Renzo Funosi – Testimonianze

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Testimonianze
Renzo Funosi
Mi chiamo Renzo Funosi. Sono nato il 3 di febbraio 1927.
Nell’estate in cui venne Hitler a Firenze non ero in città, ero qui a Peretola, però c’era la radio accesa e io sentivo tutto. Tutti i cittadini erano in pieno entusiasmo. Parlava anche Mussolini. lo ero un ragaz­zino, avevo dodici, tredici anni e stavo ad ascoltare. Sembrava che ci fosse una grande euforia.
Quando ero bambino, ero un balilla Il sabato pomeriggio biso­gnava avere la camicia nera, vestiti da balilla, con il fez, se no pren­devi due labbrate (anche se s’era ragazzini di sei, sette anni) e poi bisognava che te lo mettessi uguale. Poi si diventava avanguardisti per prepararsi a fare la guerra e via dicendo.
Sono entrato a lavorare al Pignone nell’Agosto del ’42. Ero pro­prio con il Maggi*. il Maggi era di Peretola ed era un attivista di par­tito. Ero con lui e anche con Bracci nello stesso reparto, il torpedificio, dove si montavano le torpedini antinave.
Ero quindi un ragazzo ma già proiettato e interessato nella sinistra.
Mi tenevano molto in considerazione. lo ero quello che riportava le notizie, dal fronte russo che sentivo alla radio, al Pignone: "Allora come vanno? L’Armata Rossa come va?" Per questo i compagni mi avevano soprannominato Tymosenko, che era il grande condottie­ro dell’Armata Sovietica. Il Bracci, il Maggi, il Vanni e tanti altri erano già tutti segnalati dai fascisti, come anche io. Siccome però ero un ra­gazzino se c’era da portare notizie e messaggi ai compagni (sempre verbalmente, mai con carta) andavo io.
Nel Marzo del ’43 si organizzò il grande sciopero`. S’andava a con­tattare i dipendenti, che per la stragrande maggioranza erano orien­tati a sinistra. Certamente c’erano anche i fascisti, che ci tenevano d’occhio e oltre tutto facevano la spia. L’ufficio del caporeparto e di altri (certamente tutti fascisti) erano in alto due metri e mezzo, tre metri dal reparto sicché dominavano tutto e vedevano tutto. Ti con­trollavano attimo per attimo.
Ci vollero parecchi giorni per organizzare il grande sciopero. Non mi ricordo la data precisa ma mi ricordo bene che era di Marzo. Fu organizzato in tutta Italia per dare volta al periodo fascista.
Fu all’inizio del pomeriggio, mi ricordo bene, che ci fermammo tutti. Vennero i militari per mandarci via, per buttarci fuori dallo sta­bilimento. Si doveva passare attraverso le mitragliatrici puntate su di noi. Ci frugarono tutti per vedere se s’aveva manifestini e via dicen­do. Però, è chiaro, tutto si faceva verbalmente e dunque uscimmo.
Poi andarono a casa a prendere i compagni più in vista: il Bracci (che fu mandato nei campi di sterminio ad Auschwitz e non tornò più), il Maggi (che si diede alla macchia e poi morì in un confronto di armi).
lo un par di labbrate le presi anche dopo questo fatto qua. Mi dis­sero i fascisti: "Te tu sei un ragazzo, però ricordati che sei tenuto d’oc­chio. La prima cosa che tu fai e anche per te c’è il campo di sterminio.
Di lì fu la volta in Italia al fascismo e da lì poi nacque la Resistenza. Molti andarono alla macchia, chi doveva andare militare andò alla macchia invece di andare alla guerra con i fascisti e i tedeschi e così nacque la Resistenza.
La Resistenza fu un periodo molto travagliato per il nostro paese, questo bisogna dirlo. Anche per noi che eravamo ragazzi il disagio era tremendo. Non c’era da mangiare. lo mi ricordo che al Pignone, per esempio, ci davano 100 grammi di pane per chi lavorava e basta al giorno. Sicché bisognava arrangiarsi. Poi davano un pochina di pasta, un pochino di riso per casa. Comunque la fame era tremenda.
Quando cadde il governo Mussolin , eravamo al cinematografo dal Tazzi, all’aperto. Tutt’a un tratto accendono le luci: "E’ caduto il governo! E’ caduto Mussolini!" Vi fu molto entusiasmo perché si dis­se: "Ora la guerra è finita!" Mi ricordo che la mattina dopo s’era tutti fuori e si fece un corteo. Si partì da Peretola, eravamo tanti, poi in centro a Firenze (sempre a piedi) s’arrivò fino al Galluzzo.
