Carlo Groppi – Se tu vieni quassù tra le rocce…..

 

Sardegna-Gonfalone

I sardi e la Resistenza  ( I°)

Nella storia della Resistenza italiana viene spesso dimenticata la Sardegna, perché il suo territorio giunse rapidamente alla liberazione.

Ma si dimenticano le migliaia di sardi che parteciparono alla Resistenza a fianco dei loro compatrioti nelle valli alpine e appenniniche, e, in particolare, sulla “linea Gotica”. Si dimenticano le migliaia di sardi che combatterono, e molti di loro morirono, per la Resistenza europea sui fronti jugoslavo, albanese e greco.

Come mia esperienza diretta posso testimoniare che fra il dicembre ’43 e il gennaio ’44, prima dello scellerato “bando Graziani”, sui monti della VI zona (collocata nel punto d’incontro di Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia) i partigiani provenienti dalle regioni meridionali e dalle isole erano ancor più numerosi dei settentrionali.

Moltissimi erano sardi.

Paolo Emilio Taviani

Pubblichiamo alcune pagine tratte dal libro di Carlo Groppi

Se tu vieni quassù tra le rocce…

Un libro inedito di Carlo Groppi sui partigiani Francesco Piredda, Vittorio Vargiu e Alfredo Gallistru.

"“Di Alfredo Gallistru resta una sola frase, scritta su un frontespizio di un libro di grammatica tedesca, usato probabilmente all’Accademia di Modena: "Alfredo Gallistru, IV compagnia, III plotone. Soltanto si merita la libertà e la vita colui che se la sa conquistare". Frase che riecheggia la più celebre di Mazzini: "Odio la libertà portata in dono", che tante volte Alfredo Gallistru avrà sentito declamare da Chirici e dai suoi compagni partigiani di fede repubblicana. Per tale motivo si può ritenere scritta durante la Resistenza e, in un certo senso, costituisce il testamento morale di Alfredo”"

Per gentile concessione dell’autore.

LA PICCOLA BANDA DI ARIANO

Francesco Piredda, sergente, Vittorio Vargiu, caporale maggiore ed il tenente di complemento di cavalleria dell’esercito, Gianluca Spinola, avevano abbandonato la divisa militare subito dopo la proclamazione dell’Armistizio, l’8 settembre 1943. Franco (o Francesco) Stucchi Prinetti, di cinque anni più giovane, richiamato alle armi dalla RSI nell’autunno del 1943 non si era presentato al Distretto militare risultando perciò renitente alla leva e passibile di arresto, di deportazione se non, addirittura, di fucilazione. Per scongiurare tali pericoli si era rifugiato nella Fattoria di Selvapiana, nel Comune di Rufina, di proprietà della famiglia della moglie del cugino Gianluca Spinola. Mentre per lo Spinola era stato relativamente facile ricongiungersi con la famiglia materna, residente in Toscana, ciò risultò impossibile per Vargiu e Piredda, le cui famiglie i trovavano a Ulassai e Nuoro, in Sardegna e, pertanto, essi dovettero cercare momentanea protezione nell’area fiorentina, aiutati dal loro ex comandante. Gianluca Spinola, dopo aver eseguito alcune azioni antinaziste in Val di Sieve, forse insieme al cugino Franco Stucchi Prinetti, ed essersi messo in contatto con le organizzazioni della Resistenza, si spostò infine (insieme allo Stucchi Prinetti), ricongiungendosi più tardi con Piredda, Vargiu e Basilio Aruffo, uno studente universitario italo-russo, già precettore in casa Giuntini, dal quale prendeva lezioni scolastiche private, ad Ariano, nei pressi di Volterra.

