Testimonianze Leandro Agresti I

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Testimonianze  Leandro Agresti

! parte

Mi chiamo Agresti Leandro. Il mio nome di battaglia è Marco. Sono stato uno dei primi partigiani a salire a Monte Morello. Il 10 mattina s’era già alla Fonte dei Seppi, alla Cappella di Ceppeto.

Ho fatto il partigiano perché mio padre era dal 1921 iscritto al Par­tito Comunista Italiano. Però mio padre, prima di essere un comuni­sta, si dichiarava anarchico. Un bel giorno a tavola il mio babbo mi spiegò, da giovane che ero ancora, cosa voleva dire l’anarchia. Disse: "Vedi, il concetto dell’anarchia è uno tra i migliori che si possa rag­giungere, sarebbe il non plus ultra della vita sociale, però è un’utopia perché non si può raggiungere in una società borghese come siamo, non ci sarà mai la possibilità."

A questo punto mio padre mi fece un piccolo esempio per farmi capire cosa voleva dire anarchia, mi disse: "Vedi, qui abbiamo un bar, ci sono bottiglie e bicchieri. L’anarchia vuol dir questo: uno prende da bere e se lo versa. Se costa 30 centesimi, li mette nella cassa. Questo è il sistema anarchico, ma quando mai succede in uno stato borghe­se come il nostro? E’ irraggiungibile. E’ un’utopia. Ecco perché son diventato comunista."

Mio babbo mi spiegò a quei tempi che anche il comunismo era impossibile in una nazione sola. Bisogna che sia per lo meno a carat­tere europeo perché in una sola nazione prima o poi il comunismo fallisce per la pressione del capitalismo mondiale. Così è successo in Unione Sovietica.

Il mio babbo faceva il calzolaio a Barberino di Mugello. Un bel giorno, nella località dove oggi c’è il circuito della Ferrari, fu aggredito e bastonato ben bene. li cavallo, animale intelligente, lo riportò mezzo morto a Barberino. Dopo poco tempo il mio babbo cominciò a perdere la vista, gli venne il distacco di retina e rimase cieco fino al 1931 quando il professor Bardelli gli fece riacquistare un po’ di vista. Ma il fascismo è stato ancora peggio. Oltre all’aggressione, quando si era a Firenze, ogni qualvolta che veniva qualcuno di importante, o il Re o Mussolini, venivano a prendere quest’uomo che non ci vedeva quasi più.

Il mio babbo continuava a fare il calzolaio e mi insegnò il mestie­re finché nel ’38 entrai a lavorare alle officine meccaniche Cipriani & Baccani.

lo ho visto la persecuzione che i fascisti hanno fatto alla mia fa­miglia, i pianti della mia mamma. Per me il fascismo è stato subire queste angherie.

Mio zio, fratello del mio babbo, era anche lui calzolaio, aveva la bottega in via Filippo Corridori e faceva propaganda antifascista. Na­scondeva bigliettini di propaganda dentro le scarpe e le distribuiva. Un giorno nel ’41 venne una squadra di fascisti in bottega e lo arre­starono.

Mio zio mi fece un cenno e io presi questi bigliettini, li misi in tasca senza farmi vedere e scappai. Mi dettero dietro fino a Piazza Dalma­zia. Accanto alla bottega di mio zio c’era un parrucchiere e, passando, gli detti i bigliettini. Lui li prese e li buttò sotto i capelli. Lui non era "individuato" e quindi non gli chiesero niente. In quel mentre, venne Zebra, un ragazzo che aveva un tic: diceva "Porca luce" e loro capiro­no "Porco Duce". Era venuto per chiedere di accendere una sigaretta e presero anche lui, povero disgraziato.

Mi ripresero in Piazza Dalmazia, mi chiesero perché ero scappato e cosa avevo fatto. Dissi che avevo avuto solo paura. Mi ammanet­tarono insieme a Zebra che, con le convulsioni della sua mano, mi spezzava il braccio. Ci portarono tutti alla caserma dei Carabinieri in Borgo Ognissanti. Tutti dicevano: "Liberatelo questo ragazzo se no gli spezza il braccio, non dice porco Duce ma porca luce sentitelo bene!" Un maresciallo si mise ad ascoltarlo bene e disse: "Ragazzi, liberatelo! Non dice porco Duce, dice porco luce. Toglietegli le manette!"

