buona famiglia borghe­se, timorata dì Dio e, fino allora, ri­spettoso della vita degli altri.

Il fatto accadde nella Iugosla­via occupata, ove ero stato de­stinato appena uscito da Mo­dena, e fu il primo caso di omicidio autorizzato, perché a dare quell’ordine era stato il mio comandante di battaglio­ne, un capitano di intelligenza vivace, ancora giovane, ma presto divenuto adulto, in quella guerra senza quartiere. Era il mio primo rastrellamen­to di partigiani, ed ero come un pulcino che, uscito dal­l’uovo guarda sbigottito attor­no a quello che succede. Ri­cordo nitidamente il fatto e gli attori: una strada polverosa, in un villaggio dalmatino; io in testa alla colonna affaticata del mio plotone e, al mio fianco, il ca­pitano ed un contadino, vecchio e dall’aria sperduta; l’unico essere umano rimasto fra quelle mura, che esibivano tutta la loro miseria e da cui tutti erano fuggiti, all’arri­vo dei bersaglieri, i "soldati galli­na", come venivano chiamati per via del piumetto.

Ricordo anche le parole del capita­no: «Imati partisana?», «Dove sono i partigiani?», e il vecchio «Nenia, nenia!» , «no, non ci sono! ». E che invece ci fossero, sino a poco prima, era palese, per i pennelli anco­ra umidi di sapone, trovati nelle case, che sicuramente appartene­vano a quegli stessi che la notte prima ci avevano teso un’imbosca­ta, con alcuni feriti. Perciò, l’uomo sapeva ma mentiva: questa la sua colpa. Ed ecco il capitano chiama­re a gran voce un caporale, che da quel momento ho sempre ritenuto il giustiziere. Costui uscì svelta­mente dalla fila, togliendosi il mo­schetto dalla spalla. Aveva già ca­pito. Non ebbe neppure bisogno di afferrare il vecchio per un braccio, perché bastò che gli indicasse con la mano una direzione, verso l’erba alta, che egli si era già avviato. Poi, il colpo secco del fucile; giustizia era fatta, in un mattino di un az­zurro accecante, profumato d’uva matura e dall’odore dol­ciastro dei fichi, che nessuno avrebbe più colto.

Il "giustiziere", al ritorno, non ebbe neppure un gesto di assenso verso il superiore. Si era trattato semplicemente di un’operazione di routine in una guerra che solo più tardi avrei definito "sporca".

A Modena non mi avevano detto nulla di quanto avrei tro­vato in quella terra, arsa dal sole, col mare color cobalto, dove parlavano la nostra stessa lin­gua. Ognuno di noi doveva impararlo per suo conto, come avevano fatto gli uomini del mio plotone, impassibili, sotto l’elmetto con le piume spellacchiate da anni di guerra.

Soldati per la maggior parte di estrazione contadina, che non era­no mai stati cattivi con gli altri, ri­spettosi e obbedienti coi superiori, e con una grande nostalgia di casa, ove i vecchi, come quello ucciso, attendevano da tempo immemora­bile al lavoro dei campi, durante la loro assenza. n

PATRIA INDIPENDENTE

9 SETTEM BRE 2002

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 4 dicembre 2015, in Racconti partigiani con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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