Renzo Baccino – Natale partigiano

Natale partigiano
Renzo Baccino

Un racconto tratto dal 2° volume di “Quando si combatteva per la libertà…”, un libro per ragazzi edito dall’ANPI alla fine degli anni 70
In quella vigilia di Natale del 1944 si era combattuto aspramente presso il Ronco, un minuscolo villaggio posto a cavaliere di un colle prealpino. I tedeschi volevano occuparlo, perché il Ronco rappresentava come il cardine della resistenza partigiana. I difensori, un pugno di montanari, quasi tutti vecchi alpini, si erano asserragliati nell’ultima casa del villaggio, posta proprio al sommo del colle, e di lassù nessuno era riuscito a sloggiarli. La casa contesa era un’antica «caminata», dai muri spessi come quelli di un fortino. I colpi di mortaio l’avevano ridotta a un cumulo di macerie, ma fra i muri smozzicati i partigiani avevano costruito un nido di mitragliatrici.
All’imbrunire i tedeschi avevano sferrato ancora un assalto, ma sotto le secche falciate di una mitragliatrice pesante, erano stati costretti a ripiegare. Uno di essi era rimasto e giaceva supino, informe macchia grigia, sul bianco della neve che copriva la strada.
Era una notte fonda, una gelida notte invernale, piena di brividi lontani di stelle. Non una luce brillava, e tuttavia la neve ch’era intorno avvivandosi delle luci sideree, emanava un tenue bagliore. Lontano, duri profili di montagne tagliavano l’orizzonte come lame di ghiaccio.
Dai comignoli delle case occupate si dipanavano dense colonne di fumo: i soldati tedeschi avevano cercato riparo al freddo e dividevano con i contadini il tepore dei focolari. Solo alcuni erano rimasti agli avamposti. I partigiani avevano trovato rifugio in un locale seminterrato e cercavano di scaldarsi a un misero focherello. II comandante Folgore era rimasto fuori all’addiaccio, assieme a un mitragliere, e, avvolto in un vecchio giubbone di pelliccia, a ridosso di un muro, scrutava le tenebre, mentre il suo orecchio esercitato vagliava ogni rumore, ogni scricchiolio.
II silenzio era alto, quasi solenne. Nulla si muoveva intorno. C’era solo quel morto disteso supino laggiù sulla strada, che sembrava guardare il cielo gremito di stelle.
Improvvisamente un suono lontano, tanto lontano che pareva nascere dal profondo dell’animo, giunse all’orecchio di Folgore: un tintinnio di campane… E allora ricordò. Era Natale! E quel suono scendeva dalle pievi dei suoi monti, dalla zona franca partigiana, ove regnava la libertà, ove si poteva suonar le campane in barba ai tedeschi e ai fascisti.
Tacquero le campane dei monti e fu ancora silenzio. II morto era sempre là e pareva che anche lui tendesse l’orecchio per ascoltare la sua campana di Natale. Sì, anche lui, pensò Folgore, aveva una casa lontana, moglie, figli che in quel momento uscivano per recarsi alla messa… E non sapevano che…
Uno strano scricchiolio interruppe le meditazioni del comandante. Qualcuno camminava nella notte… Ma non dalla parte del nemico, bensì dalla vallata che stava alle spalle dall’appostamento.
Folgore lanciò un breve avvertimento ai partigiani e tosto essi uscirono dal loro rifugio e presero posizione. Immobili stettero con le armi impugnate ad ascoltare la notte.
Sì, qualcuno si avvicinava. Si udiva il ritmico infrangersi della crosta gelata sotto il peso di chi si avvicinava. Poi, a un tratto, su di un sentiero lungo una siepe apparve una strana ombra grigia che avanzava lentamente.
Ora la strana ombra, avvicinandosi, si andava delineando. Erano due bambini, quelli, non c’era alcun dubbio! Due bimbi che andavano attorno soli, in quella gelida notte, piena di agguati mortali. Venivano innanzi adagio, incespicando e gemendo, e a tratti parlavano fra loro:
– Ho freddo, Maria, ho freddo – diceva una vocina tremante.
– Zitto, Carlo… Ecco il Ronco. Fra poco saremo dalla nonna – rispondeva un’altra vocina più ferma.
Erano oramai a pochi passi, quando Folgore li chiamò, a bassa voce:
– Ehi! Bambini, per di qua! … Silenzio che ci sono i tedeschi in paese!
II gemito del piccolo cessò di botto. La bambina chiese sgomenta, con un soffio di voce:
– Chi chiama?
– Zitti! … Venite qui da noi!
I due avanzarono ancora e furono tra le rovine. Erano molto piccoli, la maggiore forse di dieci anni e il bimbo di cinque o sei. Tremavano dal freddo e dalla paura. I partigiani li presero in braccio e li portarono accanto al fuoco. Seduti, si strinsero l’un con l’altro, come per difendersi dall’ignoto che li circondava.
