Ricordando il partigiano Gino che combatté con Che Guevara

Un uomo schivo ma dalla vita straordinaria

Ricordando il partigiano Gino

che combatté con Che Guevara

Renato Benedetti

patria indipendente

Qualche anno fa un caro amico, parlandomi sottovoce, mi dice che dovrebbe rientrare in Italia un signore, anzi un grosso personaggio, che era oramai passato di mente ai più della città dove io abito e cioè a San Donà di Piave, e francamente quando mi dice il nome non è che io possa collegare questo nominativo tra le persone che dovrebbero farmi scattare alla mente un’immagine o un ricordo del recente passato.

Allora egli mi dice «Dai!!! Gino El Venexian», ammetto la mia ignoranza ma ancora non ci sono. Allora ecco la parola rivelatrice che mi fa inquadrare il soggetto e questa parola è: Granma.

Accidenti penso alla spedizione di Fidel Castro, allo sbarco che doveva dare inizio alla rivoluzione contro Fulgencio Battista il dittatore, servo americano, che comandava Cuba.

Onestamente stentavo a credere che Gino Donè Paro – unico europeo e per giunta italiano, imbarcato sul Granma assieme agli altri componenti – potesse essere ancora in vita e ritornare non solo in Italia, ma a San Donà di Piave. Credo fossero veramente pochissimi a sapere che Gino non solo era ancora in vita ma che apparteneva oramai a pieno titolo alle pagine della storia mondiale.

Gino tornò accolto con tutti gli onori del caso e primi tra tutti a festeggiarlo degnamente, furono i compagni del sindacato. La Camera mandamentale del Veneto Orientale gli organizzò una gradevolissima serata alla quale io, per motivi personali, con molto rammarico, non potei partecipare. Arrivò poi il giorno in cui, finalmente, ebbi modo di stringere la mano ad un uomo che rappresentava nello stesso istante la Rivoluzione cubana, Fidel, ma soprattutto l’eroe conosciuto Che Guevara. Io uomo maturo ebbi in quel preciso istante la sensazione di ritornare ragazzino quando il mito del Che mi faceva battere il cuore e mi faceva sentire pronto alla emulazione di lotte, di combattimenti, per portare la giustizia là dove esisteva la sopraffazione, la libertà dove era ancora presente l’oppressione, pronto a difendere i diritti dei popoli là dove il diritto e le legalità erano negati.

Pronto a vincere tutte quelle ingiustizie che permettevano al più forte di reprimere il più debole, sfruttare le ricchezze di quei popoli al fine di lucrare interessi mostruosi, impoverendo sempre più Paesi che anche oggi, a oltre quarant’anni di distanza, vediamo traballanti per economie messe in ginocchio ieri da anni di sfruttamento ed oggi a causa della globalizzazione del mercato.

Ricordo che oltre al nome non dissi altro e come mia abitudine cercai di capire chi fosse l’uomo che mi stava di fronte. Allora in rapida e veloce sintesi mi feci passare alla mente tutte le notizie che avevo raccolto su Gino Donè Paro; il cognome Donè è quello paterno seguito dal cognome materno Paro – così mi hanno detto si usa in quel di Cuba – questa è la ragione dei due cognomi, ma per me d’ora in poi sarà solo Gino.

Gino nasce il 18 maggio 1924 a Rovarè, in provincia di Treviso, poi la famiglia si trasferisce in una frazione di San Donà di Piave, dove cresce e frequenta le scuole professionali, al termine delle quali inizia subito a lavorare nell’edilizia, ma non sarà il solo lavoro che egli svolgerà. Tra i mille mestieri svolti lo troveremo anche minatore, poi arrivano gli obblighi di leva, parte per il servizio militare e l’8 settembre del 1943 lo coglie in Istria dove, egli ricorda, una banda di titini gli ruba le scarpe. Rientrato in Italia si aggrega ai partigiani di pianura ed inizia la sua lotta di Liberazione: partigiano atipico, uomo d’azione, sarà di aiuto agli anglo-americani con una funzione molto particolare e delicata, quella di recuperare i soldati paracadutati della missione Nelson i quali terminato il loro compito devono essere recuperati per l’imbarco sui sommergibili che arrivano a largo della cittadina di Caorle per far ritorno ai loro reparti di appartenenza.