Ad Ariano si venne quindi a costituire una piccola e autonoma banda partigiana, probabilmente in contatto con il comando di Giustizia e Libertà e con formazioni partigiane legate al tenente colonnello Vito Finazzo, membro del Comando militare interpartitico del CTLN di Firenze per conto della Democrazia cristiana. Alla vigilia dell’estate 1944, in concomitanza con la ritirata tedesca, lo Spinola ed i suoi compagni erano impegnati in azioni di sabotaggio della strada statale Volterra – Colle Val d’Elsa, onde rallentare la marcia delle truppe della Wehrmacht. Nella notte del 12 giugno 1944, non potendo effettuare il minamento dei "ponti dei Mulini" nei pressi di Castel San Gimignano (obiettivo comunicato allo Spinola dietro ordine di un Comando partigiano di Firenze)9, per la presenza di un grosso contingente nemico, i partigiani attaccarono a colpi di mitra e lancio di bombe a mano in località Lecciatina, alcuni veicoli militari in transito che risposero al fuoco. Nel conflitto che ne seguì e che interessò un’intera colonna tedesca, un ufficiale ed alcuni soldati rimasero uccisi, ma i partigiani ebbero la peggio e non riuscendo a sganciarsi dal luogo dell’azione, vennero catturati tutti all’infuori di Bruno Cappelletti, guardia campestre della fattoria, che raggiunse Basilio Aruffo, lasciato ad attenderli nei pressi del camioncino sgangherato del quale il Cappelletti era l’autista. I due, con estrema difficoltà, fecero perdere le loro tracce,raggiungendo Ariano per vie secondarie Per Gianluca Spinola e i suoi tre compagni inizia un tremendo calvario: legati ad un albero, minacciati di impiccagione e selvaggiamente picchiati per indurli a rivelare la presunta ubicazione della Brigata e del comando partigiano. Mentre i quattro prigionieri attendevano il colpo di grazia, i militari tedeschi cambiarono opinione e li condussero, separatamente, due a due, verso Volterra, prima lasciandoli, storditi e contusi, all’interno di un camion militare, sotto i ponti di S. Alessandro, poi, verso le ore 17, trasferendoli al comando della 90 Divisione granatieri corazzati della Wehrmacht del generale Ernst Gunther Baade, installato nella Scuola d’Arte della città etrusca, per interrogarli più a fondo e per deciderne la sorte. Scrive il Cavallini: …la mattina del 13 giugno condotti a piedi a Volterra…verso le ore 7 Spinola e Vargiu si incontravano lungo la via provinciale con i gruppi operai, che da Volterra si recavano ad Ariano. Proprio per farsi conoscere (Spinola) rivolse loro alcune domande, lasciandoli sorpresi e addolorati. Anche Stucchi e Piredda giungevano in giornata al comando tedesco alla Scuola d’Arte11.

Da Volterra, il comando tedesco trasmise al comando delle SS di Firenze il seguente telegramma: Marchese Gianluca Spinola arrestato durante un conflitto con i partigiani e trovato in possesso di armi e documenti tedeschi falsificati. Nei loro confronti furono ripetuti crudeli atti intimidatori: messi due volte faccia al muro, prima in Piazza dei Priori, poi alla cinta del "Mastio",subirono la simulazione della fucilazione nella schiena. Dell’episodio fu testimone il padre del professore Paolo Ferrini che trovandosi a passare di lì casualmente tornò a casa sconvolto. Ma i tedeschi non ottennero alcuna informazione in quanto, facendo parte di un raggruppamento non ufficiale e non inserito nell’organizzazione delle Brigate partigiane operanti sul territorio volterrano, ben poco essi avevano da confessare che già non fosse noto. L’ufficiale tedesco, il capo scorta Becker del Kommandantur di Volterra, li fece infine rinchiudere nel carcere, dove trascorsero parte della notte del 13 giugno. Nella notte stessa, il cappellano del "Mastio", Maurizio Cavallini, si recò dai nuovi arrivati che trovò eccitati dalle sofferenze e preoccupati della loro sorte. Fece portare un po’ di cibo, che ancora non ne avevano toccato da molte ore, pane e ciliegie. Un fiasco di vino si ruppe. Vargiu e Piredda, furono di poche parole mentre Stucchi vivamente loquace. Spinola, stanco e commosso, ricordò la mamma morta da poco, la giovane moglie e la figlia, Franca, nata da alcuni mesi. All’una di notte Becker si presentò al carcere con un camion e una scorta armata fino ai denti.

Comando GNR l’aggressione effettuata nella stessa fattoria il 5 andante. Constatata l’assenza del ricercato, i banditi si fecero consegnare dal fattore 23 quintali di vino in fusti, che caricarono sopra carri agricoli, allontanandosi poi verso Berignone (23 maggio 1944)";

Stucchi Prinetti chiese di confessarsi, ma la richiesta venne brutalmente respinta; Vargiu, che aveva acceso una sigaretta, ebbe violenti ceffoni e la sigaretta gli cadde di bocca. I prigionieri, legati strettamente, spalle contro spalle, furono caricati sull’automezzo che prese la strada di Castelnuovo Val di Cecina1  Arrivati in paese i quattro furono rinchiusi nella caserma dei carabinieri. La mattina del giorno seguente furono notati alcune volte fare la spola tra la caserma ed il comando delle SS installato nella Villa Ginori; poi, sull’ora del mezzogiorno, Francesco Piredda, Franco Stucchi Prinetti e Vittorio Vargiu, furono condotti sulla strada del podere Le Pagliaole e fucilati dietro il ciglio erboso a poche decine di metri dalla casa colonica Il Sorbo. Secondo una comunicazione tardiva del CLN di Mensano (SI) al CLN di Castelnuovo Val di Cecina, un milite repubblicano, certo Alvaro Cennini, avrebbe fatto parte del plotone di esecuzione. Ricorda l’episodio Silvio Serenari:

