Srebrenica, 21 anni fa il massacro

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11 LUGLIO 2016 | di Paolo Rastelli e Silvia Morosi | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

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(AP Photo/Amel Emric)

L’11 luglio 2016 ricorre il 21esimo anniversario del genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia recente dell’Europa. Nell’estate del 1995 le truppe serbo-bosniache agli ordini del generale Ratko Mladic irruppero nella cittadina, assediata da tre anni, e in pochi giorni massacrarono più di 8 mila persone – 8.372 bosgnacchi (bosniaci di religione e/o di cultura musulmana) – per lo più uomini e ragazzi. All’interno di un preciso disegno di pulizia etnica. Oltre agli abitanti, a Srebrenica c’erano anche i profughi che durante la guerra si erano a loro volta rifugiati, scacciati dalle città e dai villaggi vicini, in quella che le Nazioni Unite avevano dichiarato “zona protetta”. In tutto 40.000 persone (La fotostoria del massacro). Scrivono in una nota i responsabili del Comitato Per la pace nei Balcani:

Un tessuto sociale e politico lacerato e non ancora ricucito. Molte delle ferite sono tuttora aperte, e l’intera Bosnia Erzegovina vive una drammatica situazione economica. Auspichiamo che questo anniversario sia un’occasione per riflettere affinché si capisca come da atti così feroci non possa scaturire niente di buono per nessuno, nemmeno per chi li commette, nemmeno per i “vincitori”. Auspichiamo inoltre che da queste riflessioni venga un monito al nostro presente, ancora violentemente sfigurato da guerre, terrorismi, sopraffazioni e razzismi di ogni tipo, ormai dentro la nostra Europa e la nostra Italia. Possiamo e dobbiamo venir fuori da questo circolo vizioso. Il genocidio di Srebrenica parla direttamente a noi, Europa del commercio d’armi e dei valori traditi.

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(Ansa)

Il giorno precedente la caduta, il 10 luglio, a causa dei bombardamenti, circa diecimila musulmani, per lo più donne, vecchi e bambini, cercarono rifugio a Potocari, nella base dei caschi blu olandesi, mentre circa 15 mila uomini si incamminarono attraverso i boschi in direzione di Tuzla, sotto il controllo delle forze governative. Alcuni erano civili, altri militari, dei quali solo un terzo armati. La Nato cominciò a bombardare i carri armati serbi che avanzavano verso la città, ma dopo che i serbi minacciarono di attaccare i soldati dell’Onu olandesi, i bombardamenti cessarono.

Non fu uno scontro tra due civiltà convinte che la propria salvezza consisteva nello sconfiggere l’altra. No, è stata una guerra nella quale, noi bosniaci, eravamo stati condannati a morte in anticipo, scrive Emir Suljagić in “Cartolina dalla fossa”, toccante testimonianza sulla vita a Srebrenica. Emir fu l’unico maschio della famiglia a sopravvivere.

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Ratko Mladic e il generale dei caschi blu olandesi Ton Karremans, il 12 luglio, dopo l’eccidio (Ap)

Settant’anni dopo la conclusione del processo di Norimberga ai gerarchi nazisti, a marzo 2016 anche l’eccidio di Srebrenica ha un suo responsabile. Radovan Karadzic, ex psichiatra divenuto nel corso della guerra della ex Jugoslavia (1992-1995) leader dei serbi di Bosnia, è stato riconosciuto colpevole del reato di genocidio e condannato a scontare una pena di 40 anni di carcere dallo speciale tribunale penale internazionale delle Nazioni Unite. A questi reati si aggiunge quello di “presa di ostaggi” relativo al sequestro di 284 caschi blu dell’Onu usati come scudi umani a fronte dei bombardamenti della Nato. Insieme a lui giudicati colpevoli di “impresa criminale congiunta” anche Momcilo Krajisnik, Biljana Plavsic, Nikola Koljevic e Mladic.

Sono ancora qui perché Mladic si sentiva come Dio: aveva potere di vita e di morte su tutti. Per lui ero un essere insignificante, un insetto che avrebbe potuto schiacciare in qualunque momento come fece con altri mille e mille ragazzi. Ero così affamato che la mia personalità si era trasformata, da timido ero diventato aggressivo, incattivito. Ci lanciavamo sui pacchi paracadutati dall’Onu sbranandoci come lupi che sentono l’odore del sangue. Mio zio fu ucciso da una pallottola in fronte in una di queste risse: l’assassino non venne mai punito, c’era solo la legge del più forte, scrive ancora Suljagić.

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(Reuters)

L’11 luglio Mladic entrò in una Srebrenica deserta, ma verso sera nella vicina Potocari c’erano già 20-25 mila rifugiati. Alcune migliaia riuscirono a entrare nel recinto della base olandese, altri si accamparono fuori. Il 12 luglio i suoi cominciarono a dividere gli uomini, tra i 15 e i 65 anni, da donne, bambini e anziani. Gli uomini vennero uccisi sul posto o portati in varie strutture nell’area di Bratunac. Oltre 23 mila donne, bambini piccoli e anziani vennero invece deportati con dei pullman e camion verso Tuzla entro la sera del 13 luglio. Quello stesso giorno i caschi blu olandesi costrinsero i rifugiati a lasciare la base consegnandoli praticamente nelle mani dei carnefici. Un tribunale dell’Aja, a cui si erano rivolti i parenti delle vittime, ha ritenuto nel 2014 l’Olanda “civilmente responsabile” per la morte di quegli uomini in Bosnia durante la guerra nella ex Jugoslavia.

Lo Stato olandese è responsabile per le perdite subite dai parenti degli uomini deportati dai serbo-bosniaci dal compound del battaglione olandese Dutchbat a Potocari (periferia di Srebrenica, ndr) nel pomeriggio del 13 luglio 1995

Poco equipaggiati e meno numerosi, i caschi blu olandesi del battaglioneDutchbat, asserragliati nella loro base assieme a circa 5mila musulmani di Bosnia dei villaggi circostanti, soprattutto donne, non avevano opposto resistenza alla deportazione di 300 uomini che avevano cercato scampo nella protezione dei soldati con le insegne dell’Onu e si erano invece visti consegnare agli emissari di Mladic. Spiega il giudice olandese Larissa Elwin:

Il contingente olandese non avrebbe dovuto lasciar uscire quelle persone dagli edifici del suo compound. I soldati avrebbero dovuto tener conto della possibilità che quelle persone sarebbero state vittime di genocidio. Possiamo affermare con sufficiente certezza che se il contingente olandese avesse permesso a quelle persone di restare, si sarebbero salvate

La Corte de l’Aja, tuttavia, non ha dato ragione agli autori della denuncia, soprattutto madri delle vittime, sugli altri capi d’accusa. Quei caschi blu avrebbero dovuto denunciare direttamente i crimini di guerra ma lo Stato olandese non può essere ritenuto responsabile di questa omissione perché una simile denuncia non avrebbe potuto comunque comportare “un intervento militare diretto dell’Onu”. Impedendo il genocidio. Ed è, secondo il giudice, ugualmente “ragionevole” che i caschi blu non abbiano lasciato entrare nella loro base più di 5mila persone, perché non vi sarebbero state condizioni sanitarie sufficienti.

Così, fra il 12 e il 23 luglio una parte degli uomini e ragazzi che si erano avviati verso Tuzla attraverso i boschi vennero uccisi in imboscate, decimati dai bombardamenti, si arresero e furono fatti prigionieri in varie località. Si stima che nel pomeriggio del 13 luglio oltre sei mila musulmani vennero fatti prigionieri. Le prime esecuzioni di massa cominciarono nel pomeriggio del 13 con la fucilazione di 150 musulmani a Cerska, e si conclusero il 16 luglio, quando cominciarono gli scavi delle fosse comuni. Un mese e mezzo dopo, militari e poliziotti serbo-bosniaci, per occultare le prove del massacro, riesumarono e riseppellirono i corpi delle vittime in altre località.

E oggi? Sì, proprio l’11 luglio del 2016, migliaia di persone si sono recate al cimitero-memoriale di Potocari, per partecipare alla commemorazione, guidata dal capo della comunità islamica bosniaca. Accanto alle 6.377 vittime finora sepolte, sono stati inumati i resti di altre 127 vittime esumate dalle fosse comuni e identificate nel corso dell’ultimo anno grazie al dna. Solo 11 scheletri sono completi.

Tratto dal

Corriere della Sera

12 Luglio 2016

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

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