Partigiano atipico dicevo, egli riesce a beffare più volte le SS: sa attraversare le linee germaniche travestito da soldato della Wehrmacht e diventa per le truppe nazi-fasciste una specie di primula rossa. Nulla lo ferma nemmeno l’arresto del nonno preso in ostaggio; Gino sa muoversi come un fantasma, sembra essere una entità non un uomo in carne ed ossa.

Quando gli alleati entrano in San Donà egli è lì non tra la folla che applaude, ma alla testa delle truppe di liberazione. Finisce la guerra e lui da uomo schivo e modesto non chiede nulla a nessuno ed i primi anni del dopoguerra lo vedono vivere di stenti. Allora la grande decisione: solo, senza dire nulla a nessuno, si imbarca clandestino e raggiunge la Germania. Ad Amburgo fa qualche lavoretto poi ancora un imbarco e rotta per il Sudamerica con arrivo a Cuba, poi l’Argentina, terra del suo destino, dove incontrerà Fidel Castro ed un piccolo gruppo di studenti cubani che organizzano la rivolta nel loro Paese per sottrarlo alle grinfie del dittatore Batista.

Gino diventa punto fondamentale, quale ex partigiano conosce la guerriglia ed è anche esperto di armi e tra quel gruppo egli risulta essere il più anziano. Sarà il comandante del terzo gruppo nelle operazioni di sbarco a Cuba.

Però quell’esperienza lo arricchisce umanamente perché incontra, tra gli altri, quello che sarà, o meglio quello che è il mito dei miti, Ernesto Guevara chiamato il Che.

Ho avuto la fortuna di passare molte ore con Gino e per quanto abbia fatto non sono mai riuscito a ricavare dai ricordi suoi un profilo completo del Che. Lui, Gino, gli ha vissuto accanto per molto tempo. Lui che a sbarco avvenuto ha dovuto cercarlo per riportarlo nel gruppo, lui che per Ernesto ha rischiato la vita, ebbene per Gino parlare del Che è come aprire una ferita talmente grande che immancabilmente si lascia vincere da una commozione che ti coinvolge e tifa cambiare argomento per non creargli ulteriori imbarazzi. Ricordo che eravamo nella mia macchina e stavamo rientrando da una serata a lui dedicata e nel corso della nostra conversazione gli chiesi a bruciapelo: «perché il Che ha fatto quella fine in Bolivia?», lui di getto mi rispose: «Perché non ero con lui, ci fossi stato non sarebbe mai andato a quell’appuntamento».

Quella risposta mi ha fatto intendere che avesse quasi un senso di colpa per quella tragica fine.

Gino è un anti eroe. Quando pensi alla sua esistenza vissuta alla grande, piena di avventure che gli hanno fatto vedere più volte la morte in faccia, una vita che gli ha permesso di conoscere persone di ogni censo, razza e nazionalità, immagini di trovarti di fronte un omone alla Sean Connery, dove la prestanza fisica conta più dell’intelligenza, ebbene lui è di una modestia e di una disarmante bontà d’animo che riesce ad imbarazzare chiunque, la sua risposta più frequente è: «Io? Ma lo avrebbe fatto chiunque».

Eppure quando ti soffermi ad osservare quel volto che ricorda Hemingway, noto che alla dolcezza dei lineamenti si contrappone uno sguardo fiero, intenso, tagliente, capace di osservarti per trenta secondi ed esprimere un giudizio che fotografa perfettamente la tua dimensione ed il tuo modo di essere e di pensare. Io sono convinto che sia questa la vera dote dell’uomo di azione: osservare, valutare e decidere il da farsi in una frazione di secondo, quando ad un comune mortale ci vorrebbero almeno una decina di minuti.

Il 22 marzo Gino ci ha lasciati in silenzio senza darci il tempo di pensare che la sua dipartita era prossima, senza che noi ci si potesse preparare alla sua assenza. Aveva appena salutato la sorella al telefonino e, una volta ultimati gli auguri per l’imminente festività pasquale, ha porto il telefonino alla nipote. Il tempo di dire: “Fidel Fidel” e la morte se l’è preso sottobraccio, lasciandoci un vuoto che con molta fatica e tanto tempo riusciremo parzialmente a colmare, certi di aver vissuto con uno degli ultimi eroi.

Per me Gino rimarrà nella mente come il secondo Giuseppe Garibaldi.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 9 maggio 2016, in Racconti partigiani con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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