A questo punto mi levarono le manette ma nonostante questo mi portarono alle Murate. Eravamo alla fine del ’41 o inizio del ’42 (esat­tamente non mi ricordo). Mio zio fu processato e condannato a ven­tidue anni di galera. Circa un anno dopo, quando cadde Mussolini, si aprirono le galere e mio zio tornò a casa come tutti gli altri detenuti politici, da Palazzeschi a gli altri (oiììl),ì(jiìi che erano in galera.

Quando ero nì(jazzo alla ( ipriani & Km ( mi entrai a far parte del famoso "Soccorso Rosso". Si andava a chiedere i soldi a determina­te persone che si sapeva per portarli alle famiglie dei nostri compa­gni che erano in galera. Fra questi che dirigevano questa squadra di Soccorso Rosso, uno si chiamava Azzurri e uno era il Gonnelli. Lui mi ha insegnato a fare il comunista e a stare attento, a come evitare la persecuzione dei fascisti, la tattica per quando si andava a fare le scritte sui muri, si scriveva W STALIN, W LENIN, M MUSSOLINI, OPERAI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, W L’ARMATA ROSSA. Erano queste le iscrizioni che si faceva sui muri. La mattina presto, quando si smonta­va dal turno di notte, si andava a prendere la roba e si faceva queste iscrizioni. S’è rischiato la vita anche allora!

Quando nelle scuole mi chiedono: "Come facevate a comunicare tra di voi?" rispondo che a quei tempi c’era il passaparola, io dico a te, te dici a lei, e si arrivava a raggiungere chilometri di strada.

Tant’è vero che, quando ci giunse la comunicazione che l’8 settem­bre’ calavano i tedeschi giù dalla Futa e facevano razzie, noi la matti­na si sapeva già tutto. Il Comitato di Liberazione allora non c’era, ma c’erano le cellule clandestine del Partito Comunista alle quali io ero agganciato. Molti si vergognano a dirla questa parola, ma fu grazie a loro, grazie all’organizzazione clandestina del Partito Comunista che è nata la Resistenza.

Queste cellule si riunirono per decidere cosa fare. lo, Valerio Ca­sonati e Libero Mannelli*, tutti figlioli di comunisti, grazie a questo siamo diventati partigiani. Mannelli era figlio di un grande comunista che nascondeva le armi e ci ha aiutato in montagna; era fornaio e ci ha mandato in montagna quello che ha potuto di pane. Se non ci fosse stata questa organizzazione dietro di noi e le grandi donne che, non solo ci hanno assistito ma hanno rischiato la vita, non saremmo diventati partigiani.

Il 10 settembre 1943 salimmo a Monte Morello.

Inizialmente non s’era partigiani, s’era gente alla macchia, s’era banditi.

La mattina all’alba del 14 ottobre 1943, una grande donna (qual­cuno la chiama una contadina, ma io non ho mai voluto chiamar­la così, per me è stata una grande donna), venne su a Ceppeto sul Monte Morello tutta trafelata e ci disse: "Fate svegliare questi ragazzi! Stanno venendo i fascisti su da Pratolino!". Non capivamo come po­tessero venir su da Pratolino visto che non c’erano strade né viottoli né simili, ma lei ci assicurò: %o, no, c’è una stradellina dove passano le greggi, vengono su di lì e passano sopra la cappella." C’era uno di noi che aveva un po’ di esperienza militare e disse: "Ragazzi, io darei un consiglio, si va su a vedere che fanno e si decide al momento op­portuno." Si salì su e si vide a distanza di trecento quattrocento metri una motoretta con una mitragliatrice sopra che saliva piano piano. Questo sottotenente, che era di Colonnati, fece: "Ragazzi, ricordia­moci che abbiamo poche munizioni e le nostre armi possono colpire al massimo a cento, centoventi metri." Ad un certo punto: "Ragazzi, ci vengono in bocca! Tutti fermi!"

S’era una quindicina non di più e ci si appostò in terra. La paura era tanta, dal culo non ci passava uno spillo.

