Archivio mensile:giugno 2016

Antonio Machado – A Lister, comandante delle truppe dell’Ebro

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Antonio Machado
A Lister, comandante delle truppe dell’Ebro

 

La tua lettera — animo nobile in pena,
spagnolo indomito, pugno di forte, —
la tua lettera, Lister, rasserena
questa che pesa in me, carne di morte.
*
Fragori nella lettera ho trovato
di lotta santa sugli iberi campi:
persino il mio cuore si è risvegliato
fra odori di rosmarino e di spari.
*
Dove in conchiglia la foce si sente
dell’Ebro, rosso simbolo di Spagna,
e nel gelido sasso la sorgente,
*
là proclamo, dal mare alla montagna:
“ Valesse questa penna il tuo revolver
di capitano, contento morirei! "

Rafael Alberti – Primo Maggio nella Spagna repubblicana del 1938

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Rafael Alberti
Primo Maggio nella Spagna repubblicana del 1938

Corale di primavera

Primo di Maggio.
Inni, sangue, fiori.
Primavera di guerra dei lavoratori.
*
" Dimmi, che farai il Primo Maggio? "
Il mio paese è in guerra, contadina.
Io, da vero buon soldato dei mari,
farò che la bandiera di marina
s’agiti sopra i venti regolari. "
*
" Dimmi, che farai il Primo Maggio? "
– Il mio paese è in guerra. Una gran pioggia
di fuoco i campi vuole flagellare.
lo, come contadina, o marinaio,
offrirò le mie braccia per falciare.
*
" Dimmi, che farai il Primo Maggio? "
" Il mio paese è in guerra. Le officine
raddoppiano, veloci, la giornata.
Fianco a fianco degli uomini, le donne
presteranno il loro polso affrettato. "
*
Dimmi, che farai il Primo Maggio? "
II mio paese è in guerra. Nel suo cielo
vedo ali d’uccelli predatori.
Io di gloria incoronerò il volo,
o repubblica, dei nostri aviatori.
*
Dimmi, che farai il Primo Maggio?"
" Il mio paese è in guerra. Duramente
farò parlare all’arma quel linguaggio
che porti la mia Spagna eroicamente
a conquistare ancora il suo paesaggio.

Primo di Maggio.
Inni, sangue, fiori.
Primavera di vittoria dei lavoratori.

Antonio Machado – Il delitto fu a Granada

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Antonio Machado
Il delitto fu a Granada

Il delitto

Fu visto camminare tra i fucili
per una lunga strada,
e uscire alla campagna fredda,
ancora con le stelle, al primo albore.
Hanno ucciso Federico
quando la luce spuntava.
Il plotone di carnefici
non osò guardarlo in viso.
Tutti chiusero gli occhi;
pregarono: nemmeno Iddio può salvarti!
Cadde morto Federico
– sangue in fronte e piombo nel ventre —
… Sappiate che a Granada fu il delitto
– povera Granada! — nella sua Granada…

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Il poeta e la morte

SoIo con Lei fu visto camminare,
senza paura della sua falce.
Già il sole di torre in torre; i martelli
Su l’incudine — incudine e incudine di fucine.
Parlava Federico,
corteggiando la morte. E Lei ascoltava.
Poche ieri nei miei versi, compagna,
s’udiva il suono delle tue mani scarne,
e gelo desti al mio canto, e alla mia tragedia
la lama della tua falce d’argento,
ti canterò la carne che non hai,
gli occhi che ti mancano,
i capelli che il vento ti agitava,
le rosse labbra su cui ti baciavano…
Quant’è bello, gitana, morte mia,
oggi come ieri stare soli con te,
tra queste brezze di Granada, mia Granada!

3

Fu visto camminare…
Costruite, amici,
con pietre e sogno, nell’Alhambra,
una tomba al poeta,
sopra una fonte ove pianga l’acqua,
e dica eternamente: il delitto
fu li, a Granada, nella sua Granada!

