Ivano Artioli – Noemi E Rubens

Ivano Artioli

Noemi E Rubens

L’uomo scendeva il sentiero stretto e nervoso del crinale di levante del monte Barigazzo (novembre ’43) e passava dalla provincia di Piacenza a quella di Parma.

Già lasciava indietro gli abeti per incontrare i primi castagni e vide una donna e una bambina che gli salivano incontro. Erano lente, ogni tanto si chinavano a cercare qualche cosa, lo facevano con tranquillità come chi ha un tempo infinito. Capì che non le poteva evitare. Provò disagio. Anche loro lo videro e si fermarono in attesa. «Buon giorno», disse lui. «Buon giorno», rispose la donna mentre la bambina le si era infilata tra le gambe, sicuramente impaurita. L’uomo era robusto e vigoroso, portava un cappotto militare troppo lungo, con una mano teneva un bastone mentre con l’altra un sacco buttato sulle spalle, aveva barba e capelli lunghi: un selvatico.

«Cosa fate quassù?», «Noi?», «Sì, voi due», «Raccogliamo castagne, quelle che troviamo, si può?», era secca, alta per essere donna, aveva i capelli fulvi e arricciati, anche la bambina era così, e sì o no cinque anni. «Castagne!… Son per i cinghiali le ultime, è una regola».