L’8 settembre fu uno sfascio completo. Tutti i militari abbandona­rono le armi e andarono via.
Dopo quattro o cinque giorni i tedeschi occuparono l’Italia. E lì cominciarono le stragi. Se ti vedevano ti mitragliavano, non c’era scher­zi da fare. Fu l’entusiasmo e poi la delusione.
Mi ricordo bene che proprio qui dove c’è ora la Casa del Popolo (allora c’erano tutti campi) lungo la strada tutti ammassati c’erano proiettili di cannone, a centinaia lungo la strada e c’era anche una cassa di bombe a mano. Noi, ragazzi incoscienti, si prese a fatica per darla ai partigiani. Sotto la strada c’erano dei canali, dei fognoni alti circa un metro e venti, un metro e trenta, belli larghi. Si portò sotto questa cassa a forza di strisciarla. Eravamo incoscienti perché se sal­tava una si saltava tutti per aria. Erano centinaia di bombe, non una.
Poi però quelle persone qui di fronte il giorno dopo chiamarono i carabinieri e le fecero portar via. Forse avevano paura che esplodes­se.
Un altro episodio è nel ’42 d’estate. Noi ragazzi si andava a fare il bagno nell’Arno all’Indiano. Si passava per la stazione [delle Cascine], si attraversava i binari. Un giorno si fece per andare su e c’erano le SS e tre vagoni fermi. Si sentiva fare dentro "Aiutoooo! Sete!" Si sen­tiva bambini piangere dentro. Erano gli Ebrei in tre vagoni piombati. C’era il filo spinato sulle feritoie e si vedevano le mani.
Si disse: "Bisogna portare da bere a questa gente." Si andò a pren­dere le bottiglie. Si disse: "Stiamo attenti ai tedeschi, alle SS." Avevano i mitra, ma in un momento di distrazione, un paio di bottiglie gli si passarono. Poi i tedeschi ci videro, cominciarono a spararci con i mitra e si scappò.
Era un caldo terribile. Questi vagoni li tennero 3 o 4 giorni fermi lì. Poi un giorno si ripassò e non c’erano più. Li avevano portati ai campi di sterminio.
Questo è un episodio che mi è rimasto nella mente, la tragedia di questa gente… di questi digraziati…
Saranno quel che saranno gli Ebrei ma io sarò sempre dalla loro parte dopo questo fatto. Chi ha visto queste cose, non può dimenti­care.
lo mi sono ritrovato ad un bombardamento al Pignone nel ’44. Quando suonavano le sirene, dovevamo ripararci in rifugi a triango­lo, dello spessore di più di un metro, che erano stati costruiti a cento, centocinquanta metri dagli stabilimenti. Però noi le più volte si scap­pava nei campi.
Quella volta che gli americani bombardarono, (non so se volevano bombardare il Pignone o la ferrovia) eravamo in una fossa. Una bom­ba mi cascò a cinque, sei metri. Fece una buca di un diametro di una decina di metri. Ci venne la terra addosso ma non ci successe nulla.
Mi ricordo anche che lì c’era un pecoraio che presero in pieno e c’erano decine di pecore sbranate. C’erano anche, sparse per una de­cina, anche cinquanta metri, una serie di monete da 5 lire d’argento che ci piovevano addosso. Avevano fatto due orci pieni che furono presi in pieno e volarono tutti. E’ quasi una barzelletta, ma è la verità!
Arrivammo al ’44 quando l’armata sovietica cominciò a sfondare. Mi ricordo che si sentiva alla radio tutti i giorni che i tedeschi erano accerchiati. Queste cose si sapevano perché si ascoltava Radio Londra se no eravamo all’oscuro.
Arrivarono i giorni dell’emergenza. Gli americani erano di là dall’Ar­no e al Mugnone, al Ponte alle Mosse. Noi di qua eravamo nella zona di nessuno. Brozzi e San Dannino li sfollarono e mandarono tutta la gente a Peretola. Era l’estate dei ’44, avevo 17 anni. Essendo zona di nessuno, nessuno ti dava da mangiare.
Si stette tre o quattro mesi in queste condizioni, non tre giorni.
Ci toccava arrangiarsi, andare nei campi (perché nei campi non c’era nessuno). I tedeschi avevano chiuso la via Pistoiese. Di là da quella, dalla ferrovia all’Arno era zona proibita a tutti. Però, siccome laggiù nei campi c’erano patate, uva e via dicendo, bisognava arran­giarsi. I tedeschi erano sulla ferrovia e ci mitragliavano.
