Luciano Guala – L’anello mancante e un cavallo col silenziatore

 

L’anello mancante e un cavallo col silenziatore

Luciano Guala

Basso Biellese: le vicende dei soldati australiani e neozelandesi internati. Poi la fuga e la lotta a fianco dei partigiani e la fine, causata dai nazifascisti. Oggi la proposta: un percorso culturale ed escursionistico fra i luoghi delle loro battaglie e del loro martirio

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A Sidney, in Australia, si trova una vasta area verde, Hyde Park, al cui centro s’innalza un monumento imponente, costituito da quattro forme di proiettili in posizione eretta e da altre tre rovesciate a terra. Ognuno di questi proiettili è alto quattro metri e settanta e pesa una tonnellata e mezza. Sette mega-sculture realizzate da Tony Albert, un artista aborigeno australiano, che ha voluto in questo modo onorare la memoria dei soldati indigeni periti nella Seconda guerra mondiale. Il nome del Memoriale in lingua aborigena è Yininmadyemi. Nel discorso per l’inaugurazione del 31 marzo di quest’anno la Sindaca della metropoli, Clover Moore, lo ha definito “una potente opera per confrontarsi e non indietreggiare di fronte alla realtà della guerra”.

Quei sette proiettili rappresentano i sette soldati dell’ANZAC (Australian and New Zealand Army Corps) prigionieri di guerra POW (Prisoners of War) dell’Italia fascista che trovarono rifugio nelle cascine Canisei, quasi sulla sommità del Monte Casto, in una posizione dominante l’abitato di frazione Trabbia di Callabiana, ma amministrativamente ancora nel territorio del Comune di Tavigliano, che durante quel periodo era accorpato ad Andorno Micca, nel Biellese.

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Furono molti, tutti australiani e neozelandesi i soldati, catturati in Africa, deportati in Italia. Per quanto ci riguarda furono mandati nelle cascine del Basso Biellese per essere impiegati nelle risaie nei lavori agricoli, come manodopera gratuita in cambio del vitto, ma nella condizione di prigionieri. Dopo l’8 settembre furono liberati ed aiutati a scappare in Svizzera. Le loro storie sono state raccontate da Giorgio Nascimbene in un prezioso libro, fondamentale per la comprensione del fenomeno dell’internamento, dal titolo Prigionieri di guerra, edito dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso di Villata (VC) nel 2004.

La naturale via di fuga verso la libertà nel Paese neutrale passava dai colli alpini come quello del Monte Moro che da Macugnaga scende nella valle della Saas, ma prima di arrivare lì c’erano da attraversare le valli del Lys, del Cervo, del Sessera, la Valsesia. In tutti questi posti diversi fuggitivi invece si fermarono per “dare una mano” ai partigiani locali per ripulire e bonificare questi posti dal fascismo e dal nazismo. Non fu un aiuto gratuito, purtroppo, in quanto vi persero la vita nel solo Biellese ben quattordici di queste persone, morte per un Paese che li aveva perseguitati fino a poco tempo prima. Sei furono trucidati al Ponte della Babbiera, due a Mosso (di cui vedremo dopo), due a Salussola, mentre Leslie Parker morì a Torrazzo, dove era stato trasportato dopo il ferimento subìto ad Issime, in valle del Lys. Il suo nome fu dato ad un Battaglione operante nella Serra. Altri tre trovarono la morte a Canisei, dove ritorniamo per proseguire il nostro racconto.

Qui infatti si vide la barbarie di cui erano capaci i militi del Battaglione “M” della Guardia Nazionale Repubblicana composta non da tedeschi, notate bene, ma da soli italiani, che all’alba del 24 aprile del 1944 salirono lassù dalla valle di Andorno su indicazioni di una spia, e troncarono brutalmente nel sangue una storia che la comunità di Tavigliano ha ricordato ancora fino alla morte degli ultimi testimoni, e che noi vorremmo non si perdesse fra il muschio di quelle vecchie pietre. Citiamo un nome solo fra gli ultimi testimoni viventi, ed è quello di Sergio Virgulto della Sella, di cui è stata raccolta una testimonianza scritta.

La storia dell’aiuto fornito dalla comunità è una storia di cui abbiamo bisogno ancora oggi, ricca di umanità e di solidarietà, fatta di salite con il cibo, con abiti, con medicine, addirittura portati, come ricorda il Sindaco Gino Mantello, con l’aiuto di un cavallo, a cui, per garantire l’invisibilità, o, meglio, l’inudibilità, venivano avvolti gli zoccoli con degli stracci e paglia perché orecchie indiscrete e traditrici non potessero recare danno. Ma non sempre le buone intenzioni riescono, e nemmeno questo cavallo col silenziatore, unica arma di un popolo disarmato, riuscì nell’intento di salvare quei poveri uomini. Poco prima della sua morte, ci raccontò Ugo Trabbia centenario dalla memoria di un ventenne, che erano le cinque del mattino quando dalla omonima frazione di Callabiana sentì chiaramente gli spari. Quando ritornò il silenzio e non rimanevano che le fiamme del tetto che crollava, fu un altro abitante, Battista, che si recò a vedere la tragedia. Ce lo disse proprio lui, e mentre lo raccontava intuivi ancora la sua sofferenza di allora.

