Luca Madrignani Rastrellamenti e lotta in Lunigiana

Luca Madrignani
Rastrellamenti e lotta in Lunigiana
Il 29 novembre, da settant’anni, è una data particolare per gran parte della zona lunigianese e apuana: un territorio difficile da descrivere sia dal punto di vista amministrativo, a cavallo tra le province di La Spezia (Liguria) e Massa Carrara (To­scana), sia dal punto di vista morfologico, essendo al contempo pianeggiante (la Val di Magra), collinare (Fosdinovo, Castel­nuovo e tutti i borghi compresi tra le città di Sarzana e Carrara) e montuoso (le Alpi Apuane).
Un territorio difficile anche da gestire e controllare, tanto che in questo i tedeschi e i fascisti dovettero applicare capillarmen­te e scientificamente tutte quelle tecniche, dalla rappresaglia al rastrellamento, dal­l’eccidio alla strage, tese all’annientamento delle Brigate partigiane e della popolazio­ne civile che le sosteneva.
Al 29 novembre, negli ultimi settant’anni, sono state intitolate strade e monumenti. Ogni anno, dal 1944, viene ricordato con una commemorazione cui partecipano tut­ti i protagonisti della Resistenza, che han­no scelto questa data per ricordare il più grande rastrellamento compiuto dalle truppe nazi-fasciste nella zona. Un’azione che, in realtà, si protrasse ben oltre quella singola giornata, concludendosi a Massa circa una settimana dopo e per la quale furono impiegati migliaia di soldati della Wehrmacht (sempre condotti dalle Brigate Nere locali).
L’obiettivo primario era quello di distrug­gere le due Brigate Garibaldi operanti sul territorio, la "Ugo Muccini" e la "Gino Menconi", e la "II Carrara" di ispirazione azionista. Un rastrellamento, quindi, cer­tamente studiato da tempo e, probabil­mente, favorito dalla situazione in cui si trovavano in quel momento le formazioni partigiane, che dal 13 novembre erano sta­te formalmente invitate a sospendere l’atti­vità dal generale Alexander.
Quest’anno anche il ricordo si è protratto ben oltre la singola giornata. Il 29 novem­bre è stato il momento delle celebrazioni, con il consueto ritrovo nei pressi del paese di Caprognano, dove si trova il cip­po con incisi i nomi di otto giovani caduti della formazione "Ubaldo Cheirasco", da­vanti al quale il loro Comandante Lido Galletto, "Orti", si è fermato per ricordare e raccontare il suo e il loro 29 novembre. Poi il raduno e la manifestazione al Parco della Resistenza di Caniparola dove, con il sindaco di Fosdinovo Dino Bologna e il Consigliere regionale Anna Annunziata, protagonisti intervengono i protagonisti di allora, tra cui il Vice Comandante della Divisione "Coduri", Italo Fico. Basta un rapido giro tra la folla per capire che, registratore alla mano, ci sarebbe un patrimonio orale pronto ad essere raccolto, e che in parte ora comincia ad esserlo.
Il giorno precedente, infatti, era stata inaugurata, con la presenza dell’Onorevo­le Valdo Spini, la mostra "Un popolo alla macchia. 29 novembre 194412004», realiz­zata dall’Associazione "Archivi della Resi­stenza – Circolo Edoardo Bassignani" in collaborazione con l’Associazione "Supra­luna" e i comuni di Castelnuovo Magra e Fosdinovo, rappresentati dal Sindaco Mar-zio Favini e dall’Assessore Marco Marchi­ni. Veniva anche riproposto in continua­zione un documentario, firmato dalla regia di Andrea Castagna.
Il film, della durata di un’ora, è stato co­struito sulle interviste raccolte nelle settimane precedenti con 24 protagoni­sti di allora: staffette, Comandanti, Commissari
CommissaPolitici, collaboratori e semplici civili compongono il qua­dro dell’opera come sessant’anni fa componevano quello della guerra di Liberazione, e rendono chiara la perfetta integrazione che c’era, su questo territorio, tra la sua compo­nente armata e quella civile.
