Dino Sarti – I Brasiliani Conquistano Castelnuovo

Dino Sarti

I Brasiliani Conquistano Castelnuovo

l 20 ottobre 1944 il grosso della 7ª Brigata partigiana comandata da Barbarossa  – il vignolese Mario Luccarini – attraversò le linee tedesche raggiungendo gli avamposti alleati. La brigata era reduce della battaglia per la difesa di una zona libera di 1.200 chilometri quadrati, la “Repubblica di Montefiorino”, sostenuta dal 30 luglio al 1° agosto 1944 contro due armatissime divisioni naziste che attaccarono da quattro diverse direzioni lo schieramento della “Modena Montagna”, tentando l’accerchiamento e l’annientamento. La grossa unità partigiana era costituita da circa 8.000 uomini, in massima parte giovani che avevano preferito il “Distretto di Montefiorino” alle chiamate del fascista repubblichino Rodolfo Graziani, un generale che brillò a suo tempo per ferocia sugli inermi in Tripolitania, Cirenaica e Etiopia la cui incapacità militare gli valse nel 1941 la destituzione dal comando delle forze italiane in Africa settentrionale decretata da Mussolini che poi lo nominò ministro della difesa della repubblica di Salò!

Male equipaggiati, privi di armi a tiro curvo e anticarro, con scarsissimo munizionamento fornito dagli inglesi con il contagocce, erano guardati con sospetto dal Maggiore Dawis Johnson, capo della Missione Militare inglese insediata a Frassinoro, uno dei sette Comuni compresi nella zona libera, impressionato dalle camicie rosse indossate da alcuni giovani combattenti, ricavate dai paracadute dei contenitori lanciati dagli aerei.

«Tutto questo rosso…» disse un giorno il Maggiore nel corso di una ispezione rivolgendosi al Commissario Oliviero, l’imolese Giovanni Serantoni. «Perché vi lamentate, siete voi che impiegate per i lanci paracadute rossi, usate quelli bianchi e le nostre contadine cuciranno camicie bianche». «Lo faremmo, ma di notte il bianco è troppo visibile per il nemico», rispose l’inglese con disappunto.

La 7ª Brigata attraversando le linee non incontrò resistenza a parte un velo di pattuglie neutralizzate facilmente, perché i nazisti dopo lo sfondamento della Grüne Linie N.1 (linea Gotica) si stavano ritirando lentamente e ordinatamente verso il fiume Po, estremo baluardo difensivo, secondo il piano “Herbstnebel” (nebbia d’autunno) posto in essere dal Feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante del gruppo d’armate “C” in Italia – 10ªArmee e 14ª Armee – osteggiato ovviamente da Hitler che pretendeva la resistenza ad oltranza. Il generale tedesco non poteva supporre che gli anglo-americani il 27 ottobre 1944 sarebbero piombati in un letargo che si sarebbe protratto sino alla metà dell’aprile 1945. A questo punto le due armate naziste tornarono indietro imbastendo la 2ª Grüne Linie, sguarnitissima figliastra della possente e inutile linea Gotica. La seconda guerra mondiale, se non altro, ha decretato la fine ingloriosa delle statiche costosissime linee fortificate (Maginot, Sigfrido, Gotica).

La mia compagnia venne in un primo tempo “ospitata” (niente viveri né sigarette) dall’Imperial Light Horse Kimberly Regiment della 6ª Divisione corazzata sud-africana dell’VIII armata inglese, nel settore Monteacuto Ragazza-Oreglia di Grizzana, sulle alture della riva destra del fiume Reno che scorre verso Bologna in parallelo con la strada statale n. 64 Pistoia-Bologna-Ferrara, detta Porrettana, e la ferrovia Pistoia-Bologna. In due scontri con pattuglioni nazisti provenienti dalle alture di Castelnuovo che avevano guadato di notte il fiume Reno, catturammo 24 prigionieri fra i quali un tenente; altri nazisti colpiti mentre ritentavano il guado per sfuggire alla cattura vennero risucchiati dalla corrente del fiume. Era il 18 novembre 1944.