Inutile soffermarsi sui particolari delle barbarie che subirono i nostri involontari eroi: i Neo Zelandesi George Batt e John Clark e l’Australiano Douglas Smedley. Il loro martirio rispecchia il paradigma classico che si riscontra nella storia dell’uomo sotto ogni religione e cultura: gli innocenti sacrificati – il potere che umilia – le donne che accolgono (e raccolgono) le vittime. Ma nella vicenda ci sta anche la solidarietà di quella popolazione di montanari, la cui vita era resa ancor più dura dal regime autarchico ed illiberale. E ci sta la pietà, che compose la salme nel cimitero di Tavigliano, finché a guerra finita furono traslate al Milan War Cemetery, il cimitero per i morti in guerra del Commonwealth di Milano.

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Fin qui il passato. Nel presente, invece, più in generale la vicenda dei prigionieri di guerra ha avuto una riscoperta storica, e nel Biellese il merito di ciò va al professor Giuseppe Paschetto che nella Valle di Mosso ha raccontato, e fatto raccontare dai suoi studenti, fatto ancor più meritorio, la vicenda dei due uccisi a Santa Liberata di Mosso, Frank Bowes e di Harry Miller, fino a rintracciare i parenti di Frank in Nuova Zelanda, dove alcuni studenti si sono recati, e a dar vita ad uno scambio culturale fra la Scuola, le Istituzioni e la Società, che è merce rara da assaporare e perciò da far conoscere.

Per quanto riguarda strettamente Canisei, nell’ottobre del 2010 fu Giovanni Serralunga a segnalare ad alcuni di noi dell’Anpi Vallecervo di avere rintracciato i ruderi delle cascine, ormai invasi dalla vegetazione, che, seppure distanti pochi centinaia di metri dalla pista tagliafuoco su cui passa la Grande traversata del Biellese (tappa 52 – Trabbia-Pratetto), si vedono solo quando si è a pochi passi da essi.

L’Anpi aveva tentato di farsi aiutare dalle Ambasciate Australiane e Neo Zelandesi nella ricerca di contatti nei paesi di origine, ma oltre alla gentilezza burocratica della risposta non si era andati.

Ritornati in ottobre in Comune a Tavigliano per chiedere il permesso di segnalare il percorso che porta alle cascine, sempre grazie al Sindaco già citato e all’Assessore Ugo Grosso, storico del paese, siamo venuti a conoscenza che la signora Chiara Fiorina Pincin, della Balma, intrattiene un carteggio con la studiosa australiana Katrina Kittel, che si interessa di ricostruire le vicende dei prigionieri di guerra in Italia, in cui si è già recata percorrendo le alte vie dei valichi alpini e le piatte strade della pianura in cui erano stati deportati.

Oltre alle fondamentali testimonianze, fornite dalle nipoti Donatella e Nicoletta, di Eva Cerruti e di Elma Acquadro, che testimoniarono i fatti che le videro protagoniste nell’assistenza ai fuggitivi, agli ufficiali delle Forze Alleate che verbalizzarono con tanto di interprete giurato, nell’agosto e nel novembre del 1945, siamo anche venuti a conoscenza dell’interesse verso la materia da parte di Marco Soggetto, autore del libro “Braccati” sui fuggitivi in Valle d’Aosta, del fotografo Riccardo Poma che interpreta con il suo sguardo il tempo che fu nelle fabbriche e nelle vecchia case, e di appassionati come Rino Furno e Claretta Coda che da Zimone e da Ivrea percorrono le nostre stesse strade.

Questa concatenazione di fatti ci ha permesso di trovare l’anello mancante fra la nostra volontà di ridare vita a quei ruderi e la sua concreta realizzazione. La rivalutazione di questi luoghi potrebbe avvenire nell’ambito di una più ampia offerta turistica, culturale ed anche escursionistica, inanellando nella collana ad esempio la località, che si trova sul fianco opposto del Casto, del Roc dla Merenda, dove nel febbraio del 1944 fu trovato il corpo del Comandante Partigiano, nonché Medaglia d’Oro al Valor militare per la Resistenza, Piero Pajetta “Nedo”. Ed ancora il Pratetto, dove in una cascina nel gennaio 1944 nacque la Seconda Brigata Garibaldi, per salire al Bocchetto Sessera, via di fuga dei Partigiani verso l’accogliente Valsessera, e passare dal Margosio, dove un monumento inaugurato dall’Anpi pochi anni fa ricorda tutti coloro che sono stati uccisi qui sopra. Per una discesa più lunga si può raggiungere il Basto e l’Alpe Oro, nomi entrati nel mito delle valli Strona e di Mosso. Senza dimenticare che il passaggio dei prigionieri di guerra ha toccato molte località minori, ma non per questo meno importanti, di cui manca tuttora la catalogazione e la documentazione fotografica che diventa urgente compiere prima che la memoria della Valle si estingua.

Se Sidney chiama, le valli e i monti del Biellese vogliono rispondere.

Luciano Guala, per l’Anpi Vallecervo

 

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Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 11 febbraio 2016, in Ricordi per non dimenticare con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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