Testimonianze – Franco Pampaloni II

 

clip_image002

II

Franco Pampaloni

 

Un pomeriggio dovevamo dare il cambio a due nostri compagni che erano in una postazione avanzata in una lingua di terra in mezzo al lago. Una volta lì, rimasi da solo in quella postazione che aveva, solo tre piccole feritoie a filo d’acqua e mi sentivo inerme e molto vulnerabile di fronte ad un possibile attacco nemico; quelle due ore furono per me le più lunghe e terribili che abbia mai più provato in tutta la durata dell’offensiva.

Quando arrivò il cambio, mi sentii riavere. Finiti gli otto giorni di cambio, lasciammo Chiavica Pedone con la speranza di non tornarci mai più. Andammo in riposo a Bagnacavallo e lì mi ritrovai pieno di pidocchi che i canadesi ci avevano lasciato e dai quali, dopo vari ten­tativi, riuscii a liberarmi.

Dopo un breve riposo tornammo in prima linea a presidiare un avamposto strategico che controllava una strada di estrema impor­tanza, presidiato giorno e notte da una squadra di sei uomini. Una notte arrivò il mio turno, mi ridettero il Thompson, l’arma che odia­vo perché inaffidabile, e ad un certo punto cominciammo a vedere delle ombre di là dalla strada; erano tedeschi che ci attaccarono.

Chiedemmo subito rinforzi che arrivarono. Facemmo una grande risposta di fuoco e riuscimmo a respingere il loro attacco. Durante l’attacco i tedeschi lanciarono dei razzi; in cielo vedemmo delle palle infuocate che venivano verso di noi e seguivamo con lo sguardo le esplosioni a distanza dietro di noi.

La mattina, quando rientrammo al comando, vedemmo i crateri provocati dai razzi che potevano contenere un palazzo: se ci avesse­ro colpito, saremmo diventati polvere. Il capitano e i nostri compagni ci accolsero con applausi e complimenti per aver respinto il nemico.

Dopo alcuni giorni tornammo in riposo vicino a Bagnacavallo in prossimità del fiume Lamone, e io mi beccai, dopo regolare processo al comando di Battaglione, sette giorni di prigione per aver risposto male a una provocazione di un ufficiale; mi liberarono la sera prima dell’offensiva.

La mattina seguente ci schierammo tutti sul fiume Senio e dopo diversi minuti di cannonate preparatorie, facemmo il nostro balzo in avanti non trovando resistenza. Occupammo Alfonsina lasciata già dai tedeschi.

 

La prima vera resistenza la trovammo sul fiume Santerno, dove i tedeschi si erano fortificati solidamente. Noi avevamo in appoggio un carro armato inglese e due aerei della R.A.F. che mitragliavano la zona nemica di continuo, ma non riuscimmo a sfondare in tutta la mattinata di furiosi combattimenti. Fra di noi ci furono anche feriti dovuti a schegge di fuoco-amico inglese, tanto che qualcuno di noi avrebbe voluto tirare col PIAT, un mortaio anticarro inglese, proprio al carro armato.

L’attacco fu rimandato al pomeriggio e mentre il nostro capitano ci dava le disposizioni, vedemmo tre soldati tedeschi con la bandiera bianca venire verso di noi per comunicarci, con nostra grande sor­presa, la resa di tutte le loro forze; avevano l’ordine di resistere solo fino ad una certa ora. Il nostro comandante ne prese atto e passam­mo così il fiume Santerno per continuare l’avanzata.

Sul delta del Po c’erano tanti canali, fossati, ponticelli da attraversa­re e ogni volta c’era il nemico da affrontare. Mentre eravamo in attesa di passare uno dei diversi rami del delta, da un casolare cominciaro­no a spararci addosso e il nostro capitano chiese e ottenne che sei volontari andassero a vedere: io ero uno di loro.

Ci avvicinammo distanziati l’uno dall’altro, tra erbacce e cespu­gli arrivando silenziosamente al riparo di un fienile. Decidemmo di circondare il casolare uno per lato e due sarebbero entrati. Così fa­cemmo e mentre avanzavo nell’aia notai una buca-rifugio da cui pro­venivano dei rumori. Mi affacciai con cautela, gridai: “SURRENDER” (arrendetevi) e poco dopo apparve un contadino spaventato che te­neva bene in vista un fazzoletto bianco legato ad un rametto. Chiesi se c’erano tedeschi e lui mi indicò il casolare, ma per fortuna erano già scappati.

Continuammo la nostra avanzata con la liberazione di molti paesi come Argenta e Adria, con la popolazione in un tripudio di festeg­giamenti.

