Testimonianze – Leandro Agresti II

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Leandro Agresti

II

Appena loro si ritirarono, noi si pensò ai nostri ragazzi: si avvolsero in delle coperte e si intendeva seppellirli. Ma il terreno era tutto sasso e anche col piccone non si riusciva a scavare, finché un contadino ci indicò un prativo e si seppellirono lì. Dopo due mesi, perché succes­se subito la liberazione, li recuperarono quasi tutti interi e li portaro­no a Sesto. Questa è la storia di Monte Morello.

Nessuno sa che Lanciotto fu il primo vero comandante di Monte Morello e ci insegnò la guerra mordi-e-fuggi, di stare in guardia, di insegnare alle staffette quando venivano su che non passassero per i sentieri ma dentro il bosco per non farsi vedere dalla famosa cicogna. Tra queste staffette c’erano anche le mie sorelle. Non ci si rendeva conto.

Molte cose ce l’ha insegnate il Checcucci. La prima canzone che si cantò ce la insegnò lui: "… dai monti ai piani, lottano i partigian1.." quella canzone è nata su Monte Morello nella cappella di Ceppeto. Invece quella famosa canzone che canta sempre Silvano Sarti: "Per voi bambine belle della via, per voi future spose del domani…" la in­ventò Carlo Cau, soprannominato il poeta, nella cappella di Ceppeto.

Il Checcucci ci raccontava della galera che aveva passato. Era mol­to provato da questa esperienza. Per questo, quando vide i fascisti scappare, si alzò: per la voglia di combattere.

Dopo questo combattimento, Lanciotto venne su e prese il co­mando insieme a Folgore. Lanciotto mi aveva messo di guardia alla Fonte dei Seppi per controllare sia il versante del Vecciolino, sia quel­lo della Castellina. "Tu c’hai gli occhi boni e vedi sia di qua che di la, mi disse. "Mi raccomando! Stai bene attento!"

Ogni due ore si faceva il cambio mentre lui girava per tutte le sen­tinelle che aveva appostato. Ad un certo punto sentii dietro rompere uno stecco e levai la sicura: "Fermo! Sono Lanciotto." Mi disse: "Vedi, se ero un nemico ti avevo già fatto fuori. Quando siamo nei boschi, bisogna guardarsi da tutte le parti, non dico sempre, ma ogni tanto bisogna guardarsi anche dietro le spalle." Gli chiesi: "Ma quella sen­tinella lassù allora a che serve?" "Vuoi che spari per far scoprire dove siamo? Non può sparare lui. Spara in caso di attacco ma altrimenti no." Da vecchio sottufficiale che aveva fatto la guerra, aveva una certa esperienza. Fu una brontolata amichevole, poi mi dette una pacca sulla spalla e andò via.

Si aveva poco tempo per parlare e molto da camminare, fare e di­sfare. Vi racconto anche questo episodio: nessuno lo sa ma Fabiani* un giorno ci raggiunse sulla seconda punta. Fu Biondetti, grande cor­ridore di automobile, quello che portò su Fabiani con la Cinquecento.

Fu quando il comandante Marino volle sapere se c’era qualcuno vicino al Partito Comunista. Eravamo una quindicina. Ci disse che do­vevamo sacrificarci e andare sempre prima degli altri per dare l’esem­pio. E difatti fu così. Quando successe della battaglia della Fonte dei Seppi, Gambalesta, che era ufficialmente il comandante della brigata Fanciullacci, ordinò alla prima squadra di pronto intervento di anda­re giù per primi ed erano quasi tutti "iscritti" al Partito Comunista, o meglio, allora non c’era "iscrizione", era tutti figlioli di appartenenti al Partito Comunista. Oggi nessuno vuole sentire rammentare il Partito Comunista ma invece sarebbe bene parlarne perché ha avuto tanti morti.

Le donne sono state eccezionali. Hanno rischiato la pelle per portar­ci un boccone da mangiare su in montagna. Tante volte, poiché il pane era duro, venivano le lacrime agli occhi anche a loro. "Non vi preoccu­pate, si ammorbidisce noi" rispondevamo. Si metteva un po’di sale e un po’ d’acqua sopra, qualche volta si aveva qualche goccia d’olio.

Si è patita molto la fame. Si è mangiato di tutto: vitalbe, luppoli, cicerbite, asparagi, radicchio. Tante volte non s’aveva nemmeno l’ac­qua per lavarli. A volte si trovava le ciliegie o le corbezzole. Quando si trovavano era una manna, però se ne poteva mangiare una o due, il resto bisognava portarlo in brigata.

Un contadino ci dette un paniere di ciliegie, si portarono in bri­gata, si contarono e ne toccò dodici per uno. Di una formettina di formaggio s’è fatto anche trenta spicchi. Quella era la possibilità che c’era, s’era tutti uguali, ma Lanciotto era sempre l’ultimo a mangiare. Un bestione com’era, ma anche lui si arrangiava così.

C’era anche un grande ragazzo che non viene mai rammentato, Ugo Corsi`. Era quello che trasportava molta gente su Monte Morel­lo e ha fatto chilometri e chilometri per portare la gente da Monte Morello a Monte Giovi. Era facile raggiungere Monte Giovi, s’attra­versava la Bolognese, la Faentina, poi le Quattro Strade, le Salaiole, il Cischio e poi Monte Giovi. I partigiani non avevano sentieri, per noi il bosco era un sentiero unico.

Monte Morello è stata l’officina dei partigiani toscani. Molti dei partigiani che erano con me in Secchieta, sul Pratomagno, sul Monte Giovi, li ho ritrovati in tutte le parti della Toscana. Tutti ragazzi che erano passati di lì, come Timo`, Vasco Palazzeschi, che poi erano andati a finire in Pratomagno con la brigata Caiani*.

Il 31 luglio da Maiano ci eravamo attestati al Vincolo (così si chia­mava allora) tra la cappella di Ceppeto e la Fonte dei Seppi.

II primo agosto si ricevette l’ordine di venire giù quindici- venti per volta e si doveva passare dalle fogne dell’ospedale. Quando mi dis­sero di passare dalle fogne, dissi a Gambalesta : Io faccio la strada che ho sempre fatto dieci, venti volte, non so quante volte, chi vuole, venga con me." Ecco perché mi sono trovato con il grado di sergente maggiore.

La prima notte si dormì nel rifugio di Piazza Leopoldo, dai rifugi a casa mia c’erano cento metri. Si passava la Superpila e la Manetti & Roberts. Il Casonati Valerio stava invece prima di me al numero 4.

II novanta per cento della popolazione era con noi e se non fosse stato così, non si sarebbe fatto quello che si è fatto. Mi ricordo quelle che noi chiamavamo "frappappine", quelle che studiavano per infer­miere a Careggi. Quando si entrò in Firenze qualcuna ci avrà visto ma nessuna parlò e si raggiunse tranquillamente il rifugio in Piazza Leopoldo.

II due Agosto ero dunque a casa e mi buttai sul letto. Era tanto che non ci dormivo! La mattina, saranno state le otto, mi svegliò il mio babbo e mi fece: "Leandro! C’è due che hanno minacciato di portar via tutti questi ragazzi…"

C’erano due fascisti, un uomo e una donna, la Bitto e il Lavorini che volevano prendere l’acqua. Le donne si ribellavano perché avevano solo due, tre ore di tempo prima che sparassero. I franchi tiratori in­fatti sparavano dalla Manetti & Roberts e avevano già ammazzati sei, sette, donne, bambini e vecchi (uomini in giro non ce n’erano più). Queste si ribellarono e i due minacciarono di far portar via i ragazzini che aiutavano a tirare su l’acqua, dodici, tredici anni, quattordici il massimo. Mi affacciai e vidi che uno aveva un fucile di precisione e doveva essere un cecchino` così chiesi:

"Babbo, ma dove stanno?"

"Al villino del Linari, quello in cantonata."

"Senti, fra un quarto d’ora, venti minuti, manda la Pierina e l’Eda (le mie sorelle, una del ’20 e una del ’21) giù a prendere l’acqua."

Noi quattro ci si nascose nel giardino del villino. I due entrarono con l’acqua, puntammo loro contro quattro Sten, aprimmo la porta e si buttarono dentro.

Dopo sette giorni, il Comitato di Liberazione ci ordinò di ammaz­zarli, io e Valerio si disse: "Noi non s’ammazzano." "Ma il Comitato di Liberazione gli ha fatto il processo e ha deciso di ammazzarli." Allora presero due della GAP, tra cui uno al quale avevano trucidato il fratel­lo in Pratomagno, che li ammazzarono.

Non sapevano dove buttarli, in mezzo di strada avrebbe provoca­to dure rappresaglie. In realtà, eliminato quello della Manetti & Ro­berts, di franchi tiratori non ce n’erano più, il rione era in mano a noi.

Furono buttati nelle fosse biologiche. Successivamente in quella casa c’è stata la prima sezione del Partito Comunista di Rifredi. Il mio babbo, da intelligente vecchio comunista, andò dal segretario e gli disse che sotto c’erano due cadaveri e consigliò loro di buttare due secchi di calce. Non lo fecero. Dopo venticinque anni, pulirono le fos­se biologiche e ritrovarono le ossa.

Al processo, il Comitato di Liberazione Nazionale si è assunto la responsabilità dell’uccisione come fatto di guerra.

II 2 agosto quindi si catturò questi franchi tiratori e si misero nel vil­lino ad angolo. Dopo un paio di giorni si sentì saltare i ponti sull’Arno. L’unico che non era saltato era il Ponte di Mezzo perché lì c’era una squadra di giovani, comandata da un nostro compagno, ora morto, il Nannarelli, che era del ’31 e quindi avrà avuto tredici anni.

Fu uno dei primi ragazzi che ha fatto la staffetta a Monte Morello. Una volta portò su un mitra con un caricatore solo. Gli chiesero: Per­ché hai portato un caricatore solo?" "Madonna!" e ripartì in tromba e andò a prendere gli altri caricatori. Rischiò la vita due volte. Aveva tredici anni. I suoi genitori e i suoi zii erano vecchi comunisti.

L’8 agosto si raggiunse Gracco` al Casone dei Ferrovieri*, ove c’era il comando di tutto.

Ero fidanzato con una figliola. Quando l’8 settembre andai a tro­varla e le dissi che andavo in montagna, lei mi rispose: "Che vai a fare carbone?" No, io vado in montagna per questo… questo … e que­sto… ci siamo consigliati con il mi’ babbo e vo in montagna perché con i tedeschi e i fascisti non ci voglio andare." e non la rividi più.

Quella mattina, il 9 o 10 agosto, mentre parlavo con Gracco della perlustrazione fatta alla Villa Demidoff`, arrivò una donna che mi abbracciò e mi baciò. In quel mentre passò il suo babbo e la bron­tolò. Lei fece: "Babbo, è dodici mesi che non vedo il mio fidanzato!" "Fidanzatoooo??" "Senta, sor Gino, io son sincero, io non sapevo nem­meno più di esser fidanzato perché non ho avuto il tempo di pensare alla fidanzata." E lui: "Si dovrà parlare un po’ io e lei." "Sì certo! Ora però finisco di parlare coi tedeschi e coi fascisti e dopo verrò a parlare anche con lei."

La domenica successiva al 7 settembre (quando ci disarmarono) andai a parlargli a casa.

Tanti non sanno che la divisione Potente si chiamava Arno. Nel Co­mitato di Liberazione Nazionale ci fu una discussione tra le varie cor­renti che non volevano si parlasse di Garibaldi. Ad un certo momento fu deciso di mettere "divisione Amo" perché riguardava tutta la To­scana proprio come l’Arno che dalla fonte del Falterona gira tutta la Toscana. E’ stata divisione Arno fino al 12 di agosto. Quel giorno si ri­unirono tutti i comandanti delle varie brigate e fu deciso di cambiare "divisione Amo" con "divisione Potente Aligi Barducci" *

Il 12 agosto, quando si riunirono tutte le brigate e si dettero i gradi, vo­levano darmi il grado di tenente ma io dissi che preferivo che lo dessero a Libero Mannelli che era morto. Lui salvò la nostra brigata: fu trucidato ma non parlò. Se avesse parlato ci avrebbero ammazzati mezzi.

In questo cartello che vi ho fatto vedere siamo 110 persone, tutti mescolati tra GAP, SAP e partigiani di montagna, che si è liberato Firenze. Dal 2 agosto, quando si catturò i due franchi tiratori, al 12 agosto, abbiamo liberato Rifredi. Non c’era nessun altro e fino al 30, 31 agosto non si vide un alleato. Quando arrivarono, fecero una volata fino a Sesto.

Tornato a casa, un giorno si sentì l’intervento di Togliatti` che invi­tava i partigiani di Firenze a continuare la guerra nel nuovo esercito per la liberazione del Nord. Ero con il mio babbo e gli feci: "Babbo, hai sentito cosa ha detto Togliatti?", "Ho sentito, ho sentito." "Che tu pensi?", "Se avevo gli occhi boni, partivo io." "Ho bell’e capito, babbo. Va bene, riparto io. Però alla mia fidanzata e alla mamma racconta qualche barzelletta te perché io non ce n’ho più da raccontare."

Ci portarono a Gaiole in Chianti dove c’era la divisione Friuli che stava partendo per Fano. Da Fano si raggiunse Brisighella: Casonati lo misero nel 35° artiglieria con un cannone da 88, a me fecero fare una prova e mi misero su una mitragliera da 40 mm a quattro bocche del peso di 27/28 quintali e trainata da un cingolato. A Natale s’era già sul fronte.

S’era sempre in allarme perché bisognava difenderci dagli aeropla­ni e sparare nelle feritoie dei fortini. Nella nostra mitragliera c’era una pallottola tracciante, una perforante e una dirompente. Se eri capace di buttare la dirompente dentro il fortino, chi c’era dentro moriva. Quando si fece l’attacco, i primi a sfondare i fortini si fu noi. Poi partì la fanteria all’attacco, baionetta in canna. Si sfondò il fronte e in tre giorni si arrivò a Bologna ma si dovette stare duecentosettantasette giorni in posizione. Quota 92 fu riconquistata da noi sei o sette vol­te. Ogni volta che arrivavano gli americani, si sentiva combattere e poi scappavano subito. Allora si disse: "E no! Ogni volta si ha feriti e morti… ora ci si sta noi A Villa Zacchìa c’è una lapide dove è scritto: "Caparbiamente insistendo i fanti della divisione Friuli permisero alla V e all’V111 Armata di avanzare."

I nostri fanti, quella quota lì, non la lasciarono più.

Sul Senio fu fermato un Tigre" da una batteria nostra a forza di sparargli nei cingoli. A un carrarmato se rompi il cingolo è fermo. Il capitano faceva: "Ragazzi! Dai sul quel cingolo!" Ma ci fecero fuori due batterie. A noi non ci presero perché si fece in tempo a spostarsi.

I tedeschi ci individuavano e ci colpivano con i mortai con precisione, ma noi ci si spostava da un punto ad un altro.

Noi s’è avuto tante soddisfazioni, abbracci e baci dalle donne, feste da ballo.

A forza di camminare si finì a Massa Lombarda, sotto Paganella. Un giorno si dovette andare sulla Paganella perché c’erano dei tedeschi che si erano buttati alla macchia. Ci chiamarono per la nostra espe­rienza di guerriglia e infatti si fece 100/150 prigionieri: arrivammo loro addosso e non se ne accorsero nemmeno.

Era venuto da noi, da qualche tempo, un ufficiale, mi pare un te­nente colonnello. La mattina ci si svegliava tardi e questo ci fece: "Poltroni, cosa fate? Levatevi! Via!". A un certo punto uno di noi buttò una bomba Balilla dietro a una finestra. Lui protestò con una frase infelice: 1 miei soldati in Ispagna…!" Venne il generale Scattini, che per noi era come un babbo, e gli raccontammo dell’uscita infelice del tenente colonnello. li generale lo richiamò e gli disse: "Hanno fatto la guerra: hanno diritto al riposo. Calma! E poi che ha detto? I suoi soldati in Ispagna? Bene! La si rimanda con il suoi soldati!"

Il generale Scattini, quando sentiva il profumo del sugo che si face­va noi con le scatolette, veniva subito a mangiare con noi.

Le nostre speranze erano di tornare a casa, ma ci congedarono a settembre, ottobre! Noi s’era firmato per la fine della guerra e la guerra era finita ad aprile. Alla fine, in quindici giorni, a scaglioni ci mandarono via.

Tornai a casa e mi riassunsero alla Cipriani & Baccani dove ho lavo­rato per altri dieci anni. Poi la ditta fallì ed entrai all’ATAF.

Dopo la liberazione si era preso l’impegno di andare a recuperare tutti i nostri caduti. Fui tirato a sorte insieme ad altri due e si andò sulle montagne pistoiesi a recuperare due salme. Si misero su un camioncino come sempre si faceva, ma questo si ruppe. C’era poco da fare: il camioncino si lasciò dal meccanico e si prese il treno con le salme avvolte nella carta gialla e legate alla meglio. Ci sedemmo nello scompartimento insieme a tre donne. Dopo un po’ queste, che guardavano gli involti che avevamo sulle ginocchia, ci dissero: Met­teteli su, stanno meglio." no… non importa…" Ad un certo punto mi fecero: "Che c’avete oro lì dentro?" "Guardi, oro no, però c’è del­le cose preziose…" Insomma, la curiosità è femmina e finirono per aprirli. Videro le croci e corsero a dirlo al capotreno. Venne il capotre­no e gli spiegai cosa era successo. "Ci penso io, state calmi." E attaccò un foglio con scritto "RISERVATO". Così si arrivò a Firenze tranquilli e non ci ruppe le scatole nessuno.

Insomma, Mario Fabiani, primo sindaco di Firenze, è stato coman­dante delle brigate Garibaldi.

Prima di venire a liberare Firenze, si facevano grandi progetti ma lui disse: "Calma! Ci vorranno diversi anni e forse dovremo passarne anche delle brutte." E difatti fu così. Anche io ho avuto due denunce, di cui una per omicidio. Per fortuna quando spiccarono il mandato di cattura ero in viaggio di nozze e quello mi ha salvato dall’andare in galera, se no sarei stato qualche anno in galera come quel calciatore del Livorno che si fece qualche anno di galera per processo indiziario e poi si scusarono con lui.

A me fecero un processo indiziario accusandomi di aver ammazza­to uno, sparandogli un colpo alla nuca. Mi difesero Filastò e Pacchi, due grossi avvocati di Firenze. Mi dissero di presentarmi da loro al mio ritorno che ci avrebbero pensato loro a portarmi in questura. Dal ’48 (anno in cui mi sono sposato) al ’50 sono stato sotto processo.

Filastò mi aveva istruito: "Quando ti faranno il confronto all’ame­ricana, ti metteranno insieme ad altri cinque o sei individui. Quan­do entrano i testimoni tu mettiti subito in un posto diverso." Infatti, quando entrò il primo e gli chiesero: "Lei riconosce Agresti Leandro?", "E’ il primo." "Ma è sicuro lei?", "Sì è il primo." Non ero il primo!!

Venne un altro ragazzo e disse: "Agresti Leandro è lui ma non è quello che ci fermò in Piazza Signoria." E anche lui testimoniò a favore mio. Entrò poi una signorina ma non sapeva indicare chi fosse

Agresti Leandro e il giudice la mandò via. Su tre nessuno mi aveva riconosciuto. Era un processo indiziario. Quando mi mandarono a casa, nella sentenza non c’era scritto "assoluzione" e io mi arrabbiai, ma Filastò mi disse: "Questo vuol dire che non c’era motivo di farti un processo."

Noi si lottava perché l’Italia avesse finalmente la sua libertà, i suoi diritti del lavoro, una società migliore, non una banda di ladri. Biso­gna essere sinceri: anche fra noi abbiamo avuto dei disonesti. L’A.N.P.I. cosa chiede? Onestà e moralità. Non si chiede tante cose ma queste si vogliono.

Note

Mario Fabiani (Empoli, 1912 — Firenze, 1974) fu politico italiano, antifascista, dirigente di primo piano della Resistenza in Toscana, dal 1946 al 1951 primo sindaco eletto di Firenze dopo la guerra, presidente della provincia di Firenze dal 1951 al 1962 e senatore del PCI

dal 1963 al 1974

Ugo Corsi nato a Firenze nel 1913, entrò a far parte dell’organizzazione clandestina co­munista nel 1937. Arrestato nel marzo del 1942, venne liberato nell’agosto dell’anno suc­cessivo, dopo la caduta del fascismo. Durante la Resistenza fece parte del distaccamento garibaldino "Faliero Pucci " (Stella Rossa) e poi, come commissario politico, della Brigata d’assalto garibaldina " Sinigaglia ". Dopo la Liberazione, fu decorato della medaglia d’argento al valor militare e della stella garibaldina e proseguì la sua attività politica nel PCI.

Danilo Guidotti detto Timo.

Vasco Palazzeschi nato il 24 novembre 1912. Entrato a far parte del PCc11 nel 1935. Nel 1942 fu arrestato e condannato dal Tribunale Speciale a 14 anni di carcere. Uscito dal carce­re di Fossano nell’agosto 1943, partecipò al movimento partigiano, prima a Pian dei Cerri, a Scandicci e a S. Casciano, poi come staffetta d’informazione e commissario politico di distaccamento sul Monte Giovi e sul Pratomagno. Infine fu commissario politico della Bri­gata "I-anciotto".

24 Da Silvano Caiani, partigiano della Lanciotto, nato a San Frediano. Durante una perlu­strazione nel Casentino, per salvare i compagni, uscì dal suo riparo e si buttò in mezzo di strada ed aprì il fuoco. Uccise tre tedeschi che si trovavano su un auto, ma rimase a terra anche lui ucciso dai mitra dei due tedeschi superstiti.

Loder Pirro detto Gambalesta, comandante della Brigata Fanciullacci.

Tiratore scelto o franco tiratore. Nel Luglio del 1944 i fascisti fuggirono da Firenze la­sciando un gruppo di franchi tiratori, per lo più giovanissimi o donne, appostati nelle case o sui tetti con il compito di seminare il terrore sparando a qualunque essere animato che

si aggirasse per le strade.

Angiolo Gracci, nome di battaglia Gracco (Livorno, lo agosto 1920 – Firenze, 9 marzo 2004), partigiano e politico italiano, comandante della Brigata "Vittorio Sinigaglia" Per i suoi meriti fu decorato con la medaglia d’argento ai valor militare.

Edificio che occupa l’isolato tra Via Mercadante, Via Rinuccini, Via Petrella e Via Ponchielli a Firenze, formato da alloggi destinati alle famiglie dei ferrovieri. Importante sede della 30 Resistenza nel quartiere San Jacopino – Piazza Puccini a Firenze.

29 Villa San Donato o Villa Demidoff era una sontuosa villa appartenuta alla famiglia Demi­doff, tra le più belle ville ottocentesche di Firenze, situata nella periferia Ovest della città e pesantemente danneggiata durante la seconda guerra mondiale.

30 Aligi Barducci "Potente" nato a Firenze il 10 maggio 1913 e morto a Greve in Chianti il 9 agosto 1944, fu militare e partigiano italiano. Protagonista di numerose azioni tra cui la liberazione di Firenze nell’agosto del 1944, fu decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.

31 Le Squadre di azione patriottica (SAP) erano gruppi di combattimento partigiano nella Resistenza italiana. Formate nell’estate 1944 come formazioni di circa 15-20 uomini cia­scuna, per espandere la partecipazione popolare alla lotta. Svolsero azioni di sabotaggio, fiancheggiando GAP e Brigate partigiane. 31

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 7 marzo 2016, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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