I diari dei bambini sloveni

I diari dei bambini sloveni internati nei campi

Noi italiani, assassini e incendiari

nella Jugoslavia occupata

Il dramma dell’invasione fascista e nazista della Jugoslavia è noto, ma meno note sono le conseguenze sulla popolazione civile slovena di tutte le zone intorno al confine orientale. Dopo le persecuzioni portate a termine in seguito alla nascita del fascismo e poi con l’occupazione italiana e tedesca durante la Seconda guerra mondiale, furono istituiti campi di concentramento e campi di raccolta speciali come quelli di Arbe e Gonars. In quei campi trovarono la morte, per fame e malattie, centinaia di bambini e migliaia di uomini e donne serbi, croati e sloveni. Molte di quelle povere vittime venivano da paesi e paesetti dell’interno ed erano accusati semplicemente di essere slavi ostili al nuovo regime. Le loro case erano state distrutte, saccheggiate e incendiate e i loro averi (bestiame compreso) messi sotto sequestro. Gli italiani, soprattutto reparti delle camicie nere, non furono mai, in Jugoslavia, “brava gente”. Per gli slavi lo diventarono soltanto quando migliaia e migliaia di militari con le stellette decisero di andare con i partigiani per battersi contro i nazisti.

Il materiale terribile che pubblichiamo proviene dal Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale “Leopoldo Gasparini” che ha lavorato con l’Archivio di Stato della Repubblica di Slovenia e il Museo Sloveno di Storia Contemporanea.

Sono stati recuperati i disegni e le testimonianze dei bambini slavi finiti nei campi italiani che alla fine della guerra furono interrogati e ascoltati dalle autorità. Il materiale è stato utilizzato per una grande mostra, un libro illustrato e alcuni spettacoli teatrali. In Italia, tutto è rimasto praticamente sconosciuto. Ecco perché abbiamo deciso di pubblicarlo.

«Nasˇa zˇivina»

«Il nostro bestiame»

Sono stata internata per nove mesi. Pensavo spesso alla mia casa perduta ma quello che mi faceva male più di tutto era il pensiero del nostro bestiame. Quelle che preferivo erano le mucche perché ci davano tanto latte; si chiamavano Ruska e Breza. Quando dovevo pascolarle pensavo che era difficile ma durante l’internamento dove non avevamo né da

mangiare né da lavorare, pensavo a quanto fosse bello essere sazi e lavorare.

Dio, fa che possiamo avere altro bestiame!

Draga, 20-6-1944

Vera Cimpric

(nata il 16-8-1933)

«Lakota v Trevizu»

«Fame a Treviso»

Novi Kot, il paese dove sono nata, è stato bruciato e noi siamo stati internati nel campo di Treviso, che era circondato da un fitto filo spinato e che diventò la nostra nuova casa. Che fame che si pativa lì! Noi bambini piangevamo così tanto che era terribile sentirci. Vicino a noi c’era la cucina, dove si preparava il cibo in grandi pentoloni; la mattina ci davano un

caffè nero e amaro, a mezzogiorno e la sera un mestolo di minestra annacquata. Tanti crollavano a causa della debolezza e ogni giorno diminuivamo di numero, perché morivano fino a dieci persone al giorno per la fame. Non dimenticherò mai la sofferenza patita durante l’internamento!

Draga, 23-6-1944

Nada Cimpric

(nata il 16-4-1931)

«Iz mucˇilnice…»

«Dalla sala di tortura»

Da Rab fummo trasferiti a Gonars. Chi riceveva pacchi da casa poteva anche salvarsi. Noi non abbiamo mai ricevuto niente. Per questo mia mamma per la fame diventò debole, debole e poi morì. Durante l’agonia non permisero a nessuno di avvicinarla. Solo quando fu così debole da non riconoscere nessuno mi permisero di vederla e vidi come

morì. Non posso dimenticare come la misero nella bara. Mi ammalai. Mia sorella si muoveva appena. Era tutta pelle ed ossa. Morì di tifo a soli diciassette anni. Ebbe

un bel funerale. Le donne cantarono canzoni funebri slovene. Piangevamo tutti. Io e

mio fratello tornammo a casa soli. Il paese era distrutto e la nostra casa bruciata.

Cosa non hanno fatto questi brutti Italiani!

Ferdinand Troha

(nato il 29-5-1933)

Tratto da

patria indipendente

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 7 aprile 2016, in Ricordi per non dimenticare con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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