Testimonianze – Franco Pampaloni 1

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I

Franco Pampaloni

Quando cominciai a conoscere la Resistenza, ero un ragazzo di poco più di 15 anni.

Oggi ho quasi 90 anni e, se mi sento di parlare, è perché vedo tutte le cose per cui noi lottavamo in pericolo. Volevamo un paese migliore, liberandoci dalla dittatura ossessiva che terrorizzava tutti quelli che non erano fascisti.

Provengo da una famiglia antifascista. Mio padre era socialista, ma non aveva nessuna tessera di partito, come non l’ho avuta mai nemme­no io; lui mi diceva:’ La mia tessera sta qui, nel cuore.”

Nella scuola a quei tempi eravamo indottrinati dal regime fascista. Tutto quello che riguardava il fascismo ci veniva inculcato continua­mente e rappresentava proprio la materia fondamentale per andare avanti nella scuola. La cultura fascista aveva un peso enorme e, an­che se a malincuore, dovevamo studiarla, mentre il babbo mi diceva: Io sono socialista perché mi piace l’uguaglianza, mi piace la solida­rietà, la fraternità fra tutti. Ci dovremmo volere tutti bene, ognuno di noi dovrebbe aiutare il prossimo, se è nelle condizioni di farlo e non essere egoisti. Vorrei che la ricchezza del mondo fosse distribuita in maniera più equa per tutti quanti:’

Queste parole da ragazzino cominciavano a colpirmi e quindi, pur facendo a scuola tutto quello che ci dicevano, io sinceramente non ci credevo tanto. Pur non essendo un secchione, a me piaceva molto studiare un po’ tutto, e per questo i miei insegnanti mi vedevano di buon occhio. Così un giorno mi ritrovai nel mezzo di una cerimonia che io non sapevo nemmeno esistesse; ci fecero presentare in divisa da balilla e, in presenza di tutte le altre classi, fui chiamato a fare un passo in avanti e mi fu appuntata la Croce al merito dell’Opera Na­zionale Balilla e un gallone da caposquadra. A quel punto diventai un capo, cosa che io odiavo.

Quando me la misero addosso mi sentii male, e non perché avessi paura di presentarmi da mio padre, lui non mi ha mai messo le mani addosso, cercava sempre il dialogo. Diceva: “Bisogna vedere oggi le condizioni come stanno; siccome sono nato povero, vedo che questa povertà non si riesce a superarla perché il fascismo ci costringe o a essere fascisti o a fare tutti i mestieri più umili.”

lo mi sentivo molto a disagio quando c’erano da fare le adunate e mettere in riga tutti i ragazzi. lo non lo accettavo e mi mettevo in fila con loro. Non volevo comandare, non ho mai comandato in assoluto. Per questo fui chiamato da un gerarca del paese che mi disse: “EHI TE GRADUATO, COME TI PERMETTI DI RIFIUTARE GLI ORDINI” Rimasi male perché vedevo che questo alzava le mani e allora gli dissi che io non me la sentivo di comandare, non ero adatto, trovai delle scuse banali per giustificarmi.

Il sabato, detto sabato fascista, dovevamo andare alla casa del fa­scio in quanto c’era un istruttore che obbligava alcuni di noi ad impa­rare l’uso delle armi. Mi ricordo all’epoca le armi che noi studiavamo erano il moschetto e la bomba a mano balilla. Cosi passavamo dei sabati con le istruzioni quasi militaresche che a me sono anche ser­vite poi.

Arrivai a una rottura definitiva con il fascismo nel 1939, quando Hitler e Mussolini si allearono. Conoscevo la storia della Prima Guerra Mondiale e pensavo che noi italiani eravamo nemici dei tedeschi fino al giorno prima e adesso stringevamo il “Patto d’Acciaio” proprio con coloro che erano sempre stati in guerra con tutti; era una situazione che non mi piaceva.

Durante la guerra viaggiavo col tram per andare a studiare e lavo­rare a Firenze; la gente, compreso me, cominciava a lamentarsi del regime, del razionamento dei viveri con la tessera, o a fare conside­razioni sulla guerra, ma c’era subito qualche fascista arrogante che ti diceva: “Tu come ti chiami, dove abiti, dammi nome e cognome.” Ci sentivamo terrorizzati; il fascismo era terrore.

Un altro episodio che mi colpì molto, fu quando i fascisti passarono per la strada con i camion e, per fabbricare armi, segarono cancellate e ringhiere, comprese quelle bellissime e artistiche in ferro battuto.

Mussolini, quando vide che le forze tedesche stavano prendendo il predominio assoluto in Europa, decise di intervenire in Francia per partecipare alla spartizione con gli alleati tedeschi; cosa anche que­sta che mi dispiacque perché i francesi noi li consideravamo sempre degli amici. Andavamo contro un paese che anche proteggeva tanti antifascisti rifugiati; era da vigliacchi.

Poi tutte le tribolazioni, bombardamenti, distruzioni, la fame, i lut­ti, si vedevano le persone che sembravano quasi degli zombi. Non si vedeva più una faccia sorridente. Si vedevano solo i fascisti che aumentavano la loro boria e questo mi dava il voltastomaco.

Arrivò poi il 25 Luglio e fu ovunque una grande festa perché pen­savamo che fosse finito tutto, ma il discorso di Badoglio che diceva che la guerra continuava, ci gelò tutti.

Arrivò poi l’8 Settembre con lo scioglimento dell’esercito e a quel punto molti uomini, soldati e non, si diedero alla macchia; da questi gruppi, in un primo momento disorganizzati, sarebbe nata la resi­stenza armata.

Un giorno, mentre aspettavo il tram in piazza Nazario Sauro, passò una compagnia di repubblichini armati. lo parlavo con una ragazzi­na e non feci il saluto romano dovuto; mi arrivò uno sganassone tra capo e collo da un fascista alle mie spalle al grido: “NON HAI SALU­TATO QUESTI EROI CHE VANNO A DIFENDERE LA PATRIA AD ANZIO!” Ruzzolai sulle pietre e mi fratturai un polso; a quel punto dissi BASTA!

Per caso sentii dire che nei dintorni dell’Impruneta c’erano dei partigiani ed ebbi modo di contattarli. Le mie prime azioni da parti­giano, data la giovane età, le facevo inconsapevolmente. Mi davano delle commissioni come andare in un posto invece che in un altro, portare quello invece di quell’altro, dire quello invece di quell’altro, facevo quello che mi chiedevano; erano messaggi in codice.

Poi arrivò il fronte tedesco molto vicino all’Impruneta, c’erano una infinità di tedeschi e la popolazione fu costretta a sfollare in campa­gna per i bombardamenti e mitragliamenti alleati sulla via Cassia e dintorni. Molte persone, compresa la mia famiglia, trovarono riparo in una fattoria che aveva un sotterraneo e annessa una chiesa con una cupola molto visibile e segnata sulle carte.

Questa fattoria era molto vicino al comando tedesco che era in un’altra fattoria a Baruffi. Mi avvicinai così al comando partigiano che era composto da un maggiore e un tenente dell’esercito in incognito.

I pattugliamenti tedeschi erano continui, ma il maggiore non vole­va fare azioni che potessero poi scatenare rappresaglie ai danni dei tantissimi sfollati, così facevamo molti atti di sabotaggio alle linee di comunicazione tedesche; c’erano sempre fili tagliati qua e là.

Sotto la chiesa della fattoria, nella cripta, era stata ricavata una stal­la per nascondere le bestie dei contadini e tutti i giorni qualcuno do­veva andare a governarle. Un giorno toccò a mio padre che mi disse di aspettarlo fuori e nascondermi, perché spesso passavano pattu­glie tedesche. Venne scoperto e cominciai a sentire parlare tedesco e mio padre che cercava di giustificare la situazione. Poi sentii un colpo di pistola -avevano ammazzato un maiale- seguito da un silenzio as­soluto. Ero disperato. Pensavo avessero ammazzato mio padre. Corsi e cominciai a bussare in modo ossessivo alla porta e poco dopo uscì un tedesco che mi puntò la pistola alla testa, paralizzandomi. Sen­nonché sentii la voce di mio padre che diceva al tedesco: No, no è mio figlio, lasciatelo fare.” Piano piano la situazione si calmò e nel sentire la voce di mio padre provai una grande gioia. Ancora oggi questo fatto ha lasciato un segno dentro di me.

Una sera, all’ormai prossimo passaggio del fronte, eravamo tutti nel rifugio e la gente si era portata con sé i beni più preziosi: qualche cate­nina d’oro, qualche braccialetto, qualche monile o orologio. Arrivarono i tedeschi e rapinarono tutti quanti. Il nostro maggiore si infervorò e a stento i presenti riuscirono a non fargli prendere la pistola.

La mattina seguente il maggiore, insieme al tenente e alle altre persone, decise di andare al comando tedesco a denunciare il fat­to. Scelsero per il compito una bella ragazza di Ponte a Ema e lei mi disse: “Guarda che io da sola non ci vado mica, vieni anche te.” La accompagnai e arrivammo in una villa con un grande piazzale pieno di soldati dove c’era il comando tedesco. A tale vista le dissi: “E’ inu­tile che venga anch’io, ti aspetto qui.” Mi misi ad aspettarla, quando mi accorsi che in un gruppo di tedeschi ce n’era uno che mi fissava in modo intenso. Forse voleva catturarmi, ma non potevo scappare: per fortuna quel soldato fu chiamato, ed io piano piano mi allontanai camminando per un po’all’indietro e poi corsi a nascondermi.