La Resistenza dei militari italiani in Jugoslavia

La Resistenza dei militari italiani in Jugoslavia

Il territorio della Jugoslavia venne occupato nell’aprile 1941 dagli eserciti italiano e tedesco. La Wehrmacht teneva la Serbia e la Croazia, mentre gli italiani erano così dislocati: in Erzegovina le divisioni Marche e Messina, in Montenegro le Divisioni Emilia, Ferrara, Venezia e Taurinense, inquadrate nella IX Armata; in Slovenia, Croazia e Dalmazia otto Divisioni (Cacciatori delle Alpi, Isonzo, Lombardia, Macerata, Murge, Bergamo, Zara, Eugenio di Savoia), inquadrate nella II Armata. In totale circa duecentomila uomini che, al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943, erano schierati da Fiume sino ai confini albanesi, frammentati in migliaia di piccoli presidi con modeste possibilità di movimento.
Le Divisioni tedesche invece erano disposte unitariamente in blocchi consistenti, con robuste formazioni corazzate e un’aviazione potente. I loro comandi nel contempo avevano previsto, nel caso il governo Badoglio avesse abbandonato l’Asse, interventi immediati atti a neutralizzare e disarmare le forze italiane, ignare delle manovre diplomatiche in atto con gli Alleati da parte del Re e del Generale Badoglio.
Fu così che la sera dell’8 settembre venne subito attuata l’"Operazione Achse", intesa a bloccare ogni iniziativa italiana arrestando i maggiori comandanti e disarticolando tutta la rete dei collegamenti sia con l’Italia che all’interno delle nostre unità. Il potere decisionale passò allora nelle mani dei singoli comandanti di unità, che reagirono in modo diverso alle richieste di resa dei tedeschi. Molti militari italiani scelsero di unirsi ai partigiani jugoslavi e con loro parteciparono attivamente alla difesa o riconquista di città come Spalato, Dubrovnik e Belgrado.

Tratto da

Patria Indipendente

Marco Giardina – La rosa del Vietnam

Marco Giardina
La rosa del Vietnam
Una rosa nasce vicino il giardino..passo e la raccolgo…
sento spari e bombardamenti.. avanzo per la strada..
Carri armati corrono… sono tantissimi… cosa succede?
soldati per terra… sangue dal viso,
nuvole nere.. una pioggia leggera..
Sta arrivando la morte?
cerco di scappare con fatica, rifugiandomi
in una botte accanto ad una capanna..
Sento la marcia dei soldati… guardo attraverso un foro…
stanno giustiziando tre donne e due bambini…
chi sono quelli? I figli del diavolo?
Sento delle voci,
dicono che sono gli americani, venuti per distruggere noi del Vietnam…
e dare valore al loro potere, di fronte agli occhi della Russia.
Trovo altri ragazzi come me.. chiedo se si uniscono,
per attaccare con amore e pace..
dai loro capelli biondi, dalle loro mani sporche,
e dagli occhi consumati dalle lacrime,
mi stringono la mano e avanziamo,
contro i figli del diavolo.
Vediamo un fiume lì vicino.. è quasi rosso..
pieno di corpi morti..
Risentiamo le marce dei soldati…
carri armati, fucilazioni, aerei, mine nascoste, e la paura di vivere ancora per poco.
Guardo i miei nuovi compagni, ci teniamo per mano e…
cantiamo e avanziamo… i soldati ci raggiungono..
un carro armato ci viene all’incontro..
Noi ci fermiamo..
siamo circondati..
pronti alla nostra fucilazione..
nessuno piange.. non abbiamo più speranza..
Trovo la forza per avanzare.. mi avvicino ad un soldato americano già pronto a far fuoco, e gli do la mia rosa che avevo raccolta e nascosta frà le mani…Il soldato mi guarda…Piange,
e io seguo il suo pianto.
Si inginocchia e..
mi stringe la mano..
cosa vuol dire tutto questo?..
C’è sempre qualcuno che non ama la guerra?..
ecco la fine della speranza…
arriva un altro soldato, sparando contro di me, i miei nuovi amici,
e contro il soldato,
che un attimo prima mi strinse la mano e pianse con me.
Un tipo famoso disse in quegli anni:
Anche la guerra, un giorno s’inginocchierà al suono di una chitarra.

Luca Vivarelli per Silvano Fedi

 

