Giovanni Pesce – Spie, carnefici e giustizieri (2)

Giovanni Pesce

Spie, carnefici e giustizieri (2)

Il giorno seguente Sandra suona alla porta di via Telesio e viene fatta entrare nel salotto, con le finestre protette da solide inferriate, dove, qualche minuto dopo, entra un individuo alto e robusto scrutandola dietro le spesse lenti; l’uomo l’accompagna nel suo studio e dopo averla fatta accomodare in una grande poltrona di pelle, si siede, a sua volta, dietro la scrivania.

Sandra, mostrandosi molto imbarazzata, gli fa pressappoco questo discorso: "Mi manda mio padre per un consiglio. Si tratta di mia sorella di 19 anni, fidanzata ad un ufficiale degli alpini. La ragazza aspetta un bambino. Ha scritto al comando del reparto per far ottenere al fidanzato una breve licenza matrimoniale prima della nascita del piccolo, ma intanto purtroppo l’ufficiale è caduto in combattimento sul fronte greco."

"Ora mia sorella," aggiunge Sandra, "dopo la nascita del bambino è ossessionata dall’idea che debba portare il nome del suo eroico padre; conserva le lettere che le ha scritto e dalle quali traspare l’impazienza di sposarla per amore suo e del loro piccolo."

La spia osserva Sandra con insistenza, si toglie gli occhiali, li pulisce con calma, li rimette e chiede bruscamente: "perché è venuta da me? Chi le ha dato il mio indirizzo? "

Sandra, che aveva previsto la domanda, risponde con sicurezza:°

"Mi ha mandata mio padre, consigliato da un amico medico."

De Martino non fa altre domande; scorre gli appunti del colloquio e dice a Sandra: "Mi faccia avere le lettere del fidanzato di sua sorella e dica a suo padre, la prossima volta, di venire di persona. Forse un giorno suo nipote porterà il nome del padre, eroico combattente. Chi è caduto per la patria ha tutti i diritti alla nostra riconoscenza."

Sandra si alza. L’uomo, mostrandosi galante l’accompagna in anticamera per farle intendere che il favore è grande e che l’avrebbe rivista volentieri. Ora conosciamo la faccia dell’individuo, ma la sua esecuzione presenta molti rischi. Li affrontiamo.

Mercoledì, l’ settembre 1944; due gappisti si appostano all’inizio e alla fine di via Telesio. Pochi minuti prima dell’arrivo della macchina di De Martino, giungo a braccetto di Sandra. Camminiamo piano, chiacchierando come due fidanzati. Compare da via Ariosto una grossa automobile. Sandra riconosce l’uomo attraverso i cristalli. Do il segnale. I due gappisti si incamminano sul marciapiede l’uno verso l’altro, per incontrarsi davanti al portone numero 8, nel momento stesso in cui si sarebbe arrestata l’automobile con la spia a bordo.

Abbiamo calcolato esattamente i tempi e non è la prima volta che eseguiamo una simile manovra. De Martino scende dall’auto, accompagnato dalla scorta, fa tre passi sul marciapiede e cade colpito da tre colpi di pistola. La scorta, sorpresa, non reagisce immediatamente. Quando spara contro i gappisti in corsa, è troppo tardi.

Il 5 settembre appare sui giornali il comunicato del capo della Provincia. "A decorrere dal 4 settembre è fatto divieto a tutti i ciclisti di transitare in gruppi. Ai posti di blocco presso le barriere daziarie, i ciclisti devono scendere, dal veicolo almeno dieci metri prima e risalirvi dieci metri dopo."

Nel pomeriggio, in corso Sempione, incontro Azzini. Cammina lentamente. Non gli lascio il tempo di dirmi ciao. "Da dove vieni? "

"Mi ha bloccato, un rastrellamento."

"Un rastrellamento?"

"Stamattina non c’eri in via Ponzio dove è morto un compagno e Antonio è stato gravemente ferito! "

Azzini abbassa il capo. Non ribatte, ma il suo volto esprime confusione, amarezza, dolore. "Alla Ponzio, l’azione è fallita. I gappisti hanno reagito, ma purtroppo Romeo Conti è morto. Questo, è quanto. E ora parliamo d’altro. C’è qualcosa da fare?"

Da alcuni giorni matura l’idea di un colpo alla Stazione Centrale di Milano in un locale adibito a posto di ristoro per fascisti e tedeschi, dove si mesce perfino birra. Mi sono già recato con Sandra nel locale, di difficile accesso per coloro che non sono in uniforme, ma non per un gappista travestito. Il tecnico ha preparato il materiale impiegando matite esplosive a scoppio ritardato, invece della solita miccia facilmente identificabile dalle tracce di fumo. Il laboratorio dista dalla stazione circa dieci minuti di strada. Azzini mi ascolta. Risponde: "D’accordo." E aggiunge: "Tu credi forse che io abbia paura! No, non ho paura, ma…"

"Non ci possono essere ma."

Ci saranno rappresaglie, vittime…" "Rappresaglie? Sì, e sempre più feroci. Per questo dobbiamo tenergli costantemente le mani in gola."

Mi guarda negli occhi. "Ho capito," dice.

In quel momento sono io a tacere. Le domande di Azzini ce le siamo poste tutti, mille volte, davanti ai caduti, davanti agli uccisi, agli innocenti sacrificati. Sono una prova di onestà, di lealtà verso i cento e cento compagni che sono già morti, e verso quelli che lottano con l’arma in pugno in ogni angolo d’Italia.

È lui a scuotermi. "Quando ci troviamo? Dove?

Ci troviamo in via Copernico, non lontana dal laboratorio del tecnico.` E’con noi Narva che accompagnerà Azzini. Prima dell’appuntamento mi reco, in laboratorio dove per la prima volta riceviamo matite esplosive in luogo della miccia e mi isso lo zaino, sulle spalle. Quando arrivo in via Copernico, Azzini, in uniforme fascista,, mi attende. Gli passo lo zaino. Ci incamminiamo in gruppo verso la stazione.

Giulio, il tecnico, ci lascia ai piedi della scalinata. Narva prosegue sola, precedendo Azzini. Anch’io gli stringo la mano e mi allontano.

Azzini sale gli scalini un po’ curvo sotto il peso dello zaino, diretto al posto di ristoro in cima alla scalinata. Prima di allontanarmi rimango qualche minuto seguendolo con lo sguardo, mentre con la sigaretta fra le labbra, sale calmo, sicuro. Raggiungo Sandra, incaricata di sorvegliare all’esterno l’andirivieni dei passeggeri.

Quando Azzini arriva al posto di ristoro lo trova pieno di tedeschi e di fascisti: alcuni sostano all’esterno del locale, seduti sul parapetto delle scale. Poco discosto, tre bambini stanno rincorrendosi, giocando. Azzini entra nel locale, si toglie lo zaino, lo posa per terra

in un angolo. Caldo soffocante e tanta gente che parla forte e che ride. Azzini si asciuga il sudore che gli cola sulla fronte, guarda l’orologio. È tempo di allontanarsi.

Ma mentre esce rivede i tre bambini che si rincorrono ridendo, inconsci, felici. Si avvicina ad essi, li prende per mano e li conduce via.

Di fronte alla farmacia della stazione, Sandra segue l’azione per potermi subito riferire. In quell’istante, mentre Azzini si allontana con i tre bambini, la bomba scoppia con dieci minuti di anticipo sul tempo stabilito lanciando un volo di schegge attorno a lui. Azzini sorpreso guarda l’orologio e rabbrividisce.

I tedeschi, seduti su un parapetto della scala, sono gettati in terra dallo scoppio. Altri fuggono. Dal posto di ristoro escono spesse nubi di fumo nero. Due o tre militari feriti compaiono sulla porta del locale urlando di dolore. Azzini è ormai fuori con i tre bambini. La gente che in quell’ora affolla la stazione, si passa le voci più strane. "È scoppiata una bomba nello zaino di un tedesco." «E saltato un treno carico di esplosivo."

Molti accusano i tedeschi di incuria nel trasporto del materiale esplosivo. I tedeschi gridano: "Partigiani! Banditi! "

Arrivano i rinforzi, circondano la stazione, fanno allontanare la gente, mentre i morti e i feriti vengono trasportati fuori.

Camion armati bloccano l’entrata della stazione, arrestando chiunque si trovi a passare. Sandra fa appena in tempo a fuggire. Io, dal caffè dove mi trovo in attesa, sento l’esplosione e mi accorgo che la bomba è scoppiata molto prima del tempo stabilito. Calcolo febbrilmente il tempo: dieci minuti per arrivare sul posto, due o tre per depositare lo zaino e uscire. Anche se lo scoppio è avvenuto dopo diciotto minuti anziché dopo trenta, Azzini avrebbe avuto il tempo di allontanarsi, a meno che non si sia fermato per non farsi notare.

Poco dopo arriva Sandra, ma neppure lei sa dirmi se Azzini sia uscito, o meno dal posto di ristoro. Ha sostato davanti ad una edicola i primi dieci minuti e non ha tenuto d’occhio il posto di ristoro. La incarico di recarsi, il mattino dopo, a casa di Azzini per chiedere notizie.

Ma dentro di me si fa strada una di quelle idee assurde che attraversano la mente nei momenti in cui ci si abbandona all’ansia, al turbamento. Temo che Azzini possa pensare che io l’abbia mandato deliberatamente alla morte per punirlo della sua mancata partecipazione allo scontro della piscina in via Ponzio.assurdo, ma ho fretta di vederlo, di parlargli, di eliminare ogni dubbio. Non è necessario. Mi viene incontro nel pomeriggio tutto allegro.

La stampa fascista divulga poi la falsa notizia di bambini uccisi: il locale di ristoro diviene una infermeria!

L’arma segreta a cui i nazifascisti ricorrono come risorsa estrema è la menzogna e la calunnia.

Trascorrono tre giorni. Il meccanismo poliziesco dei fascisti si è mosso invano; ma la fatalità vuole che Azzini venga catturato dagli sgherri della "Muti" come renitente alla leva.

Arrestato, viene condotto nella caserma di via Rovello. Lo spogliano. Lo stesso, comandante della marmaglia della "Muti," Colombo, svolge l’interrogatorio.

"Sei un partigiano? Parla! Sei un bandito? Parla, vigliacco!

Azzini non parla. Il ragazzo è diventato uomo, un partigiano.

Torturato per sette giorni, di giorno e di notte. Resiste agli insulti; alle sevizie, lui oppone il silenzio. In pieno giorno riesce a fuggire dalla porta centrale per cui è entrato prigioniero, sicura preda della morte,

Quattro partigiani: Albino Abico, Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio del Sale, già gappisti e poi organizzati nelle S.A.P., vengono fucilati il 28 agosto 1944 contro il muro della casa di via Tibaldí 26 a Milano.

Albino Abico cosí scriveva ai suoi familiari prima di morire "Carissimi mamma, papà, fratello, sorella e compagni tutti, mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia. Il sole risplenderà su noi ‘domani’ perché tutti riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi. Voi siate forti come lo sono io e non disperate. Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albino che sempre vi ha voluto bene."

Tratto da

“Senza tregua”

La guerra dei Gap di Giovanni Pesce

Edizioni Feltrinelli 1967

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 7 ottobre 2016, in Racconti partigiani con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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