La sera ero al rifugio quando arrivò la mia amica scendendo le scale di corsa vociando in modo molto allarmato: “Franco, Franco, ti sta cercando un tedesco!” Mi nascosi subito sotto una panca e delle donne, compresa mia madre, si sedettero sopra con le loro sottane che mi coprivano. Ero lì che non fiatavo nemmeno, quando arrivò il tedesco con in mano una lanterna che andava su e giù. Vedevo e sentivo i suoi scarponi chiodati e il cuore mi si fermava. Non mi vide e se ne andò.

Molti degli uomini requisiti per scortare il bestiame razziato, non tornarono più a casa. La mia salvezza la devo a questa ragazza. Nei giorni successivi dovemmo scendere a Firenze con la nostra brigata e io non rividi più colei che mi salvò la vita.

La mia Resistenza armata cominciò quando il comandante mi chiamò e, mettendomi la fascia tricolore del C.T.L.N. al braccio, mi disse: “Tu vieni a Firenze con me”, ed io risposi: “Va bene.” Scendemmo a Firenze, entrammo a Porta Romana insieme alla Sinigaglia` e parte­cipammo alla Liberazione di Firenze.

Le azioni più importanti alle quali ho partecipato e che mi fecero provare grandi emozioni, furono quando oltrepassammo il Mugno­ne ed entrammo in Via dello Statuto e Piazza Dalmazia; la gente si precipitava per strada con gli occhi felici che da tanto tempo non vedevamo, gente che gioiva, si abbracciava, erano arrivati i liberatori.

lo provavo una gioia immensa perché nello stesso momento in cui io davo la libertà agli altri la davo anche a me stesso.

Poi cominciarono i guai con i franchi tiratori, nemici micidiali per­ché subdoli. Sentivi sparare e vedevi qualcuno che cadeva a terra e non ti sapevi raccapezzare da che parte venissero i colpi. Poi piano piano superammo anche questo problema e a quel punto Firenze era davvero liberata ed era una gioia immensa.

Un fatto che limitò questa gioia fu quando, dopo la liberazione, alla Fortezza da Basso, dovemmo consegnare le armi. Fu un giorno triste perché mi sentii umiliato, ma lo dovemmo fare. Ma il fazzolet­to rosso al collo con scritto Giustizia e Libertà`, (noi facevamo parte di Giustizia e Libertà e come riferimento politico avevamo Ferruccio Parri dei Partito d’Azione , ce lo tenemmo, ma arrivati al Ponte del­la Vittoria ci fermarono dei soldati americani che ci fecero salire sul loro camion e dopo averci perquisito ci strapparono i fazzoletti dal collo e ci ributtarono giù dal camion. Noi avevamo addosso anche delle pistole, ma a loro interessavano i fazzoletti rossi: non li soppor­tavano e ne avevano già tanti altri sul camion.

Ritornammo a casa: il nostro dovere lo avevamo fatto. Passarono al­cuni giorni e ripensando a tutto quanto, mi sembrava che il lavoro non fosse terminato. Avevamo lasciato il lavoro a mezzo. Parlai con un mio amico e gli dissi: “Senti, abbiamo liberato Firenze, ma c’è ancora una guerra in corso, cosa facciamo? Stanno già organizzando i gruppi di combattimento: Friuli, Folgore, Legnano, Cremona; io mi arruolo.”

“Se lo fai te mi arruolo anch’io” rispose. Riuscimmo a portare con noi altri quattro ragazzi.

Al Distretto per la visita medica, io presentai i documenti e l’uf­ficiale medico mi disse: No, te non puoi essere arruolato, non hai compiuto 17 anni!’ Allora dissi ai ragazzi: “Mi dispiace, torno a casa.” Gli altri uniti dissero: “Se non vieni te, non si parte nessuno.”

Qualcuno mi prese i documenti e poco dopo tornò con evidenti falsificazioni della mia data di nascita. L’ufficiale medico chiuse un oc­chio, anzi tutti e due, e passò anche me.

Il giorno della partenza in Piazza S. Spirito con camion e bandiere, eravamo in tanti. Partimmo e poco dopo ci fermammo sul Lungarno della Zecca per prendere altri volontari. La nostra destinazione era Cesano, al Lago di Bracciano, dove avemmo il primo addestramento.

A Cesano il nostro arrivo non fu tanto gradito perché lì c’erano i vecchi soldati badogliani che, appena videro le nostre bandiere rosse, ci accolsero con una violenta sassaiola. Non fu una bella accoglienza, pazienza. Ci misero in uno stanzone con delle balle al posto delle fi­nestre e, visto che era inverno, faceva un grande freddo. Per dormire avevamo un pagliericcio in terra e una coperta. Il nostro periodo di addestramento lo passammo in queste condizioni. Alcuni miei amici la sera andavano in un paese vicino, Anguillara, dove facevano a caz­zotti regolarmente con quelli che la pensavano diversamente.

Arrivò il giorno della partenza e con la tradotta” ci mettemmo qualche giorno per arrivare a Ravenna. Lì c’erano dei camion per por­tarci a Porto Corsivi dove fummo accolti in una bella tendopoli degli inglesi molto organizzata. Ci dettero il vestiario, il corredo, l’equipag­giamento dei soldati inglesi con la differenza, a noi della Cremona, del tricolore cucito sulla manica sinistra con una spiga nel mezzo.

Li facemmo l’ultimo periodo di addestramento con le armi e la mattina presto era anche molto bello perché vedevamo sorgere il sole; provenendo da Cesano che era uno schifo, ci pareva di stare in un albergo a cinque stelle.

Dopo alcuni giorni arrivò il sergente e ci disse: “Domani partiamo per il fronte.” Nella tenda eravamo dodici e la sera, prima di dormire, si fece baccano visto che all’indomani si andava alla guerra e forse a morire. La mattina io mi svegliai, guardai intorno e vidi solo altri quattro o cinque compagni: gli altri erano spariti. Per me fu un colpo micidiale, noi rimasti ci guardammo e rimanemmo tutti molto sor­presi. Questo abbandono vigliacco ci rimase a tutti sulla groppa. Poi ci portarono il caffè e per la prima volta dentro c’era anche del brandy. Dopo ci portarono le munizioni, il pacchetto di medicazione, la retina da mettere sull’elmetto e tutto il resto del corredo. Il pomerig­gio facemmo l’adunata, salimmo armati ed equipaggiati sui camion e si partì.

Ad un certo punto i camion, entrando in una strada sterrata, ral­lentarono per non fare polvere ed essere individuati dai tedeschi che avrebbero colpito con i mortai. Ci scaricarono sul Reno sulla fascia adriatica vicino all’VIII Armata Inglese.

Per andare in un avamposto nella Valle di Comacchio, c’era da at­traversare il Reno e andare nella terra dove eravamo isolati. Andava­mo a dare il cambio ai soldati canadesi. Ogni otto giorni si davano i cambi; alcuni barchini dei partigiani che erano dall’altra parte in un distaccamento della brigata Gordini, facevano questo servizio e ci portarono nella sponda Nord del Reno. Mentre eravamo nel mezzo del fiume cominciarono ad arrivare colpi di mortaio tedeschi. I par­tigiani ci tranquillizzarono dicendo che a quell’ora tutte le sere era solito questo lancio di mortai.

Arrivammo sull’altra sponda che era già notte e chiedemmo la di­rezione giusta per andare a rilevare questo plotone di canadesi. Ci incamminammo con l’argine del Reno a destra e tutta la valle di Co­macchio a sinistra.

Quando arrivammo, i canadesi fecero fagotto e se ne andarono beati. Prendemmo posto, io e altri due compagni, in una buca scava­ta sull’argine del fiume: dormivamo vestiti con le gambe fuori perché non ci entravano. Faceva molto freddo ma la gioventù ce lo faceva sopportare.

La mattina al risveglio, la valle di Comacchio con in fondo la cittadi­na, si presentò in tutta la sua immensità. Noi ci trovavamo a Chiavica Pedone e davanti erano le postazioni tedesche. Il tenente ci racco­mandò di non mettere la testa fuori dall’argine perché i cecchini te­deschi ci avrebbero fatti secchi.

segue……

Note

Alessandro Sinigaglia (Firenze 1902, 13 febbraio 1944) meccanico, medaglia d’argento al valor militare alla memoria. Aderì al movimento comunista clandestino, fu esule in Fran­cia e poi in Unione Sovietica e partecipò alla guerra civile spagnola. Nel 1940, l’antifascista italiano (che era riparato in Francia con i reduci delle Brigate Internazionali), fu arrestato dalla polizia francese e consegnato alle autorità fasciste. Confinato a Ventotene, Sinigaglia riottenne la libertà nell’agosto 1943, dopo la caduta di Mussolini. Dopo l’8 settembre 1943, tornò in Toscana e, col nome di battaglia di “Vittorio”, comandò una delle prime formazioni gappiste a Firenze. Pochi mesi dopo, caduto in una imboscata dei repubblichini della Banda Carità, fu ucciso sulla porta di una trattoria in via Pandolfini.

Mario Cordini. Ravenna, 28 Gennaio 191 l – Forlì, 14 Gennaio 1944. In suo onore fu inti­tolata la 28A Brigata Garibaldi, comandata prima da Alberto Bardi e poi da Arrigo Boldrini Bulow”.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 22 febbraio 2016, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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