Bruno Santini – Internati. due anni da schiavi

Bruno Santini

Internati. due anni da schiavi

Dalla proclamazione dell’armistizio ai lager:

la terribile storia dei militari italiani dopo l’8 settembre

I1 governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, co­mandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo­americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza:

8 settembre 1943. Alle 19.42, al microfono dell’Eiar, il maresciallo Badoglio, capo del governo, annuncia agli italiani l’entrata in vigore dell’ar­mistizio di Cassibile, firmato con gli anglo-americani cinque giorni prima. La fuga dalla Capitale dei vertici mi­litari e la scarsa comprensione delle clausole dell’armistizio (che molti in­tesero come vera e propria fine della guerra) generarono ulteriore confu­sione nelle nostre forze armate, an­cora impegnate in vari fronti e lasciate allo sbando e senza ordini precisi. Proprio qui comincia una dolorosa pagina della nostra storia, quella degli Imi, Internati militari italiani, dram­matica quanto sconosciuta ai più. A raccontarcela è Anna Maria Casavola, ricercatrice presso il Museo storico della Liberazione di Roma.

Cosa accadde di preciso ai no­stri soldati, dopo la proclamazione dell’armistizio? «Furono disarmati, catturati e deportati; ma prima gli fu proposta l’opzione di continuare la guerra a fianco dei tedeschi. La sera dell’8 settembre 1943, il generale Kesselring aveva detto: "Il governo italiano ha commesso il più infame dei tradimenti. Le truppe italiane do­vranno essere invitate a proseguire la lotta al nostro fianco… altrimenti non vi è clemenza per i traditori’:

Ma l’adesione fu minima: secondo recenti studi, non andò oltre il 10%, per lo storico tedesco Gerhard Scheinber, i militari italiani deportati furono oltre 700.000, dei quali circa 320.00 quelli fatti prigionieri in Italia. «Quelli catturati fuori d’Italia – precisa la Casavola – furono anche illusi dalle menzogne dei tedeschi che promisero loro rimpatrio, una volta cedute le armi. Invece, dopo l’operazione del disarmo, procedette all’immediata separazione degli ufficiali dai sottufficiali e dalla truppa per spezzare i vincoli gerarchi, evitare possibili influenze, ma soprattutto per ragioni logistiche e di immediata utilizzazione della forza lavoro La massa degli ufficiali, che prevedibilmente non sarebbe stata impiegata per il lavoro, come sancito dalla Convenzione di Ginevra di 1929, venne smistata verso la Polonia mentre la massa dei sottufficiali e delle truppe fu avviata in prevalenza in territorio tedesco, in campi vicini a centri industriali».

«Gli italiani, considerati ‘prigionieri di guerra da una direttiva del 15 settembre del Comando supremo della Wehrmacht – continua Anna Maria Casavola – appena cinque giorni dopo, furono declassati a ‘internati’; denominazione escogitata da Hitler, dopo la liberazione di Mussolini e la nascita della Rsi (Repubblica sociale italiana). Questo proprio per rimediare alla contraddizione per cui la Germania deteneva come prigionieri di guerra i cittadini di una nazione formalmente ancora alleai tutto per ragioni logistiche e l’immediata utilizzazione della forza lavoro

O Ma ciò li poneva in una condizione assai più svantaggiosa, privi della tu­tela della Cri e di ogni altra organiz­zazione umanitaria, nonché di quella della nazione di appartenenza».

Quali erano le condizioni di vita degli ‘internati militari’? «Gli italiani furono trattati peggio di tutti gli altri prigionieri. Alla partenza, in molte occasioni, vennero derubati dai tede­schi degli oggetti personali e furono costretti a raggiungere la Germania anche con mezzi inadatti al trasferi­mento delle truppe. All’arrivo nel lager di destinazione, cominciava la sper­sonalizzazione: l’immatricolazione, la fotografia con un cartello al collo, la consegna della piastrina con un numero del prigioniero, l’indicazione del lager… e poi gli estenuanti appelli per ore e ore in piedi sugli attenti, all’addiaccio con qualunque tempo, le umilianti disin­festazioni, le perquisizioni improvvise e vessatorie anche di notte, i continui trasferimenti da un campo all’altro, in marce forzate a piedi o in vagoni piom­bati. Durante le incursioni aeree nemi­che, agli italiani era addirittura vietato entrare nei rifugi. E infine, più di tutto, la fame. La sottoalimentazione, o per meglio dire l’affamamento ‘program­mato, fu una scelta politica dei nazisti per spezzare la resistenza degli italiani e la loro volontà di opporsi a ogni forma di collaborazione».

Perché in seguito ci fu un ulteriore cambiamento di status? «L’accordo per la riduzione degli ‘internati’ a lavoratori civili’ fu perfezionato, fra Hitler e Mussolini, il 20 luglio del 1944, proprio il giorno del fallito attentato al Fiihrer.
Fu sollecitato dalla dirigenza della Rsi ma anche da Sauckel, il ministro responsabile del reclutamento della forza lavoro in Germania, il quale sottolineo la spreco di energie rappresentato dagli internati le cui condizioni di vita ostacolavano un pieno sfruttamento delle loro capacità lavorative. Questo però non significò per tutti un miglioramento delle condizioni di vita e per
molti anzi. fu l’inganno usato per etichettarli in modo diverso

Elio Materassi, Quarantaquattro mesi
di vita militare – Diario di guerra
e di prigionia, pubblicato a cura del
Consiglio regionale della Toscana.

Tratto da

“L’Informatore”

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 6 maggio 2016, in La Resistenza dei militari con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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