Ivano Artioli – La scuola di Cesare

La scuola di Cesare

Quando mi diedi garzone andai, accompagnato da un familiare s’intende, in una certa
osteria sulla via Emilia, dopo Forlimpopoli, prima della salita di Brisighella, dove si fermavano i fattori al ritorno dal mercato. Entrò un uomo e chiese di me (sistema insolito,
comunque…), mi vide così magro e disse: «Robusto e basso o magro e alto è lo stesso».
Sul biroccino che portava alla sua azienda spiegò che avrei vissuto come i suoi figli (che studiavano, invece) e avrei avuto una camera da solo. C’erano più di cento tornature
a “larga” da coltivare ma non dovevo preoccuparmi, per me ci sarebbero state sei mucche da latte e quattro buoi da tiro. Dovevo alzarmi alle tre e lavorare con scrupolo, per il resto della giornata poca roba, l’importante era la stalla.
Però!… Però!… Però dovevo andar d’accordo con Cesare, suo padre, vecchio, ma il vero padrone e da rispettare, sempre! Non bisognava dirgli signor Cesare, non voleva, e
rispetto, sempre!
È da allora che so che quelli che dicono che le mucche sono stupide sono stupidi loro. Dopo il primo mese presero ad aspettarmi e avevano capito come mi organizzavo,
prima pulivo una posta, poi un’altra, poi un’altra e loro, che stavano sdraiate fino all’ultimo, quando era il momento di alzarsi non avevo nemmeno bisogno di chiamarle, facevano da sole.
Fare il garzone non mi piacque subito, lo devo dire, non per gli animali, noooh, soprattutto i vitelli che ti guardano con gli occhi fissi e se vedono che sei giovane anche tu, cercano amicizia, addirittura c’erano di quelli che volevano che gli dessi una botta con la mano sulla pelle, stavo a lavoragli vicino e si spostavano apposta. Non per gli animali, ma per la puzza. Dovevo togliere la paglia sporca e la lettiera, caricarla sulla carriola, portarla
nel letamaio, mettere quella nuova, dare da mangiare e da bere. Mi ci voleva un’ora per posta, certo a passo lento e a lavoro curato.
Cesare nell’inverno prese ad alzarsi alla mia ora e a venire nella stalla. Si portava una sedia e si metteva vicino alla porta. Basso, magro, tutto bianco, mi facevano soggezione i
suoi occhi chiari, acquosi, che mi guardavano dritto dritto. Pensai venisse lì perché in casa c’era freddo, noi eravamo sotto le colline e c’era un gelo e una neve, invece dopo
qualche mattina volle sapere il fatto del prete. Volle che gli raccontassi quella storia che disse famosa (Ah! Ecco! Suo figlio era venuto a prendermi apposta). Insomma, la maestra si era presentata a casa mia dopo che avevo terminato la sesta con ottimi voti: «Signora, vostro figlio è intelligente, fatelo continuare, sa mantenere gli impegni mandatelo a
scuola a Forlì». «Grazie, voi ci volete bene, ma già al quindici ho la credenza vuota, e, credetemi, arrivare al trenta ce ne vuole».
Allora intervenne don Gino, in pubblico disse che si era interessato e mi offriva di andare in seminario, una grande occasione.
«Don Gino vi ringrazio – ci avevo pensato da lunedì a sabato – ma non me la sento». «Guarda che è un affare», aggiunse. «Un affare?… Mah!», ribadii.
«Come?», offeso. «Non per voi don Gino, non per voi… Ma io studio per cinque anni e poi vi devo dare tutta la vita, bell’affare, don Gino».
Cesare prese a farmela raccontare ogni settimana. Si divertiva. Gli piaceva la chiusura che ripeteva parlando tra sé: «Bell’affare don Gino, bell’affare». Io mi allargavo, aggiungevo particolari, inventavo, si capisce.
Quando compii sedici anni, l’età per lui giusta, mi portò un giornale, un foglio spiegazzato e consumato che dovevo leggergli a voce alta e in gran segreto. Era scritto in piccolo e c’erano parole difficili che non capivo, internazionale, repubblica, repubblicani, cosa volevano dire? Chi le aveva inventate?