Un pomeriggio, sempre in estate, si passò in una viottola che c’è ancora dove c’è la cabina e che porta alla ferrovia. Eravamo tre o quattro ragazzi. Avanti a me c’era Alvaro De Lilla (la sua cognata abi­ta a Petriolo ed è vecchia oggi). Tutt’a un tratto… bum! I tedeschi, che sapevano che si passava per quella viottola (dove eravamo pas­sati anche la mattina dei giorno stesso), avevano messo una mina an­tiuomo. Lui saltò per aria e io ero subito dietro ma non mi feci nulla. Lui era tutto sbranato, aveva tutte le budella fuori, le gambe tutte mozzate. Avevano fatto l’ospedale (diciamo "ospedale") dalle suore accanto a dove abito io ora. Però non c’avevano nulla, avevano un po’ di spirito e basta. Insomma questo ragazzo, urli, urli, urli, morì dissanguato dopo qualche ora a forza di urlare.
Due o tre giorni dopo, dove c’è l’ambulanza [A.V.S. Fratellanza Po­polare di Peretola] (ora c’è la strada ma prima c’era il fossetto e un cannetino), c’era un vialino stretto; si passò un pomeriggio (io ero il primo di questi ragazzi) e si vide venir fuori un paio di gambe con gli stivali. I tedeschi avevano preso uno, gli fecero fare la buca e poi lo mitragliarono, gli buttarono un paio di pale di terra addosso e rima­se con le gambe fuori. Mi ricordo che al cimitero avevano messo un elmetto e la scritta: "defunto ignoto" perché nessuno ha mai saputo chi fosse questa persona.
Mi ricordo anche, sempre nel44 (ormai la guerra i tedeschi l’aveva­no già persa), un pomeriggio (allora io abitavo in una corte in fondo a via di Peretola) ero nell’orto che dà dalla parte del fosso. Tutt’a un tratto un rumore e vedo centinaia e centinaia di fortezze volanti. Sa­ranno state due, trecento mica una. Oscuravano il cielo. Andavano al Nord a bombardare la Germania. Erano quadrimotori e il rumore era assordante. In Italia ormai non c’era artiglieria, non c’era nulla. Era chiaro che ormai era la fine.
Dopo qualche giorno, mi ricordo, cominciarono a minare il campo d’aviazione, a far saltare per aria gli aerei e i capannoni che erano lì. Poi si andava a prendere i bandoni. I primi giorni d’Agosto sulla casa mia cadde uno shrapne che fece una buca terribile. Sicché si mise i bandoni per coprire il tetto sfondato.
Otellino Bianchi*, che abitava accanto a me, con altri andò di là dell’Arno a chiamare gli americani e ci rimase. Alla fine si decisero, prima arrivarono i Neozelandesi coi carri armati e poi arrivarono gli americani.
Alla fine del ’43, inizio ’44, tutti i ragazzi sotto i 18 anni erano stati mandati via dal Pignone perché il fronte si avvicinava e non volevano responsabilità. Ci richiamarono dopo il passaggio della guerra, ma io sono rientrato nel ’47.
Ero andato, come tanti ragazzi, dagli americani allo stadio dove avevano fatto dei depositi di carburante. Ci davano da mangiare. I tedeschi erano ancora a Fiesole e lo stadio è proprio sotto. C’era un carro armato che ogni poco tirava cannonate, era come tirare ai pas­serotti. Un giorno presero il deposito e io ero dentro. Rimasi dentro tra la benzina incendiata. Dalla vita in giù ero tutto terzo grado. Un militare italiano si levò la giacca e mi avvolse. Sono stato più di tre anni senza camminare! Ne ho visti morire tanti. Quelli bruciati il 90% morivano. lo, nel male, ebbi fortuna.
A Careggi c’erano ancora i tedeschi. Al Giardino dei Semplici ave­vano fatto il cimitero e in una scuola lì vicino avevano fatto l’ospedale ma non avevano medicine. Tutte le mattine il dottore (mi ricordo che si chiamava Bianchi) mi asportava la pelle e metteva le bende sopra e passava l’alcool. Urlavo come un pazzo. Sono stato circa sei mesi in questo ospedale. Poi tornato a casa mi ci vollero altri due anni per camminare.
Un altro episodio quasi da ridere, ma purtroppo è sempre il dramma della guerra. Quando tornai dall’ospedale, non camminavo, ero a letto e avevo il tetto sfondato coperto con i bandoni. Tutte le sere alla stessa ora una talpa mi veniva sul letto: Iiiihh! Iiiihh!" Veniva a salutarmi e poi andava via. Tutte le sere. A raccontarlo vien da ridere.