…il mattino del 14 giugno, il giorno della strage dei minatori della Niccioleta, mia madre venne alla vigna a riprendermi e si ritornò a casa. Era da poco passato mezzogiorno che si presenta lo Scarselli a chiamare il babbo e gli disse: Hanno ammazzato tre al Sorbo, bisogna andare a portarli via (erano entrambi della Misericordia e parlavano di seppellire i tre morti)13.

In una rievocazione dell’uccisione dei 77 minatori della Niccioleta, pubblicata sul periodico dei lavoratori della "Montecatini", si legge:

…venne l’alba del giorno 14 giugno 1944, nelle vicinanze furono fucilati tre partigiani e molti dei prigionieri sentirono l’eco delle fucilate e conobbero la triste notizia. I tre morirono coraggiosamente senza rivelare la loro identità14.

Uno dei testimoni dei tragici avvenimenti di quel giorno, Gino Barsotti, ricordò più tardi che, essendosi nascosto tra i ciliegi di Raspino, ebbe modo di osservare per diverse ore gli spostamenti dei prigionieri tra la caserma, la Villa Ginori e la casa di Alvaro Menichelli, dov’era la sede della Wehrmacht. Fu Gino a raccontare che dei tre fucilati al podere Il Sorbo, uno, riuscito a fuggire, fu raggiunto da un colpo di moschetto mentre si apprestava a saltare il botrello delle Pagliaole, ad una passo dalla salvezza! Fu infine lo stesso Barsotti a favorire il riconoscimento delle salme nel mese di marzo 1946 .

Il marchese ed ex ufficiale dell’esercito, Gianluca Spinola, fu invece ucciso con un colpo di pistola sparatogli alla testa da distanza ravvicinata nella cella di sicurezza degli uomini della caserma dei carabinieri e il suo corpo fu ritrovato alcuni giorni più tardi dagli stessi soldati della Wehrmacht in ritirata, dopo la fuga delle SS e dei militi della RSI da Castelnuovo Val di Cecina (purtroppo alcune scritte sui muri della stessa cella, forse tracciate grossolanamente dai componenti "la piccola banda di Ariano", sono state cancellate durante lavori di ristrutturazione del fabbricato).

Le quattro salme, orrendamente straziate per evitarne il riconoscimento, e sul momento non identificabili, furono sepolte a Castelnuovo Val di Cecina nella gran fossa comune scavata nel campo esterno, dietro l’abside della cappella mortuaria, insieme alle settantasette salme dei minatori di Niccioleta. Dopo averle incassate, furono collocate sull’estremità del prato interno a destra del cancello d’ingresso. Solo lunghe e pazienti ricerche di parenti ed amici ne permisero il ritrovamento e il riconoscimento, a circa tre anni di distanza: la prima ad essere identificata fu quella dello Spinola, da un anello che il giovane ufficiale portava al dito e, successivamente, quelle degli altri tre sfortunati compagni. I resti mortali di Gianluca Spinola e Franco Stucchi Prinetti furono traslati nelle cappelle di famiglia; quelli di Francesco Piredda e Vittorio Vargiu, nonostante l’interessamento del colonnello Francesco Formigli per riportarli in Sardegna, dopo circa vent’anni dall’uccisione furono riposti nell’ossario comune del cimitero di Castelnuovo Val di Cecina, insieme a quelli di altri nove soldati tedeschi sconosciuti.

Vado alla guerra, triste della mia strada,

la mia bella ho dovuto lasciarla a casa.

Il suo onore tocca agli amici guardarlo

fino a che non sarò tornato.

Quando sarò al cimitero la mia bella

mi porterà una manciata di terra.

Dirà: qui posano i piedi che venivano

a me, qui le braccia

che spesso mi strinsero21.

21Vado alla guerra, triste della mia strada, da Il cerchio di gesso del Caucaso,

Tratto da

Se tu vieni quassù tra le rocce…

di Carlo Groppi,

Se tu vieni quassù tra le rocce…

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 4 marzo 2017, in Se tu vieni quassù tra le rocce... con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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