Testimonianze – Renzo Parretti

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Testimonianze

Renzo Parretti

"Ognuno ha fatto la sua parte. Le scelte sono conseguenze delle condizioni che si vivono!’

Mi chiamo Parretti Renzo e sono nato il 20 ottobre 1923 nel comu­ne di Brozzi, che comprendeva il borgo di Peretola.

La mia mamma era molto cattolica ed io, di conseguenza, da bam­bino andavo a servire messa.

Mio padre era di sinistra, grande invalido della guerra 1915/18, lavorava alla Galileo.

Non ero per principio antifascista e, quando venne Hitler a Firenze , andai in piazza del Duomo a vederlo; un obbligo, ma eravamo troppo piccoli. Poi nel tempo maturai le nuove convinzioni.

Il borgo era un posto di disperati, la maggior parte disoccupati che passavano il tempo a giocare.

Mi ricordo un tale che in inverno andava all’ospedale San Giovanni di Dio, senza avere nessuna malattia, per ricevere da mangiare e sta­re al caldo. Tanti contrabbandavano, anche coi tedeschi.

lo lavoravo alla Galileo e al momento della leva, nonostante che tutti quelli della fabbrica venissero arruolati in marina, mi mandaro­no con l’annata del 24 a Torino e a Busto Arsizio.

Dopo poco tempo arrivò l’8 settembre, ci fu lo sbando ed io scap­pai alla volta di Firenze.

Una serie di avventure caratterizzò da quel momento la mia esistenza … ero pur sempre in periodo di leva…

Insieme al mio amico Silvano Montino, andammo a lavorare per la Todt a Dicomano, grazie ad un certo "Carrucola" che teneva la contabilità della ditta e che falsificò le nostre carte d’identità.

Si lavorava nei pressi del Muraglione a costruire trincee e, nonostante la giovinezza, le condizioni di lavoro e la scarsa qualità di vitto e alloggio ci fecero maturare l’idea di fuggire.

Trovai dopo, il figlio di un amico del mio babbo, un chimico che lavorava alla Galileo, che mi convinse a fuggire a Buonconvento dove rimasi almeno sette mesi a casa di una sua zia.

Dopo questi mesi, il parroco e il maresciallo ci consigliarono di cambiare aria… e tornammo di nuovo a Peretola.

A Peretola c’era "Maccherone’; un fascista che provava un gran gu­sto nel gettare bombe sui biliardi e urlare sul tranvai slogan e coman­di con in mano un fucile automatico.

I tedeschi si erano sistemati in alcuni locali del mio babbo e avevano collocato qui due cannoni che, non essendoci le case che ci sono ora, po­tevano colpire la sponda sinistra dell’Arno dove erano arrivati gli alleati.

Di sera facevano le ronde con il carro armato tigre che tenevano parcheggiato alle "Sciabbie" (Petriolo).

Una notte i tedeschi presero due ragazze in via Carletti e, dopo averle condotte nel convento delle suore, le violentarono alla pre­senza del babbo.

Un’altra volta bombardarono il "bottegaino", posto di rifornimento benzina situato accanto alle suore, e, tra le macerie, trovò morte la proprietaria.

Accanto al cinema Roma gli avanguardisti avevano un posto dove probabilmente purgavano e torturavano gli oppositori.

La casa del popolo` in via di Peretola, diventò casa dei fascio.

I tedeschi erano sempre all’erta e mi ricordo che una sera, all’arrivo del prete di San Donnino nel cortile delle suore, mentre il suo asinello cominciò a scalpitare e a ragliare, arrivarono all’istante con lampade e pistole generando il panico tra le suore e gli abitanti della zona.

Durante una corsa di cavalli all’ippodromo delle Cascine conobbi un aviatore sardo che mi fece avvicinare alla resistenza e mi mandò a Borgo Pinti dove c’era l’Annigoni. Mi spiegò che bisognava essere non più di quattro persone per gruppo d’azione, gruppi snelli. C’era anche Nereo, il Chiarda, il Casili Gianpiero. Uno dei comandanti era Manfredo, delle SAP

Si pattugliava la zona di via Baracca, soprattutto di notte, ma non feci combattimenti e non arrivai mai ai partigiani di montagna per­ché, dopo la battaglia di Pian d’Albero*, io e Gianpiero aspettammo invano la staffetta che doveva portarci nelle zone d’azione.

Nell’agosto del 1944 ero in strada a festeggiare Firenze liberata e anche nella nostra zona, in settembre i tedeschi furono cacciati. Ho vivo il ricordo del mio babbo che finalmente si riprendeva i locali oc­cupati dal comando tedesco.

Era difficile fare delle considerazioni "politiche".

Era coi fascisti e coi tedeschi che bisognava chiudere, chiudere il libro… mandarli via era la speranza.

A Italia liberata, la crisi si continuava a sentire anche alla Galileo, per cui andai a lavorare nell’Iran dello Scià e di Soraja, sul Mar Caspio e nel Libano.

Il Presidente della Repubblica in seguito mi onorò del diploma di "Patriota".

Oggi vivo nei luoghi della mia infanzia, dei miei ricordi e della mia maturazione.

Note

II 20 giugno 1944 in località Pian d’Albero, vicino a Figline Valdarno, si consumò uno degli episodi più drammatici della resistenza nel territorio provinciale fiorentino. In seguito ad un rastrellamento, i tedeschi scoprirono che il casolare della famiglia Cavicchi faceva da centro di raccolta per i giovani che volevano entrare nelle fila partigiane. Varie squadre del­la brigata partigiana "Sinigaglia" tentarono a più riprese di spezzare l’assedio e delle circa cinquanta reclute oltre metà riuscirono a fuggire. Venti partigiani furono uccisi e furono fatti prigionieri ventuno persone, fra le quali anche Aronne Cavicchi di quattordici anni ed il nonno Giuseppe. Portati più a valle, in località Sant’Andrea, furono impiccati, tranne due che riuscirono a fuggire.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 24 marzo 2016, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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