Questi venivano sempre più vicino, saranno stati a centocinquanta metri, poi a cento metri, a ottanta metri, finché non erano a settanta metri non disse "Fuoco!". "Quando dico fuoco" ci aveva detto, "fate fuoco e ci si ritira tutti insieme sempre a culo indietro, senza alzarsi." Ci aveva insegnato la tattica come avanzare e come retrocedere ma sempre senza alzarsi. Noi si obbedì all’esperienza di uno che aveva fatto la guerra.

Successe che il Checcucci* non obbedì a queste cose. S’alzò e cominciò a sparargli dietro. Aveva fatto sette, otto anni di galera e quando vide che questi scappavano, voleva andargli dietro, ma loro avevano la mitragliatrice e spararono. La mitragliatrice "spazza" e fu preso in pieno. Se lui si fosse abbassato forse non sarebbe morto. Non gli voglio fare una colpa. Era un partigiano e gli darei la meda­glia d’oro però è andata così.

Noi non si sapeva cosa s’era fatto. S’abbandonò la Cappella di Cep­peto e s’andò giù in Pescina da un contadino. Non ci ha dato più noia nessuno perché si era sparsa la voce che a Monte Morello c’erano duecento, trecento partigiani. Una volta dissi: "Potete dire anche duemila, ma più di quaranta non ci s’era!" Quando si arrivava a cin­quanta partigiani, si mandavano in Monte Giovi.

lo ho avuto anche 1’onore" di conoscere Carità’.

Quando mi chiamarono a fare il militare con la classe del 1923 (io ero del 1924, un anno prima) mi mandarono a La Spezia. Mi tennero otto, nove giorni ma non c’erano vestiti da metterci.

Allora fu deciso di farci una licenza "In attesa di nuovo richiamo." Con quella licenza potevo viaggiare tranquillo, non ero un renitente alla leva né un ribelle, e mi adoperarono per fare determinate cose, portare messaggi, ecc. Un giorno, uno del quartiere, mi denunciò. Mi presero e mi portarono da Carità. lo ero tranquillo perché ave­vo il mio foglio in tasca. Mentre s’era per la strada a braccetto, non mi toccò nessuno. Appena dentro la porta, due bamboccioni (erano avanguardisti, li chiamavano così, non me ne intendo di queste ge­rarchie) mi lasciarono andare due calci qui dietro. lo mi incazzai. In quel mentre scesero due sergenti maggiori della milizia, il Marini e il Vairetti, che stavano nel mio condominio. Mi fecero: "Agresti, che hai fatto? Fermi voi!’ dissero ai due, "Ci si pensa noi." Mi chiesero di quel foglio… io avevo sparso la voce. "Sì, io ho la licenza." "Lasciala a noi. Via!" Mi mandarono via con fare spiccio.

Mi portano da Carità e loro: "Guardi, questo ragazzo… si stava in­sieme… Si è sempre visto… il su’ babbo…" Dissero qualcosa tra loro come se sapessero che per loro andava male. Perché dico questo? Perché, quando dopo furono arrestati, mi richiamarono per testimo­niare a loro favore. lo confermai che mi avevano difeso.

Però Carità prese questo foglio e lo strappò. "Questo non va più bene." lo mi dissi: ‘I che fo?" Presi e venni via.

Stando attento, andai al Comitato di Liberazione Nazionale’ e chie­si cosa potevo fare. Mi dissero: "Meglio un comunista vivo, che uno morto. Va via. Facci sapere tramite il tu’ babbo in do’ tu sei. Se avre­mo bisogno (e senz’altro ne avremo bisogno), ti ricercheremo noi."

Mi arruolai quindi nella Repubblica di Salò’ e mi mandarono diret­tamente alla caserma in via San Bartolomeo a La Spezia. Là c’erano i vestiti, ma non c’erano i cappelli. C’erano dei cappelli da sommer­gibilista e ci misero quelli. Ma io non so nemmeno come è fatto un sommergibile! Ecco, questo era l’esercito della Repubblica di Salò.

Dopo quattro giorni mi mandarono a Monte Moro dove c’erano dei cannoni a difesa del porto. C’era un certo Serra, sergente mag­giore della marina. Dopo dieci, quindici di giorni, venne una figliola, una bella figliola, che cercava un fiorentino, un certo Agresti Leandro.

