Testimonianze – Ugo Bencini

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Testimonianze

Ugo Bencini

lo sono Ugo Bencini, nato il 10 Aprile 1924.

Mio padre, Pasquale Bencini, è stato disertore della prima guerra mondiale; diceva che le guerre erano omicidi legalizzati e quando i carabinieri lo presero per arrestarlo fece da pazzo e fu portato al manicomio criminale di Montelupo Fiorentino in attesa di processo. Siccome poi la guerra fu vinta, anche mio padre venne liberato con l’amnistia generale.

Ho fatto una vita da ragazzaccio, poi ho voluto sapere da mio pa­dre tutto quello che era stata la sua vita. Capii che bisognava essere antifascisti per forza, perché mio padre lo era e aveva avuto anche delle conseguenze per questo. Il fascismo era una dittatura tremenda che uccideva chi era contrario, era un impedimento feroce all’espres­sione delle proprie idee.

Quando andavo a scuola, il sabato era obbligatorio indossare la divisa fascista diversa a seconda dell’età. Delle vicine di casa mi offri­rono la montura da balilla ma io rifiutai di indossarla. Ero un ragazzo ribelle e i fascisti mi controllavano e per questo, qualche anno dopo, fui comandato di controllare, tutti i sabati, i sorvegliati politici di via de’ Serragli: un soldato fascista rimaneva in strada a fumare, io do­vevo accertarmi che i sorvegliati fossero in casa e farli affacciare alla finestra per farsi vedere dal fascista.

Conobbi antifascisti importanti e più grandi di me, anche molti co­munisti e, quando ebbi l’età e il modo, scelsi la via dell’antifascismo e della resistenza e collaborai nel mio piccolo.

Non sono mai stato comunista ma convinto antifascista.

Bisognava essere coraggiosi ma anche prudenti e non esporsi; a Peretola c’era Maccherone, che tutti sapevamo essere fascista e quin­di con lui e i suoi amici non si poteva parlare.

Un giorno mi chiamò don Casabianca, il parroco di Peretola, e mi disse: "Senti Ugo, io ti conosco da tanto tempo e anche se non mi frequenti molto, mi fido di te. Mi ha chiamato un contadino del Mo­trone che mi ha detto che dopo l’8 settembre, quando sembrava che la guerra fosse finita, dal campo di aviazione, molti militari erano passati da casa sua e con l’aiuto delle donne che cucivano, li aveva vestiti in borghese. Ma avevano lasciato delle armi che adesso sono diventate pericolose, perché se i fascisti vengono a saperlo o gli fan­no una visita e le trovano, rischia di essere fucilato senza avere nes­suna colpa."

lo conoscevo Gino Busi che si mostrò favorevole a custodire que­ste armi. Era davvero un uomo coraggioso; una volta, sui lungarni, dopo un diverbio con dei fascisti, offrì il petto e disse: "Se avete il coraggio di uccidere un ardito, provate!"

Tornai da don Casabianca che mi fece vestire come i Fratelli della Misericordia` con una buffa e il cappuccio. Andammo nel Motrone; le armi da portare via erano tre fucili e due pistole. lo dissi: "Le due pistole le posso prendere io e nasconderle nelle tasche, ma i tre fu­cili bisogna che li prenda lei:’ Mi feci dare una corda dal contadino e legai i tre fucili ben stretti addosso al prete sotto la tonaca che a quei tempi i preti ancora indossavano e con sopra il mantello era tut­to ben nascosto. Partimmo e quando arrivammo sulla strada erano quasi le sette, vicino all’ora del coprifuoco. Volevamo fare alla svel­ta ma incontrammo un tedesco. Vedemmo che era un comandante perché aveva i gradi sulla divisa. Ci fermò e Casabianca mi disse di stare zitto e far parlare solo lui. Alla richiesta di chi fossi io e il perché fossi vestito così, il parroco cominciò a fare la storia della Misericordia, che dovevamo essere incappucciati per non essere riconosciuti mentre facevamo le opere di carità, che era una antica istituzione, che erano rimasti solo i vecchi a fare questo servizio, insomma lo ri­empì di discorsi che alla fine il soldato disse: " Sì, sì, va tutto bene, va tutto bene" e ci lasciò andare.

