Giuseppe Mayda – La lunga notte di Ferrara

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Giuseppe Mayda
La lunga notte di Ferrara
1° Parte
La R.S.I., che non ha ancora un esercito, ne a­vrebbe bisogno di due, I’ uno per combattere con­tro gli anglo-americani e l’altro per la lotta ai « ri­belli » (« Da qualche giorno cominciano a giungere regolari rappor­ti sull’attività partigiana, che si sta rafforzando in ogni plaga », annota nel proprio diario, il 7 no­vembre 1943, il segreta­rio particolare del duce, Dolfin); gli scioperi nel­le grandi fabbriche rive­lano il malumore, il di­sagio, l’insofferenza del­le masse. Neppure i nuovi fascisti sono contenti. Ciano, il « traditore » del 25 luglio, non è stato an­cora processato: che cosa si aspetta?
Davanti al dilagare delle proteste, all’estendersi del movimento partigia­no, alle agitazioni ope­raie, all’ambiguità della borghesia e alla lotta sot­terranea e subdola che gli fa la grande industria, Mussolini punta sulla carta della « pacificazio­ne », della concordia na­zionale, nel tentativo di «isolare la ribellione che non sa reprimere ». « Ri­troviamoci tutti nel no­me santo della patria » -invoca la « Gazzetta del Popolo » di Torino -; « cadano tutte le barrie­re, tutti i rancori ».
Ma il tentativo dell’« ab­braccio generale » falli­sce per l’opposizione dei fascisti estremisti; i Pavo­lini e i Farinacei hanno tutt’altre idee, vogliono il ritorno al sistema tota­litario in forma anche più intransigente, rigida e spietata. il 5 ottobre, nel « foglio d’ordini » ai gerarchi del partito, Pa­volini deplora l’atteggia­mento conciliante e met­te fine alla « pacificazio­ne » (a Venezia un comunista ha preso la pa­rola durante una aduna­ta di fascisti) scrivendo: « In materia di politica interna e di rapporti con gli avversari o gli ex-av­versari non si deve in­dulgere a troppi generici appelli all’abbraccio uni­versale ».
Anche i fascisti di Mila­no, Pavia, Torino, Arez­zo e altre città sono con­trari a qualsiasi forma di « conciliazione ». « Al muro! » è lo slogan quo­tidiano della radio fasci­sta che trasmette da Mo­naco di Baviera. E il 22 ottobre « Il Fascio », or­gano della federazione milanese, afferma: « Chi parla di dimenticare e accenna al pietismo e al­l’abbraccio universale commette un delitto di lesa Patria e un secondo tradimento verso il fasci­smo… Non è l’ora della penna, ma della spa­da... ».
l’accenno de «II Fascio» riguarda anche Ciano, è suo il primo « tradimen­to ». il 19 ottobre il ge­nero del duce, ch’era in Germania praticamente prigioniero, è trasferito a Verona sotto scorta delle SS; nel carcere degli Scalzi, di lì a pochi gior­ni, lo raggiungono altri quattro ex-componenti del Gran Consiglio del fascismo che firmarono I’ ordine del giorno Grandi (Cianetti, Gottardi, Mari­nelli, Pareschi) mentre un quinto, De Bono, è agli arresti domiciliare nella sua villa di Cassano d’Adda. Il Consiglio dei ministri, convocato dal duce negli stessi giorni, crea un Tribunale Spe­ciale Straordinario – pre­sidente Aldo Vecchini; giudice istruttore Vin­cenzo Cersosimo – com­posto da otto membri scelti fra « fascisti di indiscussa fede»: assieme costituiranno l’assise che condannerà Ciano a morte.
E ormai evidente che, sia per la tendenza al ri­formismo, sia per i sin­tomi di ribellione ser­peggianti qui e là, l’or­ganizzazione politica della R.S.I. rischia di per­dere il controllo delle masse. E necessario più che mai dare alla novel­la repubblica una par­venza di democrazia: perciò Mussolini lancia I’ idea di una assemblea costituente – da tenersi a Verona il 14 e 15 no­vembre, nel salone prin­cipale di Castelvecchio e sotto la presidenza di Pavolini – e che sarà, in effetti, un simulacro di libero dibattito attorno ad un programma già preparato e in cui si riaf­fermerà e si codificherà l’autorità monopolistica del partito.
Nei diciotto punti della Carta costituente – o « manifesto di Verona » -­si stabilisce che una as­semblea generale sancirà la scomparsa della mo­narchia, proclamerà la repubblica e nominerà il suo capo, da eleggere o­gni cinque anni. II pote­re sovrano verrà detenu­to dai cittadini, nessuno dei quali potrà essere trattenuto in arresto per più di sette giorni se non per espresso ordine dell’ autorità giudiziaria.
La magistratura sarà completamente indipen­dente e, per il futuro meccanismo elettorale, si ricorrerà ad « un siste­ma misto ». Il partito si assumerà l’incarico dell’ educazione politica dei cittadini e sarà il custo­de dell’idea rivoluziona­ria. L’appartenenza al partito non sarà condi­zione indispensabile per ottenere un incarico o per un impiego.
La religione della nuova repubblica sarà la cattolica romana ma verranno rispettate tutte le religioni non in contrasto con le leggi. Gli ebrei saranno considerati stranieri e nemici per tutta la durata della guerra in corso in politica estera la R.S.I mirerà all’unità e all’indipendenza del territorio nazionale perseguendo la realizzazione di una comunità europea e d una confederazione fra le nazioni. In campo sociale la proprietà privata verrà garantita dallo stato
Ma i servizi pubblici e, in generale le industrie belliche dovranno essere gestite da enti nominati dallo Stato.
Nell’agricoltura la gestione privata del proprietario sarà tollerata soltanto se giustificata dai resultati ottenuti. Lo stato si addosserà la respo­nsabilità di un conveniente programma edilizio I sindacati verranno fusi in una confe­derazione generale dei lavoro e tutta la legisla­zione sociale introdotta dal fascismo nel venten­nio rimarrà operante: il punto di partenza per un ulteriore passo in a­vanti sarà la Carta del Lavoro.
In sostanza, però, il con­gresso di Verona sanci­sce il trionfo delle teo­rie estremiste di Pavoli­ni e di Farinacei, e l’ap­provazione del loro con­cetto del « fascismo del­le squadre d’azione » a­vrà il risultato di affret­tare la guerra civile e I’ approfondