Il ricordo della scuola di Gorla distrutta a Milano

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Il ricordo della scuola di Gorla distrutta a Milano

Il 20 ottobre dei 1944, una tragedia immane colpì Miano. La città ‘da tempo, veniva sottoposta a durissimi bombardamenti aerei da parte di grosse formazioni angloamericane. Quel giorno fu terribile. una formazione di quaranta quadrimotori USA (le cosiddette "fortezze volanti), scaricarono sulla verticale di Gorla (che allora si trovava fuori dalla cerchia cittadina) un micidiale carico di bombe. La mattinata era tersa e pulita e le bombe, invece che una vicina stazione ferroviaria, pieno la scuola elementare" Francesco Crispi" affollata di bambini. Fu una strage terribile e infame perché le aule erano piene. Altre bombe colpirono un`altra scuola nella zona di Precotto, provocando tre vittime. In totale i morti furono 635 e non tutti identificati. Alla scuola di Gorla i bambini massacrati furono circa duecento e con loro trovarono la morte la direttrice, quattordici maestri, una assistente sanitaria e quattro bidelli. 0ccorsero tre giorni per recuperare tutti i piccoli corpi e l’intera città, stanca, umiliata dalla guerra e mezza distrutta, partecipò all’opera di rimozione delle macerie. Quelle macerie furono poi trasportate in una località chiamata Monte Stella, una collinetta ancora oggi ai proprio posto, costruita con un milione di quintali di macerie delle case distrutte in città dalle bombe. Ogni anno, a Gorla davanti ai monumento e alla cripta che ricordano i piccoli morti della scuola, ci svolgono, il 20 ottobre, cerimonie e manifestazioni uffi­ciali e private.

Anche quest’anno è stato così. Nelle giornate precedenti e successive all’anniversario, è possibile visitare la cripta sotto il monumento dove si conservano i resti di tutti i bambini caduti.

Ecco come Achille Rastelli, autore dei libro Bombe sulla città, racconta il bombardamento sulla scuola di Gorla e delle grandi industrie milanesi.

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Al febbraio 1944 era in evidenza presso il comando della 15′ Air Force un rapporto della RAF Britanni­ca che descriveva gli stabilimenti milanesi e vi erano, appunto, informazioni che li davano in piena attività: venne quindi de­ciso di effettuare una missione il giorno venerdì 20 ottobre 1944.

La missione fu avviata senza molti problemi e furono incaricati gli aerei di tre grup­pi, dislocati nelle basi pugliesi. Decollaro­no 38 B24 del 461° Group diretti sulla Isotta Fraschini, 29 B24 del 484" Group sull’Alfa Romeo e 36 B24 del 451 Group con obiettivo la Breda di Sesto San Gio­vanni: in totale 103 aerei con rotta su Mi­lano per il maggior bombardamento sulla zona dopo gli attacchi dell’agosto 1943. Gli aerei del 461 e del 484° arrivarono sui bersagli assegnati ed eseguirono rego­larmente il bombardamento, salvo alcune bombe che caddero fuori bersaglio, verso est, su numerose case d’abitazione della zona della Fiera di Milano e provocando numerose vittime civili, l’attacco del 451 ebbe una storia del tutto diversa.

La formazione d’attacco di questo gruppo era abbastanza classica: i 35 aerei (avreb­bero dovuto essere 36, ma uno era torna­to alla base per noie meccaniche) procede­vano in due ondate, la prima di 18 aerei la seconda di 17. Ognuna era composta di tre –box- di sei aerei. in fila per due, e dis­posti a punta di freccia. Erano decollati al­le 7.58 e le bombe della prima ondata vennero sganciate alle 11 .27. vedremo poi come.

Gli aerei procedevano senza scorta di cac­cia e, dei resto, non ce n’era bisogno: la reazione contraerea era prevista nulla –come in effetti fu – e non apparvero aerei nemici, gli aerei tedeschi. già dall’agosto – settembre precedente, erano stati tutti riti­rati in Germania e i caccia italiani della ANR (Aviazione Nazionale Repubblica­na) erano troppo pochi per impensierire gli aviatori statunitensi. 1 bombardieri, che procedevano a 160 miglia orarie, portava­no ciascuno 10 bombe da 500 libbre GP (Genera] Purpose) e il tempo di caduta dalla quota di sgancio (22.000 piedi, cioè 6.700 metri circa) era calcolato in 240 se­condi.

Gli aerei si presentarono dopo una naviga­zione regolare e in formazione stretta sul­l’IP (Initio- Point), un elemento rilevante del terreno a circa 4 km a ovest del bersaglio, dal quale iniziare la corsa d’attacco) e assunsero rotta verso la Breda. ma a que­sto punto tutto cominciò ad andare stor­to. Le bombe del "group leader—, aereo di testa della —box— centrale della prima ondata. vennero sganciate poco dopo l’IP per un corto circuito dell’inter­ruttore di lancio. Il "deptity leader­” sull’aereo a fianco non sganciò, ma tutti gli altri aerei della `’box", insie­me a quelli della "box- più alta, lo fecero e le bombe caddero sparpa­gliate sulle campagne circostanti: solo la "box” bassa arrivò a sgancia­re le bombe sul bersaglio, o vicino. perché molte caddero sullo stabili­mento Pirelli, contiguo a quello della Breda, provocando decine di morti.

La seconda ondata d’attacco era ri­masta distanziata dalla prima perché si era attardata dopo HP senza ap­parente motivo: assunta la rotta d’attacco, questa risultò soggetta ad una deriva di 15 gradi sulla destra. Quando il "leader- della formazio­ne s’accorse dell’errore, la corsa era ormai troppo corta e non c’era la possibilità di eseguire un altro giro sull’IP e ripercorrere la rotta d’at­tacco. Tutti gli aerei della seconda ondata, vista la situazione e per li­berarsi subito del carico, sganciaro­no le bombe immediatamente a sudest del bersaglio e presero la rot­ta del ritorno.

Il colonnello Stefonowicz del 49° Wing, da cui dipendeva il 451° Group, nella sua relazione criticò ampiamente l’operato del gruppo, dichiarando che la missione fu un fallimento totale per scarsa capacità di giudizio e scadente lavoro di squadra. È da notare che le critiche del colonnello non riguardavano lo sgancio delle bombe subito dopo la presa d’atto di non poter raggiungere il bersaglio: era una prassi cor­rente non riportare le bombe alla base. anche se molte volte gli aerei si liberavano del carico quando or­mai erano sul Mare Adriatico; que­sta volta non fu così. ma, del resto, le bombe erano cadute sul territorio controllato dal nemico.

Una missione "riparatoria" fu ordi­nata per i giorni successivi, ma a causa delle cattive condizioni atmo­sferiche fu annullata e non se ne parlò più. Il cattivo tempo ostacolò i voli di ricognizione che venivano effettuati dopo ogni missione per controllare gli effetti delle bombe, ma solo il 5 novembre 1944 fu pos­sibile avere un rapporto fotografico valido. Fu rilevato appunto che quasi tutte le bombe erano finite fuori bersaglio. in particolare sulle case dei quartieri milanesi di Gorla e Precotto, con una certa insoddi­sfazione dei risultati e il bombarda­mento venne quindi archiviato come una missione malriuscita. Non risulta nessuna eco da parte, degli statunitensi di quanto era successo a terra dove erano avvenute tragedie inimmaginabili.

In quel periodo Milano. come il re­sto dell’Italia settentrionale. cercava di superare alla meglio gli ultimi mesi di una tragica guerra: il cibo era scarso, mancava la legna sia per il riscaldamento sia per le riparazio­ni delle case danneggiate dai bom­bardamenti. In città vi erano parec­chie persone che erano profughe o sbandate o rimaste isolate dai loro paesi che si trovavano al di là del fronte, la linea Gotica. Molti residenti, che l’anno precedente erano sfollati ai propri paesi dell’Emilia o dell’Italia centrale. erano tornati in città per allontanarsi dalla guerra. altri cittadini erano andati in paesi della Brianza. del Piemonte o del Veneto ed esitavano a tornare.