Mi si affiancò chiedendomi: "Ho bisogno di parlarle, è lei Agresti Leandro, il figliolo di Magnino?" Mi chiesi come faceva a sapere il no­mignolo del mio babbo. Il mio babbo mi aveva insegnato di stare molto attento e di essere sicuro prima di parlare. Lei fece: "Senta, io la vedo titubante e allora le dico una cosa. Lei, quando aveva dieci anni, andava a cavallo con il suo babbo in Polcanto e in Faltona? E si fermava in un ristorante? E gli piaceva tanto il tonno condito con olio e aceto?" Allora dissi: "Comitato di Liberazione Nazionale?" "SU’ Ecco, la prova che mi fece parlare fu quella del mio babbo perché nessuno poteva sapere che io andavo a cavallo con il mio babbo in Polcanto e Faltona e che ci si fermava sempre in quella piccola trattoria, si legava il cavallo e si faceva lo spuntino.

Mi portarono da un calzolaio che faceva anche lui parte del Comi­tato di Liberazione Nazionale. Li trovai altri due marinai, un certo Pe­tacco e un certo Bonino: Petacco doveva essere della zona e Bonino invece era di Torino. Ci dissero: "Si ha bisogno di voi." "Per fare che cosa?" "Vanno fatti fuori i cannoni di Monte Moro, non vi preoccupa­te, voi dovete solo far passare una squadra dell’Ansaldo e ci pensano loro a fare il sabotaggio."

Un giorno si decise di essere tutti e tre insieme ma con noi c’era il maresciallo tedesco che comandava la zona. Si ubriacò: una grappa, un whisky, una grappa, un whisky, cascò come un tegolo. Si fece­ro passare questi e dopo una mezz’oretta, ripassarono: "Questi non sparan più. Ciao!" Noi non ci si accorse di nulla.

Dopo tre giorni, si accorsero che questi cannoni non sparavano e fecero l’indagine. Poi il Serra ci disse: "Se conoscete quelli che erano di guardia il tal giorno… (ci fece cenno di svignarsela)… perché se li pigliano li ammazzano subito." Così si tornò tutti e tre al Comitato di Liberazione Nazionale. Bonino, Petacco e me ci volevano portare sul Monte Moro, allora dissi: Io vorrei ritornare a Firenze." Uno del CLN disse: "Abbiamo una cellula clandestina alle ferrovie, sentiamo loro come si può fare." E mi misero a dormire nel retrobottega del calzolaio.

La mattina si presentarono due e mi dissero: "Noi ti si può portare anche a Firenze, però bisogna che tu venga vestito così." Mi porta­rono un vestito del Battaglione San Marco della X MAS, io mi sentii morire. Però volevo tornare a Firenze e mi dissi: "tentiamo!" Anche lì la paura… non ci passava uno spillo! Era peggio di stare con un fucile in un combattimento. Stare lì senza sapere se potevi incontrare quello che ti chiedeva chi eri e che facevi.

Passai da un ferroviere ad un altro finché trovai quello che mi por­tò a Rifredi. Questo era un muso che faceva paura. Quando si arrivò fece: Rifrediiii! Ciao camerata!" E mi fece il saluto fascista strizzando­mi l’occhio.

Sapevo, tramite il mio babbo, che Valerio Casonati era diventato un gappista. Mi disse: "Non ti terrai di molto questa divisa addosso, eh?" "Guarda, Valerio," gli dissi, "io so chi tu sei, ma te non tu sai chi sono io. lo so che tu fai parte della GAP "Della GAP? Chi te lo ha detto?" "Chi me l’ha detto, non ti preoccupare. Tu sai che i’ mi’ babbo fa parte della clandestinità, i’ mi’ zio, lo stesso." Erano delle cellule clandestine e sapevano tutto.

Andai al Comitato di Liberazione e mi proposero un’azione per eliminare due fascisti. no," dissi, "per piacere. lo con questa divisa addosso non voglio morire."