Il mio babbo era morto nel ’42 per un’ulcera perforante. Avevo due sorelle già sposate. Un cognato era sul fronte balcanico e l’altro era in marina nei sommergibilisti a La Spezia, mi sembra. Una volta che il som­mergibile rientrò alla base, andò in congedo, si diede alla macchia e non tornò. Il giorno che doveva ripresentarsi, il suo sommergibile uscì fuori dalla rada e fu affondato e morirono tutti. Lui fu salvo. Lo presero e lo dovevano fucilare. Lo portarono al tribunale a La Spezia. Il comandante era fiorentino e invece di fucilarlo lo prese con sé come attendente.
La scelta da che parte stare era soggettiva. Non c’era un’organizza­zione capillare. Il fascismo era quello. Poi ognuno di noi si faceva un’idea delle cose. La stragrande maggioranza era contro il fascismo, però non potevi manifestarlo se no c’era il campo di sterminio. Le botte e le lab­brate vanno e vengono ma se ti mandavano via, non tornavi a casa.
Anche oggi, ognuno, dentro di sé, con il suo cervello ragiona e fa le sue scelte. Allora era lo stesso. In un periodo drammatico come quel­lo lì il fascismo era odiato dalla maggioranza degli Italiani… Dall’80 al 90% erano contrari al fascismo.
lo mi ricordo per esempio quell’imbecille di Maccherone che andò nelle brigate nere. Veniva in piazza di Peretola, allora dal Pollastri c’era il bar, e buttava le bombe a mano sul biliardo. "Via tutti! Ora fo come voglio io!" Bisognava tu andassi via, me lo ricordo come ora.
Lui lo faceva pubblicamente e in faccia. Altri erano più pericolosi. C’erano quelli invece che non vedevi ma che controllavano le perso­ne una per una. Una mattina venivano a casa e ti portavano via come fecero al tabaccaio Bruno Cecchi*. Il fatto è che lui le cose le diceva pubblicamente e a quell’epoca non si poteva. Finché s’era ragazzi potevi prendere qualche labbrata ma un uomo di una certa età… Poi i fascisti una mattina andarono a casa, lo portarono via al masso della Gonfolina e l’ammazzarono.
C’erano ricompense per chi faceva la spia. A Campi Bisenzio c’era un gobbo che era una spia dei fascisti. Subito dopo il passaggio della guerra, lo presero, lo misero ad un palo delle luce e gli "raddrizzaro­no" la spina e poi lo buttarono nei Bisenzio di sotto al ponte.
Oggi è un problema. Chi governa sono manovali, Renzi compreso, che fanno solo il gioco del grande padrone. Il potere non ce l’ha Ren­zi, non ce l’ha il governo, ce l’hanno i banchieri, i padroni del vapore. Son loro che decidono le sorti del mondo, i paesi che devono andare in guerra, quelli che non devono andare, quanti devono morire. Sono i padroni del vapore.
Prima c’era un’altra dignità, un’altra morale, oggi non c’è più nulla. E l’hanno voluto per imperare. li grande padronato ci manipola come vuole. Quando si degenera così in modo diffuso, poi direttamente o in­direttamente, ne subiamo tutti ma, diciamo, subiamo e ci adattiamo.
Però io non consiglio nessuno di vedere il futuro che sarà, perché
i
io vedo un grande futuro nero per i giovani e per le generazioni a venire. Purtroppo questo mi dispiace.
Che libertà è questa? C’è la libertà di fare quello che tu vuoi però fai quello che voglian loro. Siamo più schiavi di prima!
Un degradare passo, passo, indietro…
Quello che sarà domani non ve lo dico, perché io non ci sarò.
Note
Vittorio Maggi (1903 – 1944), dipendente della Pignone, antifascista e partigiano. Il 15 Agosto 1944 ritornò dalla montagna per riabbracciare la moglie incinta ma fu sorpreso da una pattuglia tedesca a pochi chilometri da casa che lo falciò con una scarica di mitraglia­trice.
Otello Bianchi (1896-1944) macellaio, antifascista condannato nel 1939 a tre anni di confino. Cadde durante la liberazione di Peretola in uno scontro con un nucleo tedesco presso la stazione delle Cascine.
Bruno Cecchi (S. Mauro a Signa 1896 — 30 aprile 1944) gestore di una tabaccheria nella piazza di Peretola, era un antifascista perseguitato dal regime più volte arrestato e portato a Villa Triste. Rimasto vedovo, viveva con le due figlie, Ardelia e Fiorita. Il 30 aprile fu prele­vato da casa dai fascisti, portato al Masso della Golfolina dove fu fucilato. Anche al fratello Guido toccò la stessa sorte nei pressi di Cervina.
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 1 aprile 2016, in Avevamo 20 anni, forse meno con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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