Il conflitto, infatti, si presentava ogni giorno con numerosi allarmi per gli aerei che traversavano il cie­lo della Lombardia. Infatti, non ap­pena i servizi d’avvistamento segna­lavano velivoli nemici che arrivava­no sulla regione, veniva suonato il "piccolo allarme". Se poi gli aerei

dirigevano verso un preciso bersa­glio. nella zona di questo veniva suonato il "grande allarme". In quel momento tutti i cittadini avrebbero però dovuto essere già nei rifugi, raggiunti fin dal momen­to del "piccolo allarme".

Raggiungere il rifugio, però, non era una cosa semplice: chi aveva un negozio doveva chiuderlo, chi si trovava negli appartamenti doveva preparare tutto il necessario (cibo, acqua. coperte). i malati dovevano essere portati a braccia nei rifugi. Fare tutto ciò anche due o tre volte al giorno era. insomma. una gran scccaiura. considerando poi che da molte settimane gli aerei alleati non bombardavano Milano. Era invalsa quindi la pessima abitudine, da par­te di molti cittadini. di ignorare il ..piccolo allarme’ e proseguire tran­quillamente la propria attività.

Quella mattina il "piccolo allarme’^. come risulta dai documenti della Prefettura, suonò alle 11.14, quan­do i bombardieri erano arrivati da poco nel cielo della Lombardia, e quello grande alle 11,24, le bombe vennero sganciate alle 11,27 e co­minciarono a cadere al suolo alle 11.29. Già da questi tempi risulta, in ogni caso, una certa ristrettezza per porsi in salvo: solo 15 minuti, quando avrebbero dovuto essere circa il doppio, sono pochi per la­sciare tutto quello che si sta facendo e correre in rifugio, soprattutto se ci sono difficoltà logistiche, per una scuola con centinaia di alunni, poi, è un’impresa praticamente impossi­bile.

A Gorla si trovava la scuola elemen­tare Francesco Crispi che accoglieva i bambini di questo quartiere, abita­to prevalentemente da operai, arti­giani e impiegati. Molti alunni erano di famiglie che li avevano fatti ri­entrare dallo sfollamento, perché la ,gente diceva che, tanto, ormai, «la guerra era finita». La scuola funzio­nava con doppio turno per la pre­senza di molti bambini nel quartie­re e, quella mattina, tersa e lumino­sa. erano presenti in poco più di 200. Gli alunni che abitavano nelle case del quartiere Crespi-Morbio, considerati più bisognosi, andavano a scuola nel pomeriggio e usufrui­vano della refezione, per cui all’ora dell’attacco non erano a scuola. Po­chi erano assenti perché a casa ma­lati o perché. vista la bella giornata, avevano deciso di bigiane.

Al momento del `’piccolo allarme" quasi tutte le maestre cominciarono a preparare gli scolari per scendere nel rifugio, altre cercarono di infor­marsi prima per sapere se si trattasse del "grande allarme" e, magari, il primo non l’avevano sentito.

Quando alle 11,224 suonò la sirena per la seconda volta, i primi bambini avevano cominciato a raggiungere il rifugio. altri si trovavano anco­ra sulle scale. a quel momento gli aerei erano già in vista di tutti. pun­ti argentei dal quali si staccavano punti ancora più piccoli: erano le bombe che cominciavano a cadere sul quartiere.

A questo punto alcuni bambini. più svelti di altri, decisero di darsi alla fuga dalla scuola per raggiungere la casa. con il rischio di essere colpiti dalle bombe. ma a tutti andò bene. benché il terrore sia stato malto. Una quinta elementare, quella del maestro Modena, riuscì a scappare al completo perché si trovava al pia­no terreno.

Per tutti gli altri, il destino fu diver­so: ad un certo punto una bomba s’infilò nella tromba delle scale e scoppiò, provocando il crollo del­l’edificio, delle scale e anche del ri­fugio, facendo precipitare tutti i bambini con le maestre nel cumulo di macerie.

Anche parecchi genitori che al mo­mento del piccolo allarme erano corsi alla scuola per riprendere i propri figli, perirono nel crollo.

Appena finito il bombardamento e sollevatosi il polverone grigio e sof­focante provocato dagli scoppi, i cittadini che erano più vicini alla scuola si accorsero subito della tra­gedia e diedero l’allarme. Benché i danni in città riguardassero anche altre zone, lo sforzo mag­giore dei soccorsi fu concentra­to alla scuola elementare dove accorrevano anche padri e madri che cercavano di sapere cosa fosse successo ai loro ragazzi.

La Prefettura di Milano fu in­formata quasi subito dell’avve­nimento e provvide a dare gli ordini necessari: arrivarono ab­bastanza rapidamente i militi dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), quelli della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana), i vigili del fuo­co, gli operai delle fabbriche cir­costanti (molti erano padri dei bambini), ma quasi subito fu chiara la dimensione della tragedia. Dalle macerie venivano estratti qua­si soltanto dei morti. molto attivo in quei momenti fu un giovane sa­cerdote. don Ferdinando Frattino, che con il suo deciso intervento neg1i scavi contribuì a salvare un certo numero di bambini. ma pur sempre troppo pochi: gli scolari morti furo­no 194. più tutte le maestre. la di­rettrice e il personale ausiliario. Di quello che avvenne nella scuola nei suoi ultimi momenti restano le testimonianze drammatiche e commoventi. dei bambini che a qualsiasi titolo, riuscirono a sopravvivere

Nel frattempo, un’altra scuola elementare a Precotto era stata di­strutta dalle bombe. ma qui tutti i bambini erano già nel rifugio che resistette al colpo: anche qui accor­sero i genitori che. con l’aiuto dei vigili del fuoco e di Don Carlo Por­ro, anche in questo caso un sacer­dote risolto attivo, riuscirono ad estrarli tutti vivi dalle macerie.

Molte altre zone della città erano state colpite: alla Pirelli, all’Alfa Ro­meo, all’Isotta Fraschini e alla Bre­da molti furono gli operai uccisi ln quanto si trovavano fuori dei rifugi e anche alcuni quartieri furono gra­vemente colpiti, compreso un grup­po di case popolari della fondazione "Crespi-Morbio", sempre a Gorla. dove molte furono le vittime. In to­tale i morti accertati in città furono 635, oltre a tutti i feriti e alle nu­merose case distrutte.

Alcune bombe caddero anche sullo scalo merci di Greco, avvalorando per anni ]’opinione che questo fosse il reale bersaglio dell’attacco. Altra ipotesi diffusa per anni fu di attri­buire questo massacro agli inglesi, giudicati più crudeli, mentre gli statunitensi avevano la fama di "buoni".

li regime fascista. che allora il governo attraverso il governo di Salò e la Repubblica Sociale Italiana. controllava il territorio milanese (nella misura in cui lasciavano fare i tede­schi… ) s’impadronì della, tragedia, accusando gli Alleati di aver deliberatamente attaccato le case dei civili a scopo terroristico gli uffici funebri in Duomo, nonostante le proteste di parecchi parenti delle vittime, divennero un mezzo per attaccare con la propaganda gli Alleati e fomentare l’odio dei milanesi

1 funerali. però. furono celebrati nella chiesa di Santa Teresa a Gerla. In realtà fu una tragedia ma dovuta più all’incuria e all’indifferenza di alcuni giovani aviatori. impreparati a condurre la guerra che ad una volontà precisa di attaccare dei bambini.

Poi la guerra continuò con altre tragedie: alla fine del conflitto si scoprirono altri orrori di questo lungo conflitto. 1 campi di stermi­nio nazisti e le due bombe atomi­che su Hiroshirna e Nagasaki furo­no la prova di quello che può fare l’uomo quando si orizzonta verso la follia.

In questo abisso la strage di Gorla fini per essere dimenticata da quasi tutta l’opinione pubblica. ma non potevano certo dimenticarla le per­sone — genitori. fratelli. sorelle, anici — che quella tragedia avevano subìto e sofferto personalmente.

Tratto da

Patria Indipendente

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 12 maggio 2016, in Le stragi con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. veriano Vidrich

    I Popèoli ,loro capoccia in testa, fanno le guerre, le vogliono ,poi quando arrivano le logiche,immancabili conseguenze piangono , elevano monumenrti in memoria e prima o poi ci ricascano,la Storia insergna, ma non imparano, forse perché la conoscono poco e superficialmente o per sentito dire…..

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