Lido Galletto – Vinca ha pagato col sangue Il suo posto nella storia

Lido Galletto
Vinca ha pagato col sangue
Il suo posto nella storia
 La “marcia della morte” di Walter Reder si inizia il 3 giugno ’44 da Forno di Lucca dove vengono passati per le armi 15 giovani renitenti alla leva; seguono la stessa sorte, sempre nello stesso giorno, 69 ostaggi uccisi sul greto del fiume Frigido. È solo l’inizio. In un crescendo di orrore, il ritiro delle truppe naziste dalla Linea Gotica semina morte: il 12 agosto a Sant’Anna di Stazzema (almeno 560 persone, in prevalenza donne, vecchi e bambini); il 18 agosto a Bardine di San Terenzio (53 civili al mattino e 107 nel pomeriggio, rastrellati in località Valla) e ancora fra il 24 e il 26 agosto Reder con il suo reparto arriva a Vinca. 174 i cittadini inermi trucidati. Il 24 agosto, a Vinca, organizzata dal Comune di Fivizzano, Medaglia d’Argento al V.M., si è ricordato il 60° anniversario dell’eccidio. Alla presenza di molte autorità  tra le quali il Sindaco di Fivizzano Rossetti, il sindaco di Vinca con gli assessori Colonnata, Bassi e Arcangeli e i consiglieri Marcelli e Porcelli, i sindaci di Carrara e Massa e di molti altri comuni lunigianesi – la commemorazione ufficiale è stata tenuta da Fabio Evangelisti presente anche Celso Battaglia, uno dei superstiti dell’efferata strage. Nel testo che segue Lido Galletto, il Comandante “Orti” racconta l’arrivo a Vinca nei giorni successivi alla strage.

 

Era quasi sera, quando improvvisamente Mario Ricci, preso da uno sgomento incontenibile si era precipitato verso Orti prendendogli le mani per premerle contro il suo petto sudato. Dal suo balbettio confuso, Orti non riusciva a capire. Il rude uomo con gli occhi arrossati, si esprimeva a scatti. Poi cominciò un pianto dirotto e portandosi entrambe le palme delle mani sugli occhi, si inginocchiò a terra sussultando con tutto il corpo. Raccontò che il giorno precedente era stato a Vinca e di quanto aveva visto. Poi trainò Dino sulla Tecchia, dal cui crinale ben si vedeva il calcinoso conglomerato urbano del paese di Vinca adagiato su un pianoro erboso nella valle opposta.
Si vedevano bene i muri delle case che si alzavano verso il cielo senza i tetti. Erano tanti buchi neri di una scacchiera contorta, aggrappata alla montagna, sotto le aride cime delle Alpi Apuane, che la chiudevano in un grande semicerchio. All’alba del giorno successivo Orti accompagnato dall’ Alpino Dante Corona di Gignago, decise di andare a Vinca a constatare la verità di quanto Mario Ricci aveva raccontato.
Discesero a precipizio sui crinali erbosi fino a raggiungere il fondo valle, non lontano di Monzone Alto. Il paese era ancora sul promontorio, chiuso nei muri del suo esistere. Tutte le case erano state bruciate dai nazifascisti il 25 agosto. Mancava alla nave di pietra la criniera. Il campanile che si ergeva alto, con l’arroganza del suo esistere sulla prua, non c’era più. Era stato minato e demolito nel pomeriggio del 25 agosto dai nazifascisti.
Il suo precipitare rovinoso si era abbattuto sulla chiesa e la casa parrocchiale, sbriciolandone le coperture . Poco prima dell’evento il sagrestano Veraldo Baroni era stato ucciso dai nazifascisti poco lontano dalla chiesa, dopo avergli fatto suonare per l’ultima volta le campane. I due uomini si incamminarono sul sentiero che si arrampicava dal fondo valle al paese di Vinca. Quando arrivarono il sole era già alto. Si sentiva un vociare languido, come un sospiro. Arrivò improvviso un tanfo feroce di putrefazione. La gente che incontravano balbuziava. Non parlava, le loro labbra tremavano. Dalle loro bocche uscivano solo sospiri. I loro occhi stravolti guardavano lontano nell’infinito.
Tutti i corpi dei caduti erano stati bruciati sul luogo della loro morte. Erano intrasportabili, per il loro avanzato stato di putrefazione. Cataste di legna coprivano i poveri corpi. La carne disfatta dal fuoco scivolava in piccoli rivi giù per i camminamenti, sulle rampe petrose dentro il borgo, impregnando le pietre di quell’odore insopportabile.
Le case bruciate erano rimaste con le occhiaie delle loro finestre a guardare siIenti il cielo. Lo sgomento era insopportabile. Anche l’Alpino con i suoi occhi fanciulleschi rimase allibito, pallido, immobile contro il muro di una casa semidiroccata. Non aveva più la forza di muoversi e Orti dovette scuoterlo violentemente per rianimarlo.
Poi trovarono uno spazio aperto verso la valle, dove all’ombra di un muro si sdraiarono. I loro abiti erano impregnati di sudore. Il malessere fisico che li aveva investiti si esprimeva nella sudorazione estrema dei loro corpi. Si guardavano senza parlare. Giacquero per un lungo tempo, senza avere la forza di alzarsi. Il tempo non aveva più dimensioni. Poi arrivò la sera. Il sole tramontava oltre la Rocca di Tenerano, dalla quale erano partiti all’alba.
Un sibilo di vento si elevava dalle borre profonde della montagna già immerse nell’ombra della sera, lambiva i muri delle case bruciate, penetrava nei pertugi, si arrampicava sibilando, portando il suo sgomento verso le cime taglienti delle Alpi Apuane.
(1) Mario Ricci, classe 1905, residente a Tenerano di Fivizzano, cavatore e pastore, partigiano della “Orti”. Dopo il rastrellamento delle Brigate Nere e dei soldati delle SS tedeschi, del 16°
Btg. del 13 settembre 1944 a Tenerano, passava il fronte. Nel novembre 1944 a Firenze si arruolava volontario nel Corpo di Liberazione Nazionale.
Nei combattimenti per lo sfondamento della Linea Gotica, il 3 aprile 1945 cadeva sul fronte di Bologna.
(2) Testimonianza scritta da Don Andrea Della Bianchina, Parroco di Monzone, a Mons. Carlo Boiardi, Vescovo della Diocesi di Massa Carrara e Pontremoli nel 1946 a richiesta del medesimo.
(3) Dante Corona, classe 1920, partigiano della “Orti”, si suiciderà con un colpo di fucile il 31 dicembre 1949 nella sua casa a Gignago di Fosdinovo.
Annunci

Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 14 aprile 2016, in Ricordi per non dimenticare con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: