Gino Sarti 1944-’45: gli americani a Castel di Casio

pergamena libertà
RACCONTI
PATRIA INDIPENDENTE
Gino Sarti
1944-’45: gli americani a Castel di Casio
Arrivarono un Sulla Linea Gotica alle 4 mattino verso la fine di ottobre 1944: quattro carri Sherman US-M4A I, una cinquantina di soldati e una palla da rugby. Sistemarono i carri proprio sotto la torre medievale, spezzata a metà in senso verticale, coi cannoni da 75/40 rivolti a Nord.
Eravamo alloggiati nella ex casa del fascio e un ufficiale ci chiese con garbo una stanza da adibire a centrale di tiro. I quattro Sherman, infatti, venivano impiegati alla stregua di batteria semovente con il compito impossibile di neutralizzare un Nebelwerfen 41 che di
notte ogni tanto sputava sei razzi da 15 cm sulle posizioni alleate.
Questa Katiuscia in miniatura agiva sulla strada Labante-Castel d’Aiano. Trainata da un paio di vacche, dopo ogni salva veniva spostata rapidamente eludendo così il tiro di controbatteria. Durante il giorno il Nebelwerfen, accuratamente mascherato, sfuggiva al-
l’osservazione del minuscolo aereo disarmato L.A. Piper Cub Grasshopper, collegato in Rover David con l’artiglieria. Era temutissimo dai tedeschi perché, librandosi lentamente a bassa quota come un falco, segnalava qualsiasi situazione sospetta provocando l’immediato terrificante intervento dei cannoni, in gergo la cosiddetta “serenade”. Era così
noioso ed insistente da meritarsi dai soldati l’appellativo di mosca cavallina.
Rastelletti, di Riola, ed io stavamo osservando alcuni soldati intenti a trasportare dei cavi dalla centrale di tiro alle torrette dei carri armati, quando fummo avvicinati da un caporale il quale ci chiese se volevamo lavorare per lui. Muniti di picconi e badili ci recammo nel campo dietro la casa del fascio e qui il caporale con dei picchetti delimitò una grande elle sul prato erboso e ci invitò a scavare alla profondità di tre piedi. «A cosa potrà servire?» osservò sbuffando Rastelletti che era sergente maggiore, pilota da caccia.
Più di una volta mi aveva intrattenuto circa le sue beau geste alla guida del suo Macchi M.C. 200 Saetta che con i 503 Km di velocità avrebbe dovuto intercettare e possibilmente abbattere i veloci quadrimotori Short Stirling, irti di mitragliere, che a centinaia venivano
dall’Inghilterra a scaricare tonnellate di bombe su Torino e Genova,rientrando tranquillamente alle basi di partenza grazie ad una autonomia di 3.750 Km, sostituiti in seguito dagli ancora più potenti Halifax e Lancaster. Quasi 500 di questi quadrimotori la notte del 22 agosto 1943 piombarono su Milano sganciando 1.250 tonnellate di esplosivo, creando un principio di tempesta di fuoco con vento a 60 Km orari. «Potrebbe essere una postazione per mitragliatrici» azzardai, asciugandomi la fronte. «Impossibile, è larga 40 cm e profonda un metro,sarebbe forse adatta per i nani di un circo equestre non a dei soldati
americani» disse Rastelletti. Continuammo il lavoro con molto impegno e spesso il caporale ci ristorava con caldi gavettini di caffè solubile, cioccolato e the. Compiuta l’o-
pera restituimmo gli attrezzi e il caporale ci consegnò uno scatolone colmo di sigarette, caramelle Charms, Peppermint col buco, barattoli di meat and beans, meat and
vegetable stew, noodles and meat e altri con le scritte breakfast, dinner e supper oltre all’avvertimento che le zanzare provocano la malaria. Portammo il nostro sudato
bottino nella camera, al primo piano, il cui arredo era costituito da un paio di comodi molloni, da alcune coperte per affrontare le notti gelide e una tanica kaki già del DAK (Deutsches Africa Korps) con tanto di palma e svastica, per i piccoli bisogni notturni.
Intanto alcuni soldati stavano rizzando sul nostro scavo, eseguito con tanta cura, una grande tenda rotonda verde oliva. Altri soldati recavano strane casse che appoggiavano sulla fossa a elle e così finalmente capimmo: era la latrina del reparto. I carristi andavano a meditare in quel rifugio con i giornalini a fumetti stringendo in pugno i rotolini di carta igieni-
ca contenuti nell’astuccio di stagnola della Ration Type C – 8 Rations WT42, con tanto di mezzaluna nera impressa a fuoco sulla cassetta di legno, che faceva pensare al Marocco a Casablanca e invece era il marchio dei cooks, il Corpo dei cucinieri e panettieri del Quartier Generale.
Nella piazza, davanti alla mezza torre, altri si cimentavano con la palla ovale. Ogni tanto transitava un soldato con appeso al collo un plateau e distribuiva ai carristi chewing-gum, noccioline salate, biscotti e pacchetti di tabacco da masticare. lmprovvisamente un graduato emise alcuni sibili col fischietto e allora i carristi abbandonarono la palla ovale arrampicandosi sugli Sherman. I quattro cannoni si orientarono velocemente e giù sveglie che era un piacere a parte i vetri che andarono in briciole e i soffitti crollati. Dopo cinque minuti intorno ai carri troneggiava una montagna di bossoli fumanti.
Il giorno successivo giunse una cucina da campo seguita da una super-jeep carica di grosse scatole di cartone: ognuna conteneva un tacchino bell’e pronto da cuocere; re-
stava solo da tagliare le zampe e la testa. Un cuciniere si diede subito da fare con un robusto machete, ma spesso sbagliava la mira tagliando la coscia intera che andava ad accrescere il mucchio e i paesani, in crocchio, osservavano stupiti tanto spreco.
«To take, to take up» e il cuciniere indicava la congerie di zampe e teste. Dopo un istante di esitazione si avventarono come cornacchie e quella sera, dopo tante privazioni, molti
imbastirono una sostanziosa cenetta a base di brodo di tacchino americano.
Il sabato sera decidemmo di ballare nella spaziosa sala a pian terreno della casa del fascio. Trovammo una batteria, una fisarmonica ed un clarino, mi pare fosse gente del vicino ponte di Verzuno. Un americano chiese al batterista di eseguire St. Louis Blues March e la fisarmonica attaccò la Mazurka della Nonna e molti paesani, unendosi
al trio cantavano di gusto «…quando mio nonno, caporal di fanteria, stette quattro giorni in posa per mandare a Rosa la fotografia…».
L’americano girò i tacchi disgustato. Poi qualcuno fregò le sigarette dalla field jacket di un carrista, posata sopra a una sedia, mentre il proprietario, alle prese con una polka, stava arrancando in mezzo alla sala aggrappato ad una forosetta. Chiusero e piantonarono i
portoni e cominciarono a distribuire botte da orbi. Presi una pacca in un orecchio che mi fece rintronare il cervello per mezz’ora, ma in compenso avevo salvato il naso. Le
ragazze, non aduse agli imprevisti del saloon, urlavano terrorizzate. Il soldato amante della musica blues raggiunse gli orchestrali, ma questa volta sfondò con un calcio la grancassa della batteria, spezzò in due il clarino e si accanì sulla fisarmonica, invano protetta dal giovane virtuoso.
Intanto un gruppetto di carristi dissidenti si stava organizzando in un angolo della sala e quindi partì alla carica. Allora riuscimmo ad aprire i portoni per far defluire i civili e ci
ritirammo al primo piano a goderci lo spettacolo dalle finestre. Si picchiarono sino a notte tarda e gli sganascioni facevano compiere alle sigarette appena accese splendide traiettorie nel buio della piazza. Il mattino seguente si presentò una delegazione a chiederci scusa, erano tutti più o meno pesti. Tuttavia nessuno propose di indennizzare i
malcapitati musicanti, rei di non conoscere le perle del Maggiore Glenn Miller direttore dell’orchestra dell’Aeronautica Militare Americana, che dall’Inghilterra, attraverso i microfoni della radio, portava alle truppe combattenti, con la sua musica colma di swing, un po’ d’aria di casa.
Il 16 dicembre la morte lo avrebbe atteso pazientemente nel cielo di Normandia a bordo del fragile monomotore Norseman diretto a Parigi, dove i cento elementi della sua
prestigiosa orchestra erano pronti al cenno della sua bacchetta magica, per festeggiare il Capodanno 1945. Quella stessa notte il Feldmarschall Model sfondava alle Ardenne, distruggendo la prima Armata statunitense: ultimo temibile disperato colpo di coda del Gruppo d’Armate B nazista sul fronte occidentale, dopo di che la grande aquila del III Reich richiuse le possenti ali. Ai primi di novembre anche Riola era libera e il pilota Ra-
stelletti se la svignò a casa e fece bene. Lasciai Castel di Casio e la sua gente ospitale, destinato in prima linea, in forza al II Corps OSS Detachment – Company D, inserito
in uno squadrone esplorante della 1ª Divisione corazzata.
Rimasi al fronte sino al 14 aprile 1945, il memorabile giorno del grande balzo, the jump off, quando, fortunatamente intatto, raggiunsi al seguito degli Sherman, Vergato, il mio paese natale che serrato fra due fuochi per sei mesi, era completamente distrutto.
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 11 dicembre 2015, in Racconti partigiani con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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