Valerio, insieme al Pratesi;’ mi riportarono quindi in montagna (con quella divisa addosso bisognava essere accompagnati). Arrivai in montagna. Allora c’era il comandante Marino" che sostituiva il fratello Morando` e che era un po’ ambiziosetto. I ragazzi mi fecero: "Fermati lì, si va su noi." Andarono su e avvisarono che sarebbe ve­nuto su uno vestito da battaglione San Marco (ecco il motivo del mio nome di battaglia). Quando arrivai su, Marino sortì fuori esuberante: "Ora ti si fa il processo." Casonati tirò fuori la pistola: "Te non fai il pro­cesso a nessuno." Il Pratesi lo stesso: "Chi siamo noi? Le staffette uf­ficiali del Comitato di Liberazione Nazionale." Valerio disse a Marino: "Quello che ha fatto lui… te la saresti fatta addosso." Poi ci si salutò e ci si abbracciò. Mi levai subito la divisa ma lasciai i pantaloni perché non avevo altro da mettermi.

A Monte Morello si era tre brigate: una guidata da Lanciotto` che stava a Morello giù, poi c’era il gruppo di Folgore", di cui facevo par­te anch’io, e poi il gruppo di Marino che fece l’attacco al treno e ci fu un mezzo macello.

Tra maggio e giugno si fecero le capanne tra la seconda e terza punta e di lì si partiva a fare le azioni; finché non si ebbe il famoso attacco agli Scollini.

C’era la guardia anche sulla prima punta e di lì si vide che stavano per fucilare la gente ai Seppi. Dagli Scollini, dove morirono questi ragazzi, ai Seppi ci sono più di ottocento metri, non è una bischerata in un bosco. Questi ragazzi venivano giù tranquilli con i fucili a tra­colla e con la sicura che di solito non si levava finché non si arrivava all’obiettivo e si faceva l’accerchiamento. Ma questi poveri ragazzi, non se l’aspettavano. Erano già piazzate due mitragliatrici e quando arrivarono, tutti in colonna, li presero d’infilata, una raffica di mitra­glia e morirono tutti. Si salvò solo Saltamacchie, uno dei fratelli Fiorelli*.

Il combattimento subito successivo fu vinto da noi. Avevano mandato da Monte Giovi` una squadra di sessanta uomini armati di Sten e ne avevano portati anche a noi con le munizioni. Sicché s’era in condizioni di affrontare una battaglia. Barbarossa` mi fece: Marchi­no, di dove si passa?", "Tutto dritto e poi li pigli alle spalle!" Lui salì e li prese alle spalle; successe una carneficina e scapparono tutti. Da allora su Monte Morello non s’è più visto un’anima.

Note

Libero Mannelli detto "Zingaro; partigiano della brigata Bruno Fanciullacci, fucilato in loca­lità Fontebuona il 2/8/1944. Nel dopoguerra fu decorato di medaglia d’argento al valore militare. Ancora oggi un piccolo cippo in sua memoria è situato nel punto dove è stato ucciso.

Cappella di Ceppeto, Monte Morello (Sesto Fiorentino).

Giovanni Checcucci, nato a Firenze il 26 novembre 1906, manovale al Pignone. Comu­nista attivo, nel 1939 era stato condannato dal Tribunale speciale a sei anni di reclusione. Dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla Resistenza organizzando le prime formazioni par­tigiane. È stato il primo caduto della Resistenza fiorentina (a Ceppeto di Sesto Fiorentino il 14 ottobre 1943).

Mario Carità (Milano, 1904 – Castelrotto, 1945) militare italiano, aderì alla Repubblica So­ciale Italiana e guidò un manipolo di squadristi denominato "Reparto di servizi speciali" (RSS), più noto come Banda Carità. Poi guidò l’Ufficio Politico Investigativo (UPI) della Guar­dia Nazionale Repubblicana di Firenze e in seguito di Padova. Feroce e spietato persecutore, torturatore e aguzzino di antifascisti, resistenti ed ebrei.

Guglielmo Pratesi, ferroviere, partigiano delle SAP delle Officine Ferroviarie di Porta al Prato. Nome di battaglia "Veleno".

Marino Cosi.

Morando Cosi

Lanciotto Ballerini, nato a Campi Bisenzio (Firenze) nel 1911, sergente maggiore di Fan­teria, Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria. Caduto in combattimento sui Monti della Calvana (Firenze) il 3 gennaio 1944.

Fonte dei Seppi e sella degli Scollini, due località sul Monte Morello.

Egizio Fiorelli caduto nella battaglia della Fonte dei Seppi e Silio Fiorelli "Saltamacchie" unico scampato di questa battaglia.

Bruno Alinori, detto Barbarossa.

Fine prima parte

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 7 marzo 2016, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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