Un partigiano porse loro da bere, ma essi si schermirono. Folgore li guardò un istante, poi con voce stranamente dolce, chiese loro:
– Di dove venite, piccoli?
– Da casa – fece la bambina. – È la cascina del Rosso la nostra casa.
– E perché l’avete lasciata la vostra casa per andare attorno la notte?
– Eravamo soli… il papà… – e la bambina ebbe la voce smorzata da un singhiozzo – è in guerra, disperso…
– E la mamma?
– La mamma non ce l’abbiamo. È morta…
– Oh, poveri piccoli. Ma dove volete andare a quest’ora?
– Dalla nonna – disse il piccolo con ansia, nascondendo subito il viso in grembo alla sorellina.
– Ma al Ronco ci sono i tedeschi. Non potete proseguire – interloquì un partigiano.
– Dovete tornare indietro. Vi accompagnerò io – aggiunse Folgore.
Fu silenzio per un istante, e si udì solo il lieve crepitare della fiamma. Folgore pensava. E nel pensare si risovvenne di quel suono di campane udito fuori, poco prima… E poi chissà perché, ripensò a quel morto ch’era fuori, supino sulla neve… Natale!
Si alzò deciso – Andiamo – disse – Tenterò di mandarvi dalla nonna.
Un partigiano osservò: – Se li fai uscir fuori te li fulminano!
– Forse non spareranno – rispose il comandante – Lascia fare a me.
Uscì, seguito dai suoi e dai bimbi, e a cauti passi si portò presso il suo solito osservatorio. Poi, con tutta la forza dei suoi polmoni da montanaro grido:
– Ehi, Tedeschi! … Mi sentite?
Ripeté tre volte il suo grido che smoriva senza echi nel silenzio. Al terzo richiamo una voce sorda rispose: – Noi Tedeschi sentire… Chi chiamare?
– Siamo noi i partigiani… Ascoltate: ci sono qui due bambini…
– Due bambini? Sì, capito… due bambini.
– Sono soli, senza casa, senza nessuno, vogliono andare nella casa dalla nonna che abita costì, nella casa sotto la chiesa…
– Nonna? Oh, sì… Großmutter … Capito.
– Volete lasciarli passare?
La risposta si fece attendere. Poi, giunse come esitante:
– Non potere… no, non potere.
– Ma domani è Natale e sono soli!
– Natale… sì, Natale… Capito!
Ci fu una pausa che parve interminabile. S’udì come un parlottio aspro, concitato, poi la solita voce nemica parlo:
– Avanti i due bambini… Soli… Noi non sparare.
– Possiamo fidarci di voi?
– Sì, noi non sparare su piccoli. Parola di soldato!
Folgore si voltò, carezzò il capo dei bimbi e disse brevemente:
– Andate. Buon Natale.
I due fanciulli entrarono nella strada e avanzarono esitanti, tenendosi per mano. I partigiani, con le armi puntate verso il nemico, li seguivano a ogni loro passo.
Ma non accadde nulla. I bimbi si fermarono esitanti un istante presso quel morto disteso sulla neve, poi proseguirono, piccola macchia grigia su di un candido lenzuolo. A un certo punto svoltarono e fu silenzio.
Ancora i partigiani si ritirarono nel loro rifugio e Folgore rimase immobile nella notte, con gli occhi fissi a quel buio che aveva inghiottito i due fanciulli. Pensava. Quelli di là non avevano sparato. Anche in loro dunque c’era un briciolo di umanità. Erano uomini anche loro, infine. E nella notte di Natale anche nel loro cuore indurito si era accesa una fiammella di umanità.
Guardò ancora quel morto, supino sulla neve ghiacciata. Guardò su verso i monti dov’era la sua casa, i suoi bimbi. Poi si decise. Si affacciò al muretto e gridò:
– Tedeschi! Ohé… Tedeschi!
La risposta fu pronta:
– Qui Tedeschi… Che volete partigiani?
– Sentite… Quel vostro camerata ch’è in mezzo alla strada… Venitevelo a prendere… Non spareremo!
– Non sparate voi?
– No. Parola di partigiano!
– Venire… sì subito venire…
Ci fu ancora un attimo di quiete, poi di lontano fiorì un allegro scampanio che riempì la notte di un miracoloso senso di gioia.
Era mezzanotte! Cristo era sceso in terra e le pievi ne davano l’annuncio. Folgore stette immobile ad ascoltarle, mentre nella sua mente era un tumulto di strane immagini: ceri accessi, bimbi sperduti, un soldato tedesco supino sulla neve con le braccia spalancate… Finché s’accorse che il gelo gli mordeva gli occhi. Quando fa molto freddo, le lacrime fanno questi scherzi.
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 17 gennaio 2017, in Racconti partigiani con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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