L’ultima resistenza nemica all’avanzata la trovammo nei pressi di Cavarzere e fu davvero dura. Proprio mentre stavamo per attraver­sare un ponticello su un canale, ci attaccarono da un casolare con raffiche di fuoco infernale. Ci mettemmo subito al riparo dietro l’ar­gine, ma alcuni avevano già passato il ponte con un fucile mitraglia­tore BREN, mentre il portamunizioni “Zambo” era rimasto indietro con noi. Eravamo come pietrificati da questo fuoco incessante e il nostro compagno sull’altra sponda, rimasto senza munizioni, conti­nuava a gridare: “PORTAMUNIZIONI, PORTAMUNIZIONI’ Ogni grido era per me come una frustata e ad un tratto sentii che qualcuno do­veva muoversi. Una forza strana mi diede il coraggio di alzarmi e sal­tando sull’argine gridai: “Forza ragazzi! Andiamo! Dai Zambo, forza andiamo!” e tutti, con grande fortuna, passammo miracolosamente incolumi. Riuscimmo a sfondare e facemmo anche diversi prigionieri.

Uno di essi, con una borsa a tracolla, stava fuggendo e il nostro capitano ci ordinò di prenderlo vivo per interrogarlo: “Sparategli da­vanti così mentre lui si getta a terra vi avvicinate.” In tre ci lanciammo all’inseguimento e lo catturammo.

Venimmo poi a sapere che un tenente tedesco era rimasto ucciso in un incidente mentre si rifiutava di consegnare la pistola. Il nostro tenente chiamò tutti i presenti, ormai rimasti in pochi visto che il no­stro capitano era andato avanti con il resto della compagnia, e ci or­dinò di concedere l’onore delle armi al soldato nemico: ci mettemmo sull’attenti e presentammo le armi.

Tra i prigionieri uno era ferito, ma non in modo grave. Feci per dar­gli il mio pacchetto di medicazione, ma lui rifiutò facendomi capire che forse serviva più a me che a lui. Vedendo allora che stava divi­dendo con un altro una mezza sigaretta, offrii loro tutto il mio pac­chetto e intravidi nei loro volti un’ espressione di gratitudine mista a sollievo: per loro la guerra era davvero finita.

Lasciati i prigionieri agli addetti a portarli nelle retrovie, ci incam­minammo per raggiungere la nostra compagnia.

Era già scuro, la notte stava calando, quando incrociammo due porta­feriti e il Capitano Giorgi in barella, ferito gravemente, che ci disse: “Ragazzi, tranquilli, domattina sono con voi, andate avanti, andate avanti.”

Furono per noi le sue ultime parole, gli restavano solo due settima­ne di vita. Dopo tante battaglie e atti eroici era stata una delle ultime pallottole sparate dai tedeschi a ferirlo mortalmente.

Raggiungemmo la compagnia già posizionata sull’argine del fiu­me Adige dopo aver sostenuto una battaglia con un nemico ormai avviato alla disfatta grazie anche ai nostri alleati e all’insurrezione ar­mata dei nostri compagni partigiani del nord.

La mattina seguente, dopo tutta una notte in postazione sull’argi­ne del fiume, sotto una pioggia battente e raffiche di proiettili trac­cianti, attraversammo l’Adige su un ponte di corde, pochi per volta perché molto precario, e proseguimmo l’avanzata fino a Piove di Sac­co, vicino a Padova, senza incontrare resistenza: i partigiani del nord erano insorti liberando il resto d’Italia.

Torna il pensiero al nostro Capitano Giorgi, decorato con due me­daglie d’oro, ma ne avrebbe meritate dieci! Una volta un nostro com­pagno era rimasto ferito e intrappolato dentro un campo minato e chiedeva aiuto in modo straziante, ma nessuno voleva rischiare di saltare in aria per aiutarlo. Eccetto il Capitano Giorgi che gli disse: “Stai calmo figliolo, vengo a prenderti.”

Strisciando dentro il campo minato e battendo il terreno con un’asse di legno davanti a sé, riuscì a raggiungerlo, metterselo sulle spalle e rifare il percorso inverso portandolo in salvo. Il giorno seguente i cerca­mine trovarono diverse mine inesplose proprio sul suo percorso!

Mentre eravamo in attesa del congedo, suo padre volle conoscere, quasi uno ad uno, i soldati comandati dal figlio e grande fu la nostra commozione nel vederlo: assomigliava così tanto al nostro capitano!

Il mio pensiero commosso va adesso ai nostri compagni caduti, ai nostri feriti per le loro sofferenze, a tutti patrioti che hanno lasciato la loro vita sotto le torture nazifasciste sacrificandosi per un ideale che dobbiamo costantemente difendere: la LIBERIA’ !

 

 

 

 

Note

Luigi Giorgi (Carrara, 7 settembre 1913 – Ferrara, 7 maggio 1945) fu l’unico combattente di tutta la guerra di liberazione italiana ad essere stato insignito di due medaglie d’oro al valor militare oltre alla Stella d’Argento americana conferita “per eccezionali atti di valore.

Fu gravemente ferito pochi giorni prima della fine della guerra, tra il 26 e il 27 aprile, in

località Croce di Cavarzere. Morì due settimane dopo, il 7 maggio 1945.

i

Annunci

Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 22 febbraio 2016, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: