Ivano Artioli – Il Tenente Salicuti

pergamena libertà
Ivano Artioli
Il Tenente Salicuti

Proprio il dieci settembre, appena dopo l’armistizio firmato da Badoglio, il sottotenente medico Salicuti, di stanza all’ospedale militare di Parma (magrissimo e biondo biondo, delle volte ci sono dei siciliani così) stava su una motocicletta, una Guzzi 500, di dietro, la guidava un caporale autiere e tornavano da Bardi, che è un paese su in alto, in collina, vicino al monte Barigazzo, da lì si poteva fare il Passo Cento Croci che portava in Liguria.
Rideva, rideva di cuore. A Bardi vi si era fermato un giorno e due notti. Era stato il Comandante della stazione dei carabinieri di Fornovo di Taro (la più vicina) a chiamarlo, aveva telefonato per chiedere l’invio di un medico perché c’era un parto difficile, c’era fretta, pericolo.
Così era partito con l’autiere: casco di pelle, occhiali per la polvere, cassetta di pronto intervento sistemata di dietro, sui parafanghi. Rideva e non la smetteva perché, lassù, c’era stata una sorpresa. Quando erano arrivati quelli del paese li avevano indirizzati alla cascina dei Vezzi, dove si saliva solo a piedi e per una mulattiera sassosa. E i Vezzi (nonno, nuora e nipote di due anni) li avevano accompagnati in una piccola baracca che era la stalla perché il parto era difficile, sì, ma di una povera mucca senza più forze con un vitello che si presentava male, e i due stavano per morire.
All’inizio si era offeso: era un dottore per le persone, lui! E poi non sapeva fare. Ma all’ostinazione del capofamiglia, nel dire che il Duce gli aveva mandato il figlio in Africa contro gli inglesi che non li conoscevano neanche, e alla sua insistenza sul fatto che il latte veniva da quell’unica mucca che avevano, e, seguendo confuse indicazioni, aveva infilato la mano dentro a quella povera bestia e poi il braccio, fino a girare il vitello dalla parte del muso e a farlo nascere. Ce n’era voluto, eh! Una notte intera e appena con la luce di una lampada a petrolio. Tutta la famiglia aveva assistito, anche il suo autiere.
Era stato bravo. Si era pure emozionato quando, dopo ventiquattrore, il vitellino stava già in piedi e mostrava forza nel tettare. Anche la mucca stava bene, l’aveva cucita perché si era lacerata, c’era stato bisogno di punti, una cosa che lassù non avevano mai visto fare. Poi a lui l’onore di dare il nome al nuovo nato, e lo aveva chiamato Sicilia e sarebbe diventato un toro.
Così Salicuti se la rideva con il suo autiere mentre tornava a Parma. Non avevano fretta, per quello che c’era da fare, solo cose che poteva ben pensarci l’infermiere. Avevano anche abbandonato la strada polverosa per stare all’ombra dei pioppi, le Guzzi hanno sempre avuto buoni ammortizzatori e nei sentieri in terra battuta vanno leggere, senza scosse. Costeggiavano il Taro che da torrente diventava sempre meno impetuoso, fino a calmarsi e a restringersi in rigagnoli d’acqua limpida in mezzo a massi bianchi e lucenti al sole, tra due rive senza argini ma con boschi di faggi, noci e sambuchi. E proprio quando incontrava un altro torrente, il Ceno, il letto si allargava e allargava, perché tutti e due avevano poco fondale anche se in autunno e in primavera di acqua ne passava parecchia: veniva dal monte Maggiorasco, dal Penna, dal Gottero.
E l’autiere aveva voluto fermarsi per prendere le trote: era di quei posti e certe cose le sapeva fare. Il tenente Salicuti dubitava, e con che cosa le avrebbe prese? Lo aveva anche scherzato in un siciliano italianizzato: «Ctrota ctrotella salta su in padella», «Ctrota ctrotina salta in padellina».
Lasciata la motocicletta ben nascosta e all’ombra, l’autiere si era tolto subito scarpe, calze, pantaloni, camicia, canottiera, restando con le mutande e camminando sui sassi più fini per non scottarsi i piedi. C’erano delle buche d’acqua isolate. Erano quelle rimaste dopo la piena di primavera e che poi, con il sole forte dell’estate, si erano rimpicciolite; lì dentro c’erano le trote: in trappola. L’autiere camminò fino nel centro, lontano dalle sponde. Ne scelse una tra massi alti e grossi, era grande quasi quanto un macero da canapa. Il tenente Salicuti lo seguiva divertito e poco convinto.
«Signor tenente le trote sono cacciatrici velocissime e sospettose, prendono con un guizzo una qualsiasi cosa in superficie, una mosca, una farfalla. Le più grosse anche un passero poco furbo che si bagna. Sono capaci di salti, dovrebbe vedere, all’improvviso eh! Stanno nella parte in ombra dei sassi per non farsi vedere, sempre in caccia», ed entrò lentamente in acqua, sapeva come fare. Bisognava respirare a pieni polmoni, immergendosi fino ad arrivare sotto ai massi e cercarle passandoli uno a uno movendosi lentamente, le mani dovevano salire dal basso, arrivargli nella pancia, mai nella schiena, mai!
Ne scelse una tra massi alti e grossi, era grande quasi quanto un macero da canapa. Il tenente Salicuti lo seguiva divertito e poco

«Bang», un colpo di fucile venne dalla sponda del Taro, dagli alberi sulla destra. Guardarono e videro dei tedeschi, ma cosa facevano, sparavano alle quaglie forse? Subito cinque o sei presero a camminare velocemente verso di loro, attraversarono il Taro non curandosi di bagnarsi scarpe e pantaloni, gli andarono incontro decisi e con le armi puntate. L’autiere, che di quelli non si era mai fidato, s’immerse dietro un grosso e profondo masso, poi tornò su, poi si immerse, poi tornò su. Vedeva e non era visto. Lo sperava almeno. Il tenente Salicuti aspettò invece e ci fu subito un litigio.
«Bitte, tu dare Beretta».
«Cosa?».
«Bitte, tu dare Beretta».
Volevano che gli consegnasse la pistola. Rifiutò.
Gli italiani non consegnavano le pistole ai tedeschi, e perché mai? Anzi gli disse che gli avrebbe fatto rapporto, e poi visto che lì era il più alto in grado gli ordinò di abbassare le loro di armi e di dirgli i loro nomi; di che compagnia erano?
«Bang», gli spararono subito. Un colpo al cuore che lo fece cadere e rotolare tra i sassi. Non si curarono di raccoglierlo, dissero che altri ci avrebbero pensato, altri italiani amici di Badoglio.
L’autiere restò in quella buca per molto tempo, sicuramente oltre due ore. Non lo avevano visto e non lo cercavano, risaliva per respirare muovendo appena l’acqua ma restando ben nascosto sotto i grandi massi rotondi, al buio, proprio come le trote. Perché? Non capiva il perché. Certo dei tedeschi meglio non fidarsi, ma un’esecuzione del genere, un omicidio.
Solo alla sera ripartì. Caricò il tenente Salicuti sulla moto e ripartì. Se lo mise dietro, gli legò le mani e se le infilò nel collo, in alto, lo portò come si porta una mantella. Fece una fatica enorme. Gli riuscì solo perché era un uomo forte e il tenente un ragazzo magro. Non sapeva dell’armistizio, né di quello che stava capitando ad altri soldati italiani, però d’istinto non proseguì verso Parma, prese la strada della montagna, di Bardi, tornò dai Vezzi, alla cascina dove avevano fatto nascere il vitellino. Arrivò stremato ma arrivò. Fece strade secondarie che conosceva lui. Quella famiglia seppellì il tenente dietro casa, nell’orto dove la terra era molle, prima però gli fecero una cassa di assi di legno.
L’autiere dallo sforzo fatto restò a letto giorni e i Vezzi dimezzarono il pollaio per fargli sempre il brodo di
gallina. Poi, quando si presentò il momento, aderì alla lotta partigiana nella 12ª Brigata Garibaldi.
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 3 marzo 2016, in Racconti partigiani con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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