Ferdinando De Leoni, Presidente onorario dell’ANPI nazionale, tor­nato dopo sessant’anni sui luoghi che attraversò, da partigiano, pro­prio nel periodo del rastrellamento, ha ricordato nel corso della presen­tazione che uno storico ha il dovere, al contrario del giudice, di tenere aperto il caso, rivisitarlo continua­mente per scoprirne nuovi aspetti. Le microstorie di queste 24 persone sembrano la concretizzazione di quest’auspicio. Con la cornice delle splendide fotografie, in gran parte inedite e fornite dagli stessi intervi­stati, per tutta la settimana centinaia di persone, scuole comprese, hanno ascoltato i racconti dei loro nonni, padri e compagni  .
Ed ecco quello che accadde
All’alba del 29 novembre 1944, nel­la Lunigiana interna, alcune staffette avvistarono un numero insolito di soldati nemici che si apprestavano a risalire le colline fosdinovesi, lungo la direttrice della "Spolverini" (la statale che collega l’Alta Lunigiana con Carrara e Massa). Intanto, nella bassa Val di Magra, i tedeschi stavano formando un cordone di lun­ghezza inimmaginabile, che lungo la Via Aurelia si dispiegava da S. Ste­fano Magra fino ai confini con Car­rara: l’accerchiamento era compiu­to. I comandi della Brigata Garibal­di "Ugo Muccini" diramarono im­mediatamente l’ordine di "sgancia­mento" a piccoli gruppi, poiché in tal modo sarebbe stato più facile sottrarsi all’accanimento nemico. «Se si fosse trattato di un normale attacco, avremmo reagito diversa­mente», dice Paolino Ranieri "An­drea", Commissario Politico di Bri­gata, «ma così non c’erano vie di scampo. Allora abbiamo deciso che io e il Vice Comandante "Walter", Flavio Bertone, ci saremmo fermati sul posto con pochi uomini, mentre il Comandante "Federico", Piero Galantina, avrebbe guidato i distac­camenti verso l’unica direzione pos­sibile».
Sotto i fitti bombardamenti tede­schi, provenienti dal fortini militari di Punta Bianca e Bocca di Magra, quasi tutta la Brigata si riversò nella Val d’Isolone, soprattutto nel paese di Gignago, territorio che in quel momento era controllato capillar­mente dall’«Ubaldo Cheirasco» di "Orti". «Gignago – racconta que­st’ultimo – fino al 29 novembre era considerato una fortezza inespugna­bile. Avevamo diffuso la voce che il territorio circostante fosse minato, mentre facevamo esplodere dei sem­plici petardi».
Per tutta la notte "Orti", coi suoi uomini più fidati, ingaggiò col ne­mico una feroce battaglia fatta di colpi di mortaio, bombe al plastico tirate a mano, MG 42 Maschine Ge­wehr, mentre da Gignago transita­vano centinaia di uomini in fuga.
Le speranze di salvezza erano so­stanzialmente due: trovare un rifu­gio che garantisse sicurezza per di­versi giorni; sfuggire all’accerchia­mento incamminandosi verso la Li­nea Gotica, lungo la quale da diver­si mesi si era attestato il fronte di avanzamento degli eserciti alleati.
La prima scelta fu praticata soprat­tutto dai civili, alcuni sfruttando delle vere e proprie "tane" prepara­te da tempo in previsione di un at­tacco del genere, altri inventandosi qualcosa lì per lì. C’è chi ha passato giornate intere dentro una botte sotterrata mentre la moglie, facendo finta di tagliare dell’erba, gli portava informazioni sui movimenti del ne­mico. Altri avevano scavato dei fos­sati attorno alla propria casa, lunghi abbastanza per accogliere decine di persone. Rifugi preparati da tempo, per una vita nella clandestinità, «che era terribile» dice Nella Macchini, che passò quella notte a cuocere frittelle per i partigiani che passava­no dalla sua casa, «ma dalla quale, senza l’aiuto delle spie, non avreb­bero tirato fuori nessuno».
La Brigata Garibaldi "Gino Menco­ni", che era di Carrara, aveva a di­sposizione le cave di marmo delle Alpi Apuane, un territorio che se durante l’anno costituiva un problema per gli approvvigionamenti («qui c’era solo marmo e il marmo non si mangia mica!», dice Anna Maria Vignolini, staffetta, in un’in­tervista conservata presso il Museo Multimediale della Resistenza di Fosdinovo), in frangenti come que­sto garantiva l’impenetrabilità di fronte a qualsiasi tipo di attacco. Tanto che Ernesto Carpini, "Lo Spezzino", decise di fermarsi da so­lo con la sua MG 42 nei pressi di Codena, ad aspettare l’arrivo dei te­deschi. Tenne la postazione per ore, consentendo ai compagni che poco prima erano con lui di incamminarsi verso le cave. Poi, come forse anche lui si aspettava quando prese quella decisione, fu sopraffatto ed ucciso dai nemici.