Per questa impresa gli inglesi ci gratificarono con parecchie scatole di sigarette Navy Cut e per noi fu una festa.

Il 7 dicembre venni aggregato al 372° Battaglione della 92th Infantry Division “Buffalo” della 5th Army e il 17 gennaio 1945 fui inserito nel first platoon “C” Troop – 81st Cavalry Reconnaissance Squadron della 1st Armored Division – U.S. Army, con compiti di intelligence propri del II Corps Office of Strategic Services – Detachment, al quale appartenevo (OSS – servizio americano di informazioni militari e politiche e di operazioni clandestine contro il nemico che nel 1947 il Presidente Truman trasformò in CIA).

Dopo Natale mi presi una fastidiosa influenza e fui mandato all’infermeria di Riola di Vergato. La zona era avvolta da un costante nebbione artificiale per celare al nemico il traffico sul ponte del fiume Reno. L’artiglieria nazista dal canto suo dirigeva sull’obiettivo costanti tiri a intervalli irregolari e ai margini della strada c’erano camionette e autocarri capovolti, crivellati di schegge.

A Riola un ufficiale medico statunitense esaminata la mia Autority for medical treatment, concessa dall’OSS al personale militare italiano, accertò che la febbre era debole cosicché, fornitomi di medicinali, mi fece alloggiare presso una famiglia di Riola Vecchia che mi accolse di buon grado e fu lì che ebbi il primo approccio con i soldati appartenenti al FEB – Força Espedicionària Brasileira, unità di 25.334 uomini, inserita nel IV Corpo d’Armata statunitense con la sigla BEF – Brazilian Expeditionary Forces. Il padrone di casa aveva due figlie giovani e bellissime: Nives e Nevea, questi erano i loro nomi. Nevea aveva un occhio azzurro e l’altro verde che la rendevano oltremodo affascinante.

I brasiliani di un Battaglione del 2Reggimento tenevano il fronte da Riola di Vergato a Riola Vecchia sulla strada statale porrettana e nella villa “La Pianella” erano accantonati i fanti della 4ª Compagnia.

Due di questi soldati, nei ritagli di tempo facevano visita alle ragazze offrendo viveri e sigarette della loro razione giornaliera, una vera manna nella generale miseria. Mi vennero a trovare. Erano due giovani molto allegri e accompagnandosi con una chitarra, pescata chissà dove, cantavano sommessamente un motivo colmo di nostalgia che ricordava l’addio alla loro terra e il lungo viaggio intrapreso sulle navi che li portavano in Italia dove li attendeva la guerra contro un nemico temibile.

Mi regalarono due pacchetti di sigarette: le “Ippicos” con un gaucho sulla scatola e le “Cine” contrassegnate da uno schermo cinematografico. Ne accesi una e il tabacco era così forte da sputare i polmoni e i due soldati ridevano divertiti.

Quando guidavo le pattuglie dei cavalieri appiedati della 1ª Divisione corazzata americana le jeep si fermavano alla Pianella, dopo Riola Vecchia, come si è detto ultimo avamposto alleato tenuto dai fanti del FEB, dopo di che si entrava nel territorio controllato dai nazisti. Le nostre pattuglie notturne transitavano lungo la porrettana che si snoda sotto le pendici di Castelnuovo e si spingevano sino a Cà Sassa, sopra al cimitero di Vergato, a meno di un chilometro dal paese totalmente distrutto da 22 bombardamenti aerei diurni effettuati dalla USAAF. Nei pressi dell’avamposto brasiliano della Pianella sostavano in attesa dei nostri rientri, stabiliti per le ore 5 del mattino, le nostre jeep e un’ambulanza col motore sempre acceso pronta ad accogliere eventuali feriti da trasportare rapidamente al field-hospital. Da Prada di Grizzana, sulla riva destra del fiume Reno, quota 600 circa,ebbi il privilegio di assistere alla conquista di Castelnuovo da parte del FEB. La sera del 4 marzo 1945 alcune batterie di howitzer da 105/22 e 155/23 aprirono il fuoco sulla altura.

