Walkiria Terradura – Le compagne partigiane del mio battaglione

Racconti

Patria Indipendenza

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Le Compagne Partigiane del mio battaglione:

Rosima

di Walkiria Terradura

Quando a Morena incontrai Rosina per la prima volta aveva appena compiuto vent’anni: fui impressionata dalla forza che emanava dal suo corpo grande e solido, ma fui soprattutto conquistata dalla sua allegria, dalle sue battute ispirate ad un umorismo facile, di cui era la prima a ridere sonoramente.

Tutte noi partigiane portavamo i pantaloni perché più caldi, più comodi e pratici, ma Rosina vi aveva rinunciato perché diceva che avrebbero attirato troppa attenzione sul suo gran sedere che aveva bisogno invece di essere ignorato: quindi indossava sempre una

veste ampia e diritta che a suo avviso le nascondeva ogni… esuberanza.

Io avevo invidia della sua forza e della sua salute che le permettevano di sopportare con disinvoltura fatiche e veglie, e solo a guardarla prendevo coscienza del mio fisico troppo esile e anche un po’ fragile.

Un giorno fui in grado di misurare appieno questa sua forza quando la vidi abbattere un vitello – insolitamente destinato alla nostra mensa partigiana – con un preciso pugno tra gli occhi: vidi la bestia barcollare e poi cadere ribaltandosi su un fianco, pronta per essere sgozzata, ed è certo che tale esibizione mi dette – e mi dà ancora – un vero sgomento.

Il suo zaino, durante i nostri ripetuti spostamenti, era sempre il più carico perché vi trasportava, oltre i suoi effetti personali e i caricatori di riserva, anche quanto poteva occorrere alla madre, con noi alla macchia, e anche tante erbe medicinali essiccate con le

quali, forte degli insegnamenti paterni, era solita curare tanti nostri piccoli malanni.

Spesso tornava dai paesini prossimi alla via Flaminia anche con alcune medicine tra le più conosciute e usate, quali aspirina e sciroppi, con armi e dinamite, ma soprattutto con vestiario pesante, specie per gli ex prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di con-

centramento dopo l’armistizio, i quali indossavano indumenti ormai inadatti al clima dell’inverno.

Quando Rosina appariva nelle aie con il suo grande zaino ricolmo, tutti i bambini le correvano incontro festosi perché ormai sapevano che esso conteneva, celate in qualche berretto o in qualche calza, tante caramelle di vari colori e sapori che solo da poco temo avevano visto e gustato, ed ella mi diceva poi la sua soddisfazione per essere riuscita a renderli felici con così poco.

Nei suoi giri clandestini era spesso riuscita a scovare anche qualche vecchio giocattolo, ma erano così pochi e i bambini così tanti che per non fare torti alla fine li metteva da parte e li guardava e li riguardava, forse memore dei suoi giochi infantili con una triste bambola di pezza.

Rosina aveva la dote della sincerità: non aveva alcuna remora di dire in faccia a coloro che non le piacevano, il perché della sua antipatia ed era facile condividere il suo modo di sentire che a tutta prima poteva sembrare troppo istintivo e settario, ma che aveva invece precise ragioni di essere.

Nutriva soprattutto una forte antipatia per i preti, perché – diceva – tutti quelli che aveva conosciuto li aveva scoperti falsi e conformisti, perché andavano a benedire, nelle sedi del Fascio e nelle Caserme, i gagliardetti e le bandiere che i soldati portavano poi sui fronti della nostra guerra di aggressione, perché maledivano il marxismo e coloro che ci credevano, perché incapaci di critica aperta e disinteressata e infine perché in gran parte beoni e manichei. Aggiungeva di averne conosciuto uno solo in gamba (certamente si riferiva a Don Giuseppe, parroco di Secchiano), sollecito e amante del prossimo, rispettoso delle idee altrui, ma che – anche e soprattutto perché aveva tali doti – era stato denunciato

dai fascisti ai tedeschi, catturato e portato a morire chi sa dove.

Rosina aveva gli stessi occhi grandi e vivi del padre e aveva la sua bontà e il suo meraviglioso ottimismo. Era sempre affettuosa e gentile, ma quando si arrabbiava per qualche seria ragione le sue bestemmie stavano alla pari, per colore e fantasia, con quelle del mio compagno di squadra Valentino Guerra, che avevo sempre considerato ineguagliabili. In breve furono conosciute da tutti e nei vari distaccamenti spesso si commentavano con divertita ironia e se ne plaudiva l’originalità.

Una sera fummo entrambe incaricate di portare un messaggio al Comando del IV battaglione i cui tre distaccamenti, se si eccettuano pochi altri stranieri, erano formati solamente da jugoslavi.

Durante il tragitto, dopo circa un’ora di cammino, ci ricordammo di non conoscere la parola d’ordine che ci avrebbe permesso di avvicinarci senza pericolo alle sue postazioni e ricordammo anche che gli jugoslavi, esperti di guerriglia, erano sempre in allerta e che sparavano anche alle ombre che in qualche modo gli apparissero sospette.

Il messaggio era urgente perché il Comando di Brigata aveva deciso, in seguito a improvvise informazioni, un’azione offensiva da effettuare intorno alle prime luci dell’alba per la quale si chiedeva anche la loro partecipazione, e quindi non avevamo davvero il

tempo di tornare indietro.

Quando fummo in vista del Comando qualcuno – dal buio – ordinò l’alt e chiese la parola d’ordine. Ci fermammo immediatamente, ma il brusco arresto, su quel sentiero impervio e pieno di sassi, sbilanciò Rosina che inciampò e cadde.

Mentre l’aiutavo a rimettersi in piedi, le sussurrai spaventata: «Cristo! ora ci sparano!» e Rosina mi rispose ad alta voce con una delle sue più colorite bestemmie.

Udimmo ridere di gusto e poi la stessa voce di prima gridare in tono diverso:

«Venire avanti. Capito, capito, figlia Panichi!».

Questo episodio è senz’altro indice della notorietà raggiunta dalle bestemmie della Rosina e dal suo modo di agire, sempre franco e istintivo, fuori da tutti gli schemi, che in breve

ne aveva fatto un personaggio conosciuto e amato.

Credo che avesse una simpatia amorosa per un partigiano di nome Marino e ne fui certa quando la vidi piangere nell’apprendere che era stato ferito durante un’azione. Le chiesi allora se ne fosse innamorata, ma mi rispose – ruvida – di pensare ai fatti miei. Considerata la confidenza che ci univa, rimasi sconcertata dalla sua brusca risposta.

Ora so che aveva ragione di non dire niente perché con il tempo ho imparato che i sentimenti d’amore sono un segreto prezioso da tenere chiuso dentro di noi, che anche le sole parole possono sciupare.

Non so che fine abbia fatto il suo amore per Marino, ma è ormai risaputo che il primo amore ha quasi sempre un seguito impossibile e credo che anche questo non abbia fatto eccezione.

Verso la fine di maggio Rosina si mise in cammino con il padre alla ricerca del fratello Carlo Leibnecht (1), scomparso durante l’ultimo rastrellamento tedesco mentre tentava di raggiungere, insieme ad un compagno, un’altura tenuta da alcuni partigiani polacchi.

Lo cercarono ovunque, sempre più disperati, anche nelle tombe più recenti, in quelle ancora senza né un’indicazione né un nome.

Infine alcuni contadini li guidarono verso un tumulo sotto il quale si diceva fossero stati sepolti due giovani fucilati dai tedeschi, subito dopo la loro cattura nei pressi dell’Alpe della

Luna.

Rimossa la poca terra che li ricopriva apparvero, per prime, le gambe dei due ragazzi. Sui piedi di uno di essi Rosina riconobbe le calze che lei stessa aveva confezionato con rimasugli di lana di varie tinte e ricordò che il fratello gliele aveva chieste in regalo

dicendole che quei colori così vividi lo avrebbero rallegrato ogni qualvolta vi avesse posato lo sguardo. Tremando e già quasi accecata dalle lacrime chiese ai contadini che l’accompagnavano di scoprire il volto di colui che le indossava.

No, non si era sbagliata: il ragazzo con le calze colorate era proprio suo fratello!

Lo chiamò, singhiozzando, con il tenero nomignolo con il quale in famiglia gli si rivolgevano da sempre: «Lelo, Lelo», mentre suo padre, vicino a lei, era rimasto muto, annientato dal

dolore. Infine qualcuno ricoprì quei due poveri corpi segnati dagli spari e Rosina mi

disse poi di ricordare di quei momenti terribili solo i colori di quelle calze che man mano aveva visto sparire sotto ogni nuova palata di terra.

Nei giorni che seguirono Rosina seppe trovare per il padre e per la madre le parole giuste per farli uscire dalla disperazione e – non so come – in breve seppe infondere in entrambi una nuova energia ed un nuovo coraggio.

Presto il rastrellamento del maggio divenne per tanti di noi solo un brutto ricordo e a giugno e in parte a luglio fummo tutti impegnati ad attaccare, lungo la via Tifernate e la Flaminia, il nemico in ritirata verso il Nord.

Rosina spesso fu ancora al mio fianco, in situazioni a volte comiche e a volte tragiche, ma non la udii più ridere ne profferire bestemmie, forse perché gioia ed ira – uno dei tanti binomi della vita – dentro di lei si erano spente per sempre!

(1) Così come Rosina si chiamava Rosa

Luxemburg Panichi, anche il fratello aveva il

nome di un altro martire socialista tedesco

 

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 4 dicembre 2015, in Racconti partigiani con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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