Leo Donati – Gli appunti di un ragazzo fiorentino degli Anni 40

Leo Donati
Gli appunti di un ragazzo fiorentino degli Anni 40
Aldemaro Contolini

Ventotto lettere al padre, ventotto lettere per raccontare la crescita di un ragazzo negli anni della guerra; ventotto lettere che guardano la Storia con gli occhi di un adolescente nell’Italia fascista. Sono le Lettere dagli anni ’40, scritte da Aldemaro Contolini e pubblicate da MEF-L’autore libri di Firenze con il sottotitolo "il fascismo, la guerra attraverso gli occhi e gli appunti di un ragazzo di allora". Andrebbero lette nelle scuole, poiché la forma epistolare conferisce a questo racconto il valore di una testimonianza inconsueta che fa venire in mente
La storia della Morante, senza doverle niente. Si vivono g avvenimenti non come sono raccontati di solito dai libri di te­sto, vittime anch’essi dell’ondata revisionista che ci pervade, ma dal punto di vista di un ragazzo che testimonia quasi giorno per giorno gli umori, i fatti, le parole, gli entu­siasmi, le delusioni di fronte a eventi terribi­li, quelli cioè che vanno dal 1939 – anno del­lo scoppio della Seconda guerra mondiale –al 1944, anno della liberazione della città.
Lettere scritte ad un padre lontano, che il ra­gazzo – l’autore – imbuca orgoglioso, rac­contando quasi quotidianamente ciò che gli capita intorno, con il suo linguaggio che pia­no piano diventa una sorta di lessico di fami­glia e di quartiere. Gli entusiasmi per le divi­se dei balilla, per gli slogan del fascismo, per la visita di Hider a Firenze lasciano lentamente il posto alle prime domande, alle pri­me disillusioni, alla realtà che appare ben di­versa da quella descritta dai giornali locali e nazionali, dai film come Luciano Serra pilo­ta, dal notiziari Luce, dai roboanti discorsi di Mussolini trasmessi dall’EIAR. E se il padre è solo il destinatario delle lettere e non avrà mai voce in capitolo, ecco invece la figura della madre, amorosa, dolorosa, scarsa di entusiasmi e di giudizi, donna del popolo che lavora e manda avanti la sparuta famiglia e intervie­ne nel rapporto con il regi­me con poche parole, la­sciando intendere il dolore e la fatica di crescere un figlio in quegli anni di miserie e difficoltà. Ed è proprio il suo non dire che avvicina il ragazzo alla verità e alla comprensione dei fatti.
Nel raccontare, Contolini allinea decine di figurine che si muovono attorno al ragazzo e a sua madre, dal macellaio al federale fascista, dal­l’entusiasta di Mussolini a quelli che si op­pongono, dal maestro di scuola al soldato in­glese, dal partigiano ferito all’inquilino indif­ferente, in una galleria viva e vera illuminata dalle ritualità quotidiane. E nei dintorni di Coverciano, in un microcosmo che tuttavia riflette gli avvenimenti cittadini e nazionali, che il ragazzo si muove, narrandoci anche i giochi con i coetanei, le usanze del tempo, con una lingua che non è mai fiorentinismo e che recupera invece modi di dire quasi an­tichi.
Ad ogni lettera seguono le note e i richiami ai "fatti veri", cioè alle cronache del tempo, come a dire che tutto ciò che il ragazzo scri­ve non è invenzione ma corrisponde alla realtà. Tutto questo rende il libro ancor più prezioso, poiché rappresenta una cronaca degli eventi, delle parole, degli scritti di que­gli anni e nulla è invenzione o forzatura.
La prosa è semplice, come può essere quella di un ragazzo, ma proprio per questo assu­me il tono della verità, in uno sforzo di scrit­tura che non ha solo valore di testimonianza ma è letterariamente pregevole. Ripetiamo: sarebbe bene che queste lettere venissero let­te a scuola, anche per insegnare una meto­dologia, quella del racconto diaristico che tramanda la storia. In una delle prime lette­re, il ragazzo Contolini ricorda di quando il padre gli cantava la filastrocca «cavallino ar­rò arrò» con la variante «or che abbiamo an­che l’impero/ lui ci porta al cimitero/ que­sto è l’uomo con l’uccello/ grande e grosso sul cappello». E inevitabilmente l’ultima let­tera la richiama, anche se il ragazzo ormai si domanda se quelle lettere siano mai arrivate a destinazione, se chi le ritirava dalla buca fosse la madre. Ciò costringe a chiedersi chi fosse questo padre, e perché non fosse pre­sente. Morto in guerra,’ Forse. E la madre «che adesso avrà bisogno di me» gli ha fatto invece credere che arrivassero a destinazione e potesse leggerle. Lo ha fatto per proteggere il figlio dal dolore, lei «che mi sembra stanca dentro: la guardavo ieri, i capelli co­minciano a essere bianchi, ha sempre gli oc­chi pesti come se avesse pianto fino a un mo­mento prima…» .
E la fine della storia, ma e anche l’inizio, perché ci fa sentire che quel ragazzo si darà da fare per contribuire a costruire un’Italia nuova.

Tratto da
patria indipendente
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 6 giugno 2016, in La lotta partigiana a Firenze con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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