Lui ascoltava attentissimo. Lui conosceva Mussolini, eh! Che chiamava I Mussolini, il socialista e il fascista. Era anche andato ai comizi di Andrea Costa e aveva letto Mazzini, ma chi erano? E poi il giornale si chiama così perché esce tutti i giorni, invece Cesare lo cambiava ogni due mesi e anche di più, tanto che alla fine lo sapevo tutto a memoria.
Dopo che avevo letto mi dava una sigaretta che prendeva da un pacchetto che faceva comperare solo per me, da fumare lontano dal pagliaio e dal fienile. La cosa andò avanti. Mi fece leggere e rileggere anche gli articoli della Costituzione della Repubblica romana, che commentava. Intanto crescevo, m’irrobustivo, mi comperai un vestito intero per l’inverno e cercavo le ragazze, con la gratifica della grande trebbiatura del ’38 presi addirittura una bicicletta Legnano sport, nuova di zecca, mica usata come gli altri
miei amici garzoni.
«Portami a Rimini, ti faccio guidare la cavallina – avevo diciotto anni – prima che sia troppo tardi», e si riferiva ai discorsi dei suoi nipoti che andavano alle adunate del Fascio
(io ero dispensato per motivi di lavoro) e dicevano che oramai saremo entrati in guerra e che la Germania vinceva dappertutto.
Partimmo alle sei di mattina, “Tloch, tloch,tloch…. La cavallina andava al trotto aveva deciso lei, io tenevo le redini molli, e Cesare si abbandonava al dondolio del calesse e al ritmo degli zoccoli “tloch, tloch, tloch…”. Per la via Emilia c’eravamo solo noi. Attraversammo la piana gialla di grano maturo; solo più in là, sulla nostra destra, il
terreno prendeva a ondulare e c’erano peschi, viti, meli e le strade s’infilavano tra alberi alti e salivano fino a San Marino. Arrivati, ci fermammo in uno stabilimento a fare bagni di sole, con la sabbia che era già calda nei piedi. Io nuotai persino.
Poi mi portò a pranzo in un ristorante che sapeva lui, ci sedemmo uno di fronte all’altro, lui con il suo abito chiaro e io con pantaloni e camicia ordinari.
Scegliemmo pesce prezioso, ma il cameriere precisò che non potevo stare lì, lì non ci stavano quelli vestiti come me. Cesare lasciò parlare e poi disse che non gliene fregava un bel nulla.
Arrivò il padrone che fu sgarbato e duro perché i suoi clienti erano gente per bene, come si
poteva vedere alle pareti che avevano le fotografie del Duce a cavallo, in piazza, di corsa, in aeroplano, sul moscone, in nave… Io dovevo andare con quegli altri uguali a me, all’osteria, quel ristorante lì era quello preferito di Donna Rachele, lo sapevamo o no? Quello era il ristorante della famiglia del Duce, lo sapevamo o no?
Stavo già per alzarmi quando Cesare fece scivolare, non so quante lire, in mano al padrone che subito cambiò modo di fare, un po’ s’inchinò e per maggiore riservatezza (ma era per evitare che gli altri ci vedessero) fece portare un separé e restammo chiusi in un angolo.
Mangiammo pesci buonissimi accompagnati da un vino che si chiamava Verdicchio. Cesare parlò e rise molto: «Ah… Ah… Puttane!… Tutte puttane come Mussolini che
da socialista è diventato fascista… I soldi, i soldi fanno le puttane!… Puttana il pastore puttane le pecore… Ah… Ah… Ah…».
Con l’8 settembre feci parte dell’8ªGaribaldi che combatté su nelle colline di Forlì, poi della 28ª GAP. Non ero un partigiano adatto per la battaglia, preferivo il lavoro politico
e quei giornali che avevo letto mi servirono per i comizi del dopoguerra. Cesare non camminava già più e non mi venne a sentire, mai! (mori nel ’47). So che si tenne sempre informato, che parlava di me con passione e che il due giugno, quando vinse la Repubblica, scappò con la cavallina fino a Forlimpopoli e fece una terribile mangiata di ranocchi
Tratto da
Patria Indipendente
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 25 febbraio 2016, in Ricordi per non dimenticare con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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