A quei tempi io recitavo in parrocchia e mi venne in mente di na­scondere le armi sotto il palco del teatrino in attesa che il mio amico Busi venisse a portarle via.

Fui arruolato in Aeronautica, poi venne l’8 Settembre e il 10 ero già a casa. Mio fratello era invece sulle Alpi vicino alla Francia e, non veden­dolo tornare, lo davamo già per morto, quando la sera del 27 tornò a casa. Mio padre per la grande gioia si sentì male e il giorno dopo morì.

Mio fratello, che in precedenza era stato avvertito dai fascisti di non farsi rivedere in giro per il paese, venne arrestato mentre lavorava un po’ da muratore. Fu caricato su un camion e portato via ma si salvò but­tandosi giù in via Bolognese. Ma era notte e fu trovato da un gruppo di antifascisti che lo scambiarono per un fascista e volevano fucilarlo. Fu salvato da Del Perugia che lo conosceva bene e garantì per lui.

Nelle corti di Peretola c’erano molte armi nascoste, i fascisti a volte passavano di notte e davano una sventagliata di mitra ma per la pau­ra non entravano.

Mi ricordo che la mattina del 30 Aprile 1944, dei repubblichini, arri­varono in automobile presso l’abitazione di Bruno Cecchi . Bruno era un indomito antifascista, faceva il tabaccaio e non poteva frequentare nessuno perché era diffidato; era sempre solo con il suo cane.

Lo prelevarono sotto gli occhi delle due figlie piccole, Ardelia e Fio­rita, già orfane della mamma; fu portato al Masso della Gonfolina e ucciso barbaramente.

Tempo dopo, suo fratello Guido stava andando a trovare le nipo­tine che erano sole, ma fu preso anche lui dai fascisti: aveva in tasca una rivoltella; fu fucilato a Cercina.

Questo era il fascismo: senza dare spiegazioni torturava, uccideva e terrorizzava la gente.

A Peretola c’erano tanti antifascisti, alcuni li conoscevo come i fra­telli Parenti, e sapevo che c’erano anche delle donne, ma si comuni­cava poco perché ci si poteva danneggiare a vicenda.

Tutti festeggiavamo il 1° Maggio ritrovandoci a Cercina per poi an­dare sul Monte Morello. L’opposizione alla prepotenza del fascismo era così forte che attirava anche la povera gente che provava simpa­tia per chi si ribellava; aveva cominciato a capire…

Per sfuggire alle bombe e ai rastrellamenti, mi nascondevo nel co­siddetto Purgatorio, una corte in via 1° Settembre.

Ricordo che quando arrivarono gli alleati, Firenze era già liberata dai partigiani. lo ero di guardia col fucile in via Baracca vicino al ponte della ferrovia che era crollato per i bombardamenti e a un certo punto vidi arrivare qualcuno e subito mi allarmai.

Era invece un liberatore americano che mi disse: "Amico, amico, fumare, fumare" e mi dette le sigarette. Questo fu il primo contatto.

Ho vissuto anni duri, la ripresa fu lenta e difficile: tornò la libertà ma continuò la miseria.

Ho avuto dei riconoscimenti: un attestato del generale Alexander e il Giglio della Liberazione del Comune di Firenze. Vado nelle scuole a parlare con i ragazzi e spero che i giovani recepiscano il mio mes­saggio perché tutto questo non si ripeta.

Note

Bruno Cecchi (S.Mauro a Signa 1896 – 30 aprile 1944) gestore di una tabaccheria nella piazza di Peretola, era un antifascista perseguitato dal regime che più volte lo arrestò e lo portò a Villa Triste. Rimasto vedovo, viveva con le due figlie, Ardelia e Fiorita. II 30 aprile fu prelevato da casa dai fascisti, portato al Masso della Golfolina dove fu fucilato.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 24 marzo 2016, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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