Testimonianze – Alfio Tabani –

 

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Alfio Tabani

Sono nato a San Gimignano nel 1924.

 

Mi ricordo che una volta ero in un corteo con il quale il fascismo festeggiava l’occupazione di Adua. Avrò avuto circa dieci anni e poiché ero stanco di questo lungo corteo, venni via. Venne un uffi­ciale della milizia e mi dette degli scapaccioni, calci, ecc. Il mio bab­bo, un metro e ottanta, grosso, forte, venne a saperlo. Lo dovettero reggere i suoi amici perché voleva andare a trovare questo ufficiale. E loro: “Per carità, Beppe, non fare stupidaggini!”

Mio padre era socialista e una sera, uscendo da un’assemblea, tro­vò in agguato tre squadristi. Il mio babbo correva, ma lo raggiunsero: cazzotto-cazzotto, terra-terra, li buttò giù tutti e tre.

A diciassette anni feci il concorso per le ferrovie ed entrai come ope­raio.

L’8 settembre 1943 mi trovavo in trasferta all’officina riparazioni carri ferroviari di Gorizia. Cominciai a vedere passare dei treni merci diretti verso il Nord con sopra tutti i soldati italiani. Da ogni treno che passava si sentiva cantare Mamma. Questa cosa mi allarmò molto e mi dissi: “Ma qui che si fa?”

Chiesi di tornare subito a Firenze e, durante il viaggio, tutto quello che avevo di vestiti, pantaloni, ecc. li detti a questi poveri soldati. Se li avessero visti vestiti da militari, li avrebbero fatti scendere e caricati su un treno per la Germania.

Tornato a Firenze sentivo che dovevo fare qualcosa. Con un mio compagno di lavoro, Sergio Donati, dell’officina rialzo, mi mandaro­no a Campo di Marte per fare la manutenzione ai treni per il traspor­to di materiale che i tedeschi si portavano via. Con Sergio, quindi, ci si mise d’accordo per fare dei sabotaggi. Si stava molto attenti a non farsi vedere, anche se c’era un tedesco soltanto che girava. Con il nostro “trattamento” dopo trenta/quaranta chilometri il treno si sa­rebbe fermato.

Ai primi di maggio mi procurai un infortunio con uno scalpello, perché sapevo che portavano anche diversi ferrovieri in Germania e così tornai a San Gimignano.

In paese sapevo che c’era una “certa organizzazione”. Soprattut­to venni a conoscenza dell’eccidio di Montemaggio*. Erano venti partigiani, che stavano trasferendosi in un posto più sicuro, e furono fucilati in diciannove, su venti. Cinque di loro erano ragazzi del mio paese che conoscevo bene.

Dopo la fucilazione noi partigiani e gappisti ci organizzarono me­glio, ci smistarono in piccoli gruppi. Facevo parte della brigata Spar­taco Lavagnini *. Un’azione importante fu la liberazione di settanta­due detenuti dalle carceri di San Gimignano.

I contadini furono veramente eccezionali nell’aiutarci. Mi ricordo quando mi capitò di essere ferito lì alla macchia. Venne un dottore di Siena che mi disse mentre mi medicava: “Mordi forte il polso.” Mi portarono quindi a letto a casa di un contadino. Bisognava essere così gentili e buoni per farlo… perché si rischiava molto.

Ad un tratto vennero le SS. Sentii parlare tedesco. lo stavo in pen­siero, partigiano… ferito… in questa casa… Due tedeschi vennero in camera dove ero io: “Documento! Documento!” Indicai la sedia dove avevo appoggiato i pantaloni. Per fortuna sull’aia scappò il figlio di un contadino e un Tedesco cominciò a sparare dalla finestra della stanza dove ero io mentre l’altro prese le scale anche lui sparando.

 

106 II 28 marzo 1944 un distaccamento di una ventina di partigiani della Val d’Elsa, tra i quali cinque ragazzi di San Gimignano, era rifugiato in una vecchia casa diroccata, detta del Giub­bileo. La mattina all’alba si trovarono circondati da una numerosa e ben armata brigata fa­scista. I partigiani combatterono fino all’ultimo proiettile poi tacquero, sbigottiti. Nel cortile i fascisti gridarono: “Arrendetevi! Vi facciamo salva la vita.” I partigiani uscirono ma furono fucilati in diciannove.

107 Spartaco Lavagnini (1889 – Firenze, 27 Febbraio 1921) militante socialista, sindacalista, ucciso dagli squadristi fascisti come ritorsione per un attentato anarchico. A Spartaco La­vagnini, storicamente uomo simbolo per gli antifascisti, durante la Resistenza fu intitolata una brigata d’assalto Garibaldi che operava nel Senese.

