Walkiria Terradoro – Le nove lire

RACCONTI

PATRIA INDIPENDENTE

pergamena libertà

Le nove lire

Walkiria Terradoro

Imbriano aveva portato con sé alla macchia, per non lasciarli esposti alle rappresaglie dei fascisti, i suoi due figli, Elvio e Giorgio, l’uno di tredici e l’altro di dodici anni, per i quali era stato sempre un padre attento e affettuoso. Si diceva – ed era vero – che in situazioni belliche anche difficili, essi si fossero comportati con un coraggio ed una determinazione davvero impensabili per la loro giovane età.

Aggiunse che in città tutto sembrava tranquillo, ma che sulle facce tese di tanta gente poteva leggersi chiaramente l’insofferenza per i nazifascisti che si aggiravano nelle strade con aria da padroni, addirittura vantandosi delle loro prepotenze e dei loro misfatti.

Teresa, rimasta sola con me, uscì per chiudere il pollaio e sistemare qualche cosa nell’aia. Quando rientrò mi si sedette vicina, senza dire una parola. Guardai le sue mani appoggiate sul tavolo: erano ruvide, scarne, con le dita deformate da nocche dure e protuberanti, e con il dorso solcato da grosse vene bluastre, dove il sangue sembrava essersi raggelato. Erano le mani di una donna che sin da bambina aveva conosciuto soltanto un’esistenza di duro lavoro.

Quando infine ruppe il silenzio fu per chiedermi se nelle nostre campagne i partigiani fossero così numerosi come si diceva e se tutti fossero giovani, e anche chi gli procurasse da mangiare e un ricovero per la notte. Le risposi che in tutte le case del Burano e oltre, essi trovavano sempre almeno un piatto di minestra e un pezzo di pane e che di solito dormivano nei fienili e nelle stalle; dissi che i giovani erano davvero tanti, operai, artigiani, ex militari, studenti, uniti a “vecchi” antifascisti che avevano subito anni di carcere o di confino, e anche a professori, avvocati, dottori che non avendo voluto diventare servi del regime, si erano visti costretti a lasciare la propria famiglia e il proprio lavoro.

«Che strano mondo!», esclamò meravigliata Teresa quando sentì elencare questi ultimi. «Non si erano mai visti i “signori” fuggire sui monti, dormire nelle stalle e vivere della carità dei poveri!».

Da sempre i contadini consideravano “signori” tutti quelli che erano diversi da loro per istruzione, modo di parlare e di vestire, ma anche per le loro mani pallide e senza calli. Quando le dissi che stavo per andarmene perché ormai era proprio tardi, si avvicinò alla credenza e ne trasse un barattolo di latta, celato – mi parve – dietro a una terrina. Lo capovolse sul tavolo e ne caddero alcune monete. «Prendile – mi disse – possono servire a te e agli altri tuoi compagni. È tutto ciò che ho, tranne quel poco che tengo in serbo per comprare a mio figlio una nuova camicia e un nuovo paio di pantaloni quando finalmente tornerà dall’Africa, dove lo hanno mandato a combattere.

Tutti dicono che è morto, persino Antonia, perché da troppo tempo non se ne sa più nulla, ma io non ci credo e sono sicura che tornerà qui da un giorno all’altro: mio figlio non può essere stato ucciso da quella povera gente nera che non aveva alcun motivo di odiarlo, che non lo aveva mai visto e conosciuto, e so che anch’egli, per le stesse ragioni, non avrà fatto del male a nessuno di loro. Io sono ormai vecchia e in tutta la mia vita non ho mai sentito raccontare di una guerra tra poveri perché tutti hanno sempre vissuto con la stessa fame e la stessa miseria e uccidersi tra poveri non porta alcun vantaggio né agli uni né agli altri. Non è così?».

Non risposi alla domanda che penso rivolgesse soprattutto a se stessa, di una logica così scontata ed elementare che purtroppo nei secoli non ha mai rispecchiato la realtà degli avvenimenti.

Mi alzai in piedi, infilai il giubbetto, raccolsi le monete sul tavolo e le misi in tasca: erano nove. Uscii di casa che era quasi il tramonto. Salendo verso l’alto attraversai una piccola radura piena di fiori, di un color giallo così intenso e luminoso che sembrava avessero catturato il sole. Nei fui felice perché – pensai – nonostante la guerra e le sue nefandezze, la natura era rimasta intatta e ciò che da sempre era bello era rimasto bello, così come il cuore di molti esseri umani.

Presi le nove lire in mano e le strinsi forte: poche lire, il dono di una povera donna che non aveva che quelle, un atto di solidarietà e di amore che ancora oggi mi sorprende e mi commuove

Annunci

Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 5 gennaio 2016, in Racconti partigiani con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: