Testimonianze di superstiti

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Testimonianze di superstiti 

II

Testimonianza raccolta dal prof. Carlo Schiffrer di Trieste dall’interrogatorio di un amico superstite:

«Egli vide un milite delle SS di statura gigantesca che stava conducendo per mano nel secondo cortile davanti alle prigioni, un bamberottolino bruno e ricciuto (certo un ebreo) che zampettava appena. Il bambino incespicò e cadde in avanti: il milite lanciando una bestemmia lo colpi al capo col tacco del suo scarpone. La testa scoppiò letteralmente. Ad anni di distanza quell’amico non riusciva a liberarsi dall’incubo del tonfo provocato dalla povera testolina…».

(Carlo Schiffrer, "La Risiera". Trieste, 1961).

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ALBINA SKABAR di Rupingrande (Trieste)

Dopo essere stata denudata, appesa per le trecce a una trave e bastonata fino a svenire, venne cacciata nella cella numero 7. «Di notte, ricorda, sentivo urla terribili, specialmente di quelli che si trovavano nelle prime celle e venivano portati fuori. Ricordo la voce disperata di una donna: diceva di es sere di Gabrovizza e urlava che le SS le avevano ucciso il figlio nella culla. C’era anche una certa Olga Fabian, di un paese del Carso che ora appartiene alla Jugoslavia. C’era una signora di 67 anni, che abitava a Trieste in via Milano: urlava continuamente di essere innocente. L’odore di capelli bruciati era terribile. Ogni tre giorni aprivano le celle e lasciavano che ci lavassimo il viso con un po’ d’acqua in un catino. Quell’acqua del catino doveva servire per tutte. Dopo la guerra sono tornata una volta in Risiera, e sono svenuta».

(Testimonianza raccolta da A. Bubnic e Ricciotti Lazzero).

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GIORDANO BASILE di Rovigno d’lstria

«Subimmo ogni sorta di sevizie e maltrattamenti. Non potrei dire a quanti interrogatori fui sottoposto. Come conseguenze ebbi una frattura all’occhio destro e alla spalla destra e subii pure una infiltrazione polmonare, oltre alla depressione generale di tutto l’organismo, depressione dalla quale non ho potuto riprendermi ».

(Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna)

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DARA VIRAG di Fiume

«Dietro il garage c’era un passaggio un po’ stretto. Ho fatto alcuni passi in quel vicolo che girava intorno al locale del forno e una delle guardie. il vecchio Fritz, mi ha urlato: "Non lo faccia mai più, non lo faccia mai più!". Era il maggio del 1944. Sulla base di cemento del camino spuntava un filo d’erba. Pensai che forse era il segno di quelle povere anime dissolte. In marzo si sentivano grida anche di giorno (gridavano anche le SS). Erano urla di dolore, tutti capiscono quando qualcuno urla per il dolore. Ma confesso che non riuscivamo a comprendere chiaramente queste atrocità: dovevamo pensare a vivere e avevamo sempre paura. Dopo un anno così, anche un chiodo che cada sul pavimento scatena un brivido. Se sento il rumore d’uno scarpone sul selciato, adesso, ancora, dico spaventata: "Vengono"».

(Testimonianza raccolta da A. Bubnic e Bicciotti Lazzero).

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BRUNO PIAZZA di Trieste

«Dovetti sdraiarmi sul tavolato […] ma ero stato fortunato, mi spiegò la sentinella, perché tutti quelli che finivano là dentro venivano prima bastonati […]. Incominciarono a parlare le voci della notte. Dal bunker accanto al mio udii un uomo che mi chiamava piano: "Sono sepolto vivo da 40 giorni, non posso respirare, ho sete. Dammi una sigaretta. Forse stanotte sarò fucilato. Fammi fumare l’ultima sigaretta […]". E subito dopo dall’altra parte una voce di donna: "Ne ammazzano ogni notte qualcuno. Li portano nel cortile e poi li ammazzano con un colpo alla nuca. Dopo ogni sparo i cani urlano […]. Siamo tutti partigiani".

(Dal libro "Perché gli altri dimenticano" di Bruno Piazza – Ed. Feltrinelli, Milano, 1956).

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ANTONIETTA CARRETTA nata a Lignano, abitante a Genova

«Mi misero in un grande camerone, composto di piccole celle. In una di queste rimasi oltre un mese senza lavarmi, pettinarmi ed altre cose assolutamente necessarie in modo particolare per una donna. Non solo d’igiene non si poteva parlare, ma neanche della più elementare forma di pulizia. Il mangiare ce lo portavano dal Coroneo. Nelle celle queste distribuzioni venivano fatte dai mongoli. Le condizioni psichiche e morali erano tremende. Ero in un continuo stato di terrore di essere ammazzata da un momento all’altro. Dopo circa dieci giorni portarono vicino alla mia cella una signora ebrea di nome Olga che abitava a Servola. La notte stessa l’hanno ammazzata. Quando vennero a prenderla, la poveretta piangeva e supplicava; le SS rispondevano con la massima brutalità. Così accadeva tutte le notti. Le celle di giorno si riempivano e di notte si svuotavano. Prima di essere bruciati li ammazzavano con un colpo d’arma da fuoco, perché sentivo gli spari, oppure con un colpo di mazza. I forni crematori erano lì vicino, a pochi metri di distanza dalle nostre celle… Per non far sentire i colpi d’arma da fuoco, mettevano in moto dei motori di camion, o facevano suonare musiche allegre».

(Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna)

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ANTE PELOZA di Vele Mune (Istria)

«lo ero nella cella n. 8, solo, nel buio. Mi mancava l’aria. Solo nel soffitto c’era un piccolo foro per l’aria e la luce. Ci passavano il cibo attraverso la finestrella della porta, che altrimenti restava sempre chiusa. Nella cella c’erano molti ratti. Di pomeriggio e di sera sentivo quasi in continuazione le urla della gente e delle grida in croato, sloveno e italiano. Per il cortile andava su e giù un carro armato oppure un’auto blindata e faceva un grande rumore sì da coprire le grida alla libertà e le urla sconvolgenti. Allora sapevamo che i nostri compagni venivano trascinati in crematorio. Quando faceva scirocco e non c’era vento il fumo fetido entrava anche nelle celle. C’era un tale tanfo di carne umana bruciata che quasi non si poteva respirare e sconvolgeva lo stomaco».

(Testimonianza raccolta da A. Bubnic)

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CARLO SKRINJAR di Trieste

«Le urla delle donne e degli uomini duravano anche tre o quattro ore. Finiva un urlo e poco dopo ne cominciava un altro. Molte notti andarono avanti così. Vicino a me, in cella, c’era un giovane di diciott’anni dai capelli ricciuti. Non ricordo il suo nome. Per lo spavento imbiancò in tre giorni. Dalla mattina alla sera tardi si sentivano aprire e chiudere i cancelli. Chi guardava da qualche spioncino avvertiva: "E’ arrivato un autocarro…". Verso le otto di sera c’era un periodo di silenzio, poi cominciavano le urla. Noi eravamo convinti che stessero trascinando i condannati dal cortile verso la zona del forno. Si sentiva la guardia che veniva a tirar fuori la gente dalle celle, e la gente che urlava finché la voce spariva nel nulla. Il giovane dai capelli ricci tremava e balbettava: "Adesso tocca a noi". Eravamo terrorizzati. Sento ancora quelle grida rauche ».

(Testimonianza raccolta da A. Bubnic e Ricciotti Lazzero).

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LUIGI JERMAN nato a Capodistria, abitante a Trieste

«Essendo impiegato presso la raffineria di S. Sabba, ebbi più volte occasione di passare per ragioni di lavoro lungo il pontile, dove i soldati tedeschi portavano i sacchi delle ceneri dei cadaveri che venivano bruciati nei forni crematori della Risiera. Ho potuto vedere nel fondo del mare molte ossa umane, resti cioè di cadaveri che non poterono essere completamente bruciati».

(Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna)

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 16 ottobre 2016, in Testimonianze dal Lager con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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