Luca Vivarelli
Canzone dedicata al partigiano pistoiese

Silvano Fedi

Non pensavo così la mia sorte,
Alla fine di questa avventura,
Non pensavo di trovare la morte
Ad attendermi in questa radura.
C’era molto da fare e dire
In questo tempo di lupi alla porta
Tutto un mondo da ricostruire
Un’idea che con me non è morta
*
Ma la luce abbandona il mio viso,
sento spari e parole mozzate,
eppure affiora alle labbra un sorriso
se penso ai libri e alle ore passate,
ai compagni, alle notti di guerra,
alle azioni ben oltre il coraggio,
al bisogno che ha la mia terra
di rinascere in un nuovo maggio.
*
Eran tanti e ben appostati,
ci aspettavano forse da ore,
di sicuro li avevan mandati,
di sicuro ci fu un traditore,
neanche il tempo di alzare lo sguardo
per poi vendere cara la pelle
per giocare col solito azzardo
e tornare a vedere le stelle.
*
La mia vita rapita da un lampo,
approdata sull’ultima spiaggia,
sopra l’erba riarsa di un campo,
sulla terra ansiosa di pioggia
ma a quel sogno ritorna il pensiero,
al cammino che sta per finire,
ci sarà chi continua il sentiero,
chi ha nel cuore il mio stesso sentire.
*
Questa storia lontana e presente
Tutti san com’è andata a finire
E gli anarchici lo sanno a mente
Che è da mettere in conto il morire
Che lottar contro patrie e padroni
Ha da sempre preteso moneta,
tante vite lasciate ai plotoni,
la galera è dimora consueta.
*
Di quel giorno rimane un disegno
Or che i lupi han cambiato colore
E che ancora è più forte il bisogno
Del progetto di un mondo migliore
Per gli esclusi, i respinti, i perdenti
Per chi vive al di fuori del gregge,
per chi chiede giustizia ai potenti
e in risposta si trova la legge.

David Maria Turoldo – Ascolta Il Nostro Grido, O Giobbe

David Maria Turoldo

Ascolta Il Nostro Grido, O Giobbe

Ma ora a noi avanzano

Solo l’inverno e la notte
E senza scampo sono le nostre vite
In queste città maledette.
La morte siede sugli usci delle case
o con gli zoccoli di cavallo va per le strade
in stridori di migliaia di trombe;
o volteggia trionfante
sul capo in risa di corvi a stormo.
Invece fiorito è il deserto, popolata
di uccelli e di alberi la tua solitudine.
Angeli danzano al canto nuovo.

Leo Donati – Gli appunti di un ragazzo fiorentino degli Anni 40

Leo Donati
Gli appunti di un ragazzo fiorentino degli Anni 40
Aldemaro Contolini

Ventotto lettere al padre, ventotto lettere per raccontare la crescita di un ragazzo negli anni della guerra; ventotto lettere che guardano la Storia con gli occhi di un adolescente nell’Italia fascista. Sono le Lettere dagli anni ’40, scritte da Aldemaro Contolini e pubblicate da MEF-L’autore libri di Firenze con il sottotitolo "il fascismo, la guerra attraverso gli occhi e gli appunti di un ragazzo di allora". Andrebbero lette nelle scuole, poiché la forma epistolare conferisce a questo racconto il valore di una testimonianza inconsueta che fa venire in mente
La storia della Morante, senza doverle niente. Si vivono g avvenimenti non come sono raccontati di solito dai libri di te­sto, vittime anch’essi dell’ondata revisionista che ci pervade, ma dal punto di vista di un ragazzo che testimonia quasi giorno per giorno gli umori, i fatti, le parole, gli entu­siasmi, le delusioni di fronte a eventi terribi­li, quelli cioè che vanno dal 1939 – anno del­lo scoppio della Seconda guerra mondiale –al 1944, anno della liberazione della città.
Lettere scritte ad un padre lontano, che il ra­gazzo – l’autore – imbuca orgoglioso, rac­contando quasi quotidianamente ciò che gli capita intorno, con il suo linguaggio che pia­no piano diventa una sorta di lessico di fami­glia e di quartiere. Gli entusiasmi per le divi­se dei balilla, per gli slogan del fascismo, per la visita di Hider a Firenze lasciano lentamente il posto alle prime domande, alle pri­me disillusioni, alla realtà che appare ben di­versa da quella descritta dai giornali locali e nazionali, dai film come Luciano Serra pilo­ta, dal notiziari Luce, dai roboanti discorsi di Mussolini trasmessi dall’EIAR. E se il padre è solo il destinatario delle lettere e non avrà mai voce in capitolo, ecco invece la figura della madre, amorosa, dolorosa, scarsa di entusiasmi e di giudizi, donna del popolo che lavora e manda avanti la sparuta famiglia e intervie­ne nel rapporto con il regi­me con poche parole, la­sciando intendere il dolore e la fatica di crescere un figlio in quegli anni di miserie e difficoltà. Ed è proprio il suo non dire che avvicina il ragazzo alla verità e alla comprensione dei fatti.
Nel raccontare, Contolini allinea decine di figurine che si muovono attorno al ragazzo e a sua madre, dal macellaio al federale fascista, dal­l’entusiasta di Mussolini a quelli che si op­pongono, dal maestro di scuola al soldato in­glese, dal partigiano ferito all’inquilino indif­ferente, in una galleria viva e vera illuminata dalle ritualità quotidiane. E nei dintorni di Coverciano, in un microcosmo che tuttavia riflette gli avvenimenti cittadini e nazionali, che il ragazzo si muove, narrandoci anche i giochi con i coetanei, le usanze del tempo, con una lingua che non è mai fiorentinismo e che recupera invece modi di dire quasi an­tichi.
Ad ogni lettera seguono le note e i richiami ai "fatti veri", cioè alle cronache del tempo, come a dire che tutto ciò che il ragazzo scri­ve non è invenzione ma corrisponde alla realtà. Tutto questo rende il libro ancor più prezioso, poiché rappresenta una cronaca degli eventi, delle parole, degli scritti di que­gli anni e nulla è invenzione o forzatura.
La prosa è semplice, come può essere quella di un ragazzo, ma proprio per questo assu­me il tono della verità, in uno sforzo di scrit­tura che non ha solo valore di testimonianza ma è letterariamente pregevole. Ripetiamo: sarebbe bene che queste lettere venissero let­te a scuola, anche per insegnare una meto­dologia, quella del racconto diaristico che tramanda la storia. In una delle prime lette­re, il ragazzo Contolini ricorda di quando il padre gli cantava la filastrocca «cavallino ar­rò arrò» con la variante «or che abbiamo an­che l’impero/ lui ci porta al cimitero/ que­sto è l’uomo con l’uccello/ grande e grosso sul cappello». E inevitabilmente l’ultima let­tera la richiama, anche se il ragazzo ormai si domanda se quelle lettere siano mai arrivate a destinazione, se chi le ritirava dalla buca fosse la madre. Ciò costringe a chiedersi chi fosse questo padre, e perché non fosse pre­sente. Morto in guerra,’ Forse. E la madre «che adesso avrà bisogno di me» gli ha fatto invece credere che arrivassero a destinazione e potesse leggerle. Lo ha fatto per proteggere il figlio dal dolore, lei «che mi sembra stanca dentro: la guardavo ieri, i capelli co­minciano a essere bianchi, ha sempre gli oc­chi pesti come se avesse pianto fino a un mo­mento prima…» .
E la fine della storia, ma e anche l’inizio, perché ci fa sentire che quel ragazzo si darà da fare per contribuire a costruire un’Italia nuova.

Tratto da
patria indipendente

Mitra – Amore partigiano

Mitra
Amore partigiano
Curvo sul dorso
sotto il fardello,
bianco il mantello
va il partigian;
*
scende la sera,
il campo attende,
marcia silente
verso la fin.
*
Va il partigiano,
mai non riposa,
il piè calloso
pien di dolor.
*
Unica gioia,
unico faro,
un volto caro,
l’amor lontan,
*
amor giurato,
scopo divita,
tacita aita
nel lungo andar.
*
Guerra fraterna
senza perdono:
folgore e tuono,
lampo è il colpir;
*
lotta inumana,
feral retaggio,
che in un lignaggio
seppe lasciar;
*
un Savoiardo
tinto di nero,
falsò il sentiero
all’italo fior!
*
… Va il partigiano,
pensa e cammina,
meta è vicina,
premio al soffrir
*
e laggiù al piano
l’occhio suo spinge,
lo sguardo stringe
il mondo inter.
*
Ritornerà
pieno di gloria;
fine alla boria
di chi tradì!
*
E sulla soglia
del casolare
già dalle amare
lacrime un dì,
*
bagnata e sparsa
per suo timore
candido fiore
ritroverà.
*
E sullo stelo
del fior gitano
il partigiano
viver potrà,
*
con la sua bimba
trepida al fianco
che il cuore stanco
riposerà.

Diego Valeri – Campo di esilio

Diego Valeri
Campo di esilio
Percossi sradicati alberi siamo,
ritti ma spenti, e questa avara terra
che ci porta non è la nostra terra.
Intorno a noi la roccia soffia vènti
nemici, fuma opache ombre di nubi,
aspri soli lampeggia da orizzonti
di verdi ghiacci. Le nostre segrete
radici, al caldo al gelo, nude tremano.
E intanto il tempo volge per il cielo
i mattini le sere: alte deserte
stagioni; e i lumi del ricordo, e i fuochi
della speranza, e i pazzi arcobaleni.
Come morti aspettiamo che la morte
passi; e l’un l’altro ci guardiamo, strani,
con occhi d’avvizzite foglie. E un tratto
trasaliamo stupiti, se alla cima
di un secco ramo un germoglio si schiuda,
e la corteccia senta urgere al labbro
delle vecchie ferite un sangue vivo;
tra le nubi scorrendo un dolce vento
di primavere nostre.