Il bombardamento si protrasse sino all’alba, la “serenade”, così la definivano in gergo gli artiglieri americani. Al mattino il fumo delle esplosioni lambiva persino la statale porrettana.

Verso le nove del 5 marzo 1945 una lunga fila di fanti brasiliani, provenienti da Riola Vecchia, dalla Pianella e da Lissano, si snodava lungo la statale dando inizio alla scalata dell’altura. Le velocissime machinengewer 42 naziste aprirono subito il fuoco sugli attaccanti, appoggiate dal tiro di una batteria di mortai da 81 mm, piazzata nell’aia della Cà Nova, oltre il crinale, quindi defilata dal tiro degli obici alleati, mentre di tanto in tanto faceva sentire la sua possente voce l’88/56 nazista, il famoso cannone, creatura della Oerlikon svizzera di Zurigo e prodotto “su licenza” dai nazisti in migliaia di esemplari.

Ma l’ostacolo maggiore all’avanzata dei fanti erano le maledette Schutzen-mine 42, a pressione, piccole micidiali trappole di legno sparse lungo le pendici della montagna mentre nei punti pianeggianti erano presenti anche le tremende Schrapnellmine 35, a   strappo e pressione che con i loro spezzoni e sferette d’acciaio, sputati da una seconda esplosione all’altezza di un metro dal suolo facevano scempio degli uomini in posizione eretta per un raggio di 70 metri.

A un certo punto gli attaccanti ripiegarono sulla porrettana e chiesero l’ulteriore intervento dell’artiglieria che dopo una serie di colpi al fosforo bianco per l’aggiustamento del tiro, suggerito dagli osservatori brasiliani, aprirono un fuoco di copertura terrificante. Intanto da Oreglia di Sopra, sulla destra del fiume Reno, alle falde di Montovolo, si fecero vivi anche alcuni cannoni automatici da 40/70 che colpivano col tiro diretto gli ipotetici punti di resistenza dei nazisti abbarbicati a Castelnuovo. Poi, nel pomeriggio, i fanti della 4ª Compagnia del 2° Reggimento, al comando del 1° Tenente Ruy de Oliveira Fonseca, partiti da Lissano (quota 234), dopo aver raggiunto sotto il fuoco nemico e l’insidia delle Schutzenmine Cà Iareda di Sotto, Cà Iareda di Sopra, La Spiaggia, Cà Bonzone (quota 497) raggiungevano Cà Rovinelli (quota 578) aggirando i nazisti attestati a Castelnuovo (quota 656).

Intanto la 1ª Compagnia del 2° Reggimento occupava Cà Precaria, Cà Boscaccio e Il Monte (quota 720), posizione dominante. Con l’arrivo dei brasiliani della 1ª Compagnia del 6° Reggimento da Palazzo d’Affrico, i nazisti, chiusi così in una morsa, furono costretti a scegliere tra la fuga disordinata verso la vallata del torrente Aneva e la resa. Intanto i genieri stendevano le Cordtex bianche sul terreno bonificato dalle mine, creando passaggi sicuri per le truppe di rincalzo. A fianco delle piste delimitate dalle Cordtex vi erano cataste di Schutzenmine disattivate e purtroppo, qua e là, gli stivaletti di feltro nero dei fanti brasiliani che contenevano il piede dello sfortunato combattente.

La conquista del crinale di Castelnuovo non era un episodio a sé stante. La posizione serviva per proteggere e facilitare l’attacco della 1ª Divisione corazzata verso Vergato. La tigre, finalmente, si stava svegliando dal lungo torpore e il 14 aprile avrebbe spiccato il grande balzo. Era la memorabile primavera della liberazione. La nostra primavera.

Tratto da

Patria e Libertà

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 25 aprile 2016, in La Resistenza in Italia con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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