 

Anche giù nell’aia cominciarono a sparare. Così mi dimenticarono!

Tra i prigionieri gappisti che i tedeschi avevano fatto nella zona c’era anche il mio fratello più piccolo, Renzo. Avvisarono il mio babbo che venne da me e mi disse: “Alfio, e Renzino dov’è?” Era più piccolo due anni di me. Gli dissi: 1 tedeschi lo hanno portato a lavorare.” “A lavorare??” mi disse e mi prese sulle spalle. “Andiamo! Almeno uno si salva!” disse. Si stava così in pena! Si diceva: “Quelli ce l’ammaz­zano!” Invece arrivò all’improvviso, con la motocicletta, un ufficiale austriaco che fece ai tedeschi: “Via! Via! Via!” E mandarono via anche i prigionieri. Così si salvò anche Renzo.

Dopo la liberazione di San Gimignano e della Toscana, sentii l’ap­pello di Togliatti alla radio che invitava i partigiani toscani ad arruo­larsi nei Corpi Volontari per la liberazione del Nord Italia`.

Mi arruolai nel battaglione Cremona per andare a liberare i nostri connazionali. La differenza nostra, rispetto ai fascisti, era che non si trattava di volontà di vendetta. Non era questione di avere o no pau­ra, era una cosa così naturale andare a difendere l’Italia del Nord per­ché sentivamo di avere la possibilità di far finire la guerra anche solo tre giorni prima. E questa era la cosa bella.

L’8 gennaio si partì da San Gimignano. La prima tappa fu al centro di addestramento a Cesano di Roma dove eravamo alloggiati in un camerone senza porte e senza finestre. Non ci portavano neanche da mangiare.

S’andò una quindicina di noi al Ministero a Roma. Parlai io a nome di tutti: “Noi siamo venuti volontari nel corpo di liberazione per liberare i nostri connazionali, noi si vuole andare al fronte!”

Dopo un paio di settimane finalmente ci inviarono al fronte nella zona di Ravenna dove i tedeschi erano arroccati lungo la linea del Senio.

Un episodio divertente che ricordo fu la visita ai reparti dei volon­tari del Luogotenente del Regno di Italia, Umberto di Savoia. Poiché tra loro vi erano molti ex partigiani, il nostro comandante, un bravo ragazzo, parlò con il colonnello italiano (o maggiore, non ricordo) e gli disse: “Guardi, che non si canti l’inno dei Savoia II colonnello però dette ugualmente il segnale di inizio dell’inno.

C’era anche un inglese. Quando cominciò la musica, noi si cantò: “Già trema la Casa Savoia macchiata di fango e di sangue, si svegli il popolo che langue …”. Mi ricordo, poiché io avevo una voce quasi baritonale che si sentiva bene, il tenente che gridava: “Tabani! Tabani!”

Una volta ci fecero piazzare tutti intorno ad un casolare. lo mi misi a giacere sotto un albero. La maschera antigas sulla fronte, il mo­schetto al fianco. Cominciò il cannoneggiamento dei mortai. I tede­schi erano a duecentocinquanta metri, vicinissimi. Il tenente (quello che mi fermò per il canto) mi chiamò: “Tabani! Tabani!” io mi mossi e chiesi: “Che c’è?” Quando si dice la fortuna delle persone! Quan­do uno deve essere fortunato! Un colpo di mortaio cadde proprio sull’albero accanto a me. La maschera antigas era scheggiata, tutte le frasche mi erano venute addosso, era partito il legno che fasciava il metallo del moschetto, ma io, là sotto, non avevo neanche un graffio. Pensai subito alla mia mamma.

All’alba del 10 aprile 1945 vi fu l’avanzata decisiva grazie alla quale cacciammo i tedeschi e liberammo la cittadina di Alfonsina.

La popolazione locale, che aspettava gli alleati, fu ancora più felice scoprendo di essere liberata da connazionali. Si marciava lungo quel territorio e donne e uomini ci sentivano parlare ed esclamavano: “Tostani! Toscani!”

A fine Aprile arrivammo a liberare Venezia. Quando vidi i tedeschi prigionieri, mi colpì quanto erano giovani, dei ragazzini! Pensai: Ma guarda quel mascalzone di HitIer’

Un giorno un maligno di destra fece un discorso critico sui parti­giani. Gli dissi: “Vedi, te che parli in codesta maniera, tanti dei tuoi fascistelli li abbiamo salvati noi perché se non si faceva quello che si è fatto, sai la guerra quanto durava?” E lui rimase zitto.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 22 febbraio 2016, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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