Ad avviarsi verso i "territori liberati" fu, invece, il grosso della Brigata Garibaldi "Ugo Muccini", che era di Sarzana e se prima del rastrella­mento contava quasi mille uomini dopo dovette ripartire da poche de­cine. Turiddo Tusini, "Volga", ri­corda le guide ad aspettarli ad Anto­na, l’attraversamento del passo del­l’Altissimo con la neve e il terreno minato, i mortai tedeschi che li ber­sagliavano. «Giunti fuori dal loro ti­ro, trovammo dei soldati neri ameri­cani che, dopo averci frugato, ci ca­ricarono su un carro bestiame, di­retti nei centri di raccolta profughi». Bruno Brizzi, "Nino", il 29 novem­bre non era sul territorio, tornò il 2 dicembre per trovare la sua gente al­lo sbando, ma anche per continuare le sue azioni notturne in compagnia dell’amico "Carlin", Nello Masetti. «Ci vestivamo da tedeschi, con ve­stiti presi ai nemici catturati, poi an­davamo a fare puntate fin sull’Aure­lia. Eravamo in giro così ogni notte. Roba da farsi ammazzare!».
Intanto, tra i civili, si stava consumando l’altro aspetto, l’altra trage­dia del rastrellamento: i catturati, dopo essere stati radunati, venivano scelti in base all’età e alle condizioni di salute; per chi superava questa prima selezione, c’era l’ex colonia "Italo Balbo" di Marinella trasfor­mata per l’occasione in centro di permanenza temporaneo; da E, se non si veniva giudicati fin troppo giovani da un tedesco o da una Bri­gata Nera (ma era un rischio remo­to, dato che i quindicenni erano già arruolati), si ripartiva alla volta di Genova dove, una volta caricati su carri bestiame, si veniva spediti in Germania, a Turkheim, nei pressi di Monaco e di Dachau, per diventare la nuova forza lavoro del Terzo Reich.
Guglielmo Pucci all’epoca aveva sedici anni, era di Massa e aveva do­vuto sfollare nella Val d’Isolone. Ri­corda ancora quando, nella piazza centrale di Castelnuovo Magra, du­rante la prima selezione lo separaro­no da suo padre, e ricorda i vani tentativi di sua madre per convince­re le guardie della "Italo Balbo" a rilasciarlo, perché troppo giovane. Avrebbe fatto ritorno a casa soltan­to nel giugno del ’45.
Il 29 novembre 1944 segnò una svolta per la Resistenza apuana e lu­nigianese.
Ripresasi dal trauma, durante l’inverno la "Muccini" cominciò a rico­stituirsi «riallacciando i rapporti con la popolazione, recuperando chi era andato a nascondersi e trovando nuove leve per sostituire chi aveva superato il fronte», spiega Paolo Ambrosini, "Gurj", uno dei pochi a fermarsi, «il tutto sotto la guida del nostro nuovo Comandante "Walter"».
«Sembrava che tutto fosse finito, in­vece poi scoprimmo che non tutto era finito», fa ancora in tempo a di­re "Volga" prima che Wanda Bian­chi, "Sonia" il suo nome da staffet­ta, chiuda così: «Mio padre mi dice­va che non dovevo perdermi d’ani­mo – vedrai che ce la facciamo –continuava a ripetermi. Io, per la ve­rità, dopo il rastrellamento mi ero un po’ persa. Il giorno dopo, però, quando sono tornata ai monti ho vi­sto che qualcuno c’era ancora, e che stavano cercando di riorganizzarsi. Allora ho pensato che forse aveva ragione lui. Certo, la lotta dopo è diventata più dura, i rastrellamenti erano sempre più frequenti e le Bri­gate Nere … chi prendevano … li massacravano sempre di più. Però, alla fine, ce l’abbiamo fatta».
È con queste parole che termina "Un popolo alla macchia’, iniziato con quelle di un messaggio speciale di Radio Londra che esortava il po­polo italiano a tener duro, poiché per quanto potesse esser difficile. la situazione ne sarebbe uscito certa­mente vittorioso.
Tratto da
Patria Indipendente
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Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 18 dicembre 2015, in La lotta partigiana in Toscana con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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