Le vide dopo qualche giorno, lei aveva una fascina sottobraccio. «La legna non è buona, è umida, siamo avanti, non lo sapete?», «Eh?», «Quella legna lì fa solo fumo, dovete andare nelle radure verso Bardi, lì c’è ancora qualcosa», «Bardi, signore?», «Rubens, mi chiamo Rubens, sono un cacciatore», aprì il sacco e fece vedere un fagiano, però quella volta non aveva preso altro perché i cinghiali gli avevano calpestato tutto e mostrò le trappole rotte da aggiustare. «Noemi, piacere, lei invece è la mia Mariuccia, Marì. Ma voi perché vestite da soldato? Siete uno scappato?» S’incontrarono ancora. Sempre due parole e un saluto. Poi, ed era già arrivata la prima buona nevicata, Rubens offrì una lepre. Ah, Noemi per gradire gradiva, eccome se gradiva, ma pulire una lepre era un lavoro da uomini e non se la sentiva, e poi era viva. Così fece lui. Prese con la sinistra le zampe posteriori di quell’animale che si agitava, che aveva capito che gli sarebbe successo qualcosa. Lo fece penzolare a testa in giù. Colse il momento giusto e gli diede un colpo col taglio della mano destra tra capo e collo: lo uccise. Poi lo attaccò a un ramo e col coltello fine tolse la pelle e le interiora, mentre con quello grosso fece dei pezzetti: «Perché se non la si spezza nel punto giusto è capace di rompere i denti». Così Noemi lo aveva invitato a mangiarla insieme. Rubens si mostrava indeciso. Incerto. «Ma perché no? Venite. Venite pure. Ci siamo solo noi due». La casa l’avrebbe trovata bene: in sasso a due piani e stretta come una casa cantoniera, aveva mai visto una casa cantoniera? Bastava seguisse il sentiero che ci sarebbe capitato davanti, prima c’era un abbeveratoio però, grande eh, se ne servivano anche i caprioli, perché, doveva sapere che lei non era di montagna, certo, ma le tracce ungulate le conosceva, «… e non dite di no, siete sempre qua nel freddo, o sbaglio?» «Compermesso», erano le dieci di mattina, lo stavano aspettando, c’era un caldo accogliente. Scambiarono parole di cortesia e poi, perché non ne approfittava per farsi un bagno caldo? Il tempo non mancava, l’acqua era sul fuoco e la tinozza nel sottoscala. Loro due sarebbero andate di sopra, nella camera da letto a piegare dei panni mentre lui poteva fare con comodo, con molto comodo. «Potete venire», le chiamò dopo un’ora. Scesero e trovarono uno che pareva un altro: con le forbici si era accorciata la barba e i capelli. Disse subito che si era privato di alcuni amici, facendo riferimento ai pidocchi, che avevano deciso anche contro la sua volontà di vivere sempre con lui. S’intesero. Prima con Marì. Durante il pranzo le raccontò storie di falchi che volavano in alto e poi, improvvisamente, scendevano in picchiata a rubargli gli animali che aveva preso in trappola. Poi di un lupo che lo seguiva di nascosto restando sempre dietro agli alberi, era un lupo freddoloso perché di notte gli andava vicino dove lui teneva il fuoco acceso. Poi di una nuvola amica che girava sopra di lui ma sempre in modo da non oscurargli il sole, così da farlo restare al caldo anche d’inverno. Con Noemi fece un patto. Sarebbe ritornato lì a riposare e a scaldarsi un poco, in cambio avrebbe portato cacciagione già pulita e fatta a pezzettini. Però, e Noemi doveva impegnarsi di parola, nessuno doveva sapere, nessuno doveva vedere. Una questione indiscutibile. E sarebbe tornato solo di notte, di giorno mai più. Presero a far l’amore. Una cosa da adulti, s’intende. Del sentimento ce n’era di certo, ma chissà di che tipo. Fu più avanti, a febbraio. Una sera tardi, dopo aver cenato, Marì si appisolò sul tavolo e lui la prese in braccio e la portò di sopra, nel lettino, ma poi loro erano andati nel letto matrimoniale perché era l’unico modo per difendersi dal freddo, in quella casa circondata dalla neve. Almeno Noemi disse così. Decise lei, era la padrona. Gli parlò anche. Raccontò di sé. Ne aveva voglia. Un lungo racconto fatto di parole serie e lacrime. Era di Parma e Marì le era venuta da una storia senza regole. La famiglia se ne vergognava e lei aveva deciso di andarsene. L’unico contatto l’aveva con la mamma che le mandava dei soldi, per il resto solo dolore e angustia. Ma quella vita del monte Barigazzo non era la sua e non voleva lo diventasse, e poi Marì avrebbe dovuto andare a scuola. Forse a fine guerra la gente sarebbe cambiata, chissà, cosa diceva lui? Lui? Lui non sapeva. Ci sperava. E se le cose fossero cambiate sul serio l’avrebbe chiesta in sposa, era proprio convinto, ma non doveva dire nulla al momento, solo dopo, dopo sì che avrebbe dovuto parlare. Nell’agosto seguente, ai primi del mese, Rubens tornò a notte fonda. Si lavò all’abbeveratoio, come faceva da quando la stagione era calda perché l’acqua lo rinvigoriva. Vicino vi aveva trovato una sedia con sapone e asciugamano (Noemi certe sera usciva e preparava, un presentimento). Poi entrò in casa. Salì. La sentì con il respiro del sonno e le sfiorò un braccio. «Ah!», un attimo, appena un attimo di stupore e lei gli fece posto per ché s’infilasse tra le lenzuola. Com’era diventato magro. Lo diventava sempre di più. Poteva anche contargli le costole, anzi gliele contava: una, due, tre…Rubens si svegliò e la luce era forte, in fondo al letto c’erano abiti puliti. Camminò, da sotto sentirono e subito Marì salì le scale, poi seguì la mamma: «Ecco, signore, ecco l’acqua calda per la barba». Gli diceva che era ora di smetterla con quegli spunzoni duri che facevano il viso nero e grattavano, era proprio ora di smetterla. Insomma avevano un regalo, eh sì! L’avevano preso la mattina stessa, perché, se c’era la guerra i regali non si potevano fare forse? Ecco: rasoio con pennello, sapone da barba, dopobarba profumato. Glielo avevano comperato a Fornovo di Taro, anzi no, avevano fatto un baratto con il cofanetto portagioie, cosa se ne facevano di un cofanetto portagioie se gioie non ne avevano? Rubens ebbe più di un attimo di preoccupazione ma cercò di non manifestarla. S’insaponò il viso e prese a radersi mentre, sedute sul ciglio del letto, Noemi lo guardava e Marì lo invitava a quei suoi giochi divertenti: era capace di stringere tutti e due gli occhi con un movimento ritmico, e di far cadere la mascella come se gli si fosse staccata all’improvviso. I repubblichini entrarono di corsa e salirono le scale. «Su le mani», gli puntarono il fucile e lo picchiarono con bastoni fino a farlo cadere. Noemi gridò ma venne spinta a parete e immobilizzata. L’avevano preso, finalmente, ma non lo chiamavano Rubens, gli dicevano don Fabretti. Il compagno don Fabretti. Il disertore don Fabretti. Stava facendosi la barba, bene don Fabretti, però adesso sarebbero andati avanti loro, come no! Noemi era stupita, impressionata, stringeva Marì. Bravo don Fabretti, si era fatto un nascondiglio, furbo, i preti son furbi. Ma dove doveva incontrare gli altri partigiani? Non voleva dire, ne era sicuro? Con una baionetta gli aprirono tutti gli abiti e nella giubba, sotto la fodera, trovarono dispacci, lettere, una copia del giornale l’Unità insieme alla Bibbia, un crocefisso e dei santini. Lo accusarono di tenere i collegamenti tra i partigiani di Piacenza e Parma, era un collettore, ma dov’erano le piantine topografiche, eh? Preferiva tener tutto a memoria, meglio, tanto adesso ci sarebbero andati insieme a portare la benedizione, lui, loro e i tedeschi. Avrebbe fatto strada, vero? Lo uccisero subito fuori, all’abbeveratoio, si era rifiutato di dire dov’erano i garibaldini, dov’erano i badogliani. Gli tennero la testa sott’acqua. Forse non volevano arrivare fino lì, mettersi contro i preti era sempre troppo pericoloso, mica per altro. Delle donne invece nessuna pietà. Noemi venne violentata davanti alla figlia, e poi vennero date ai tedeschi che le mandarono in un campo di lavoro in Austria. Marì ritornò ma Noemi impazzì e venne gasata. Contribuirono tante cose, anche quel senso di colpa per quell’imprudente regalo per la barba

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 6 maggio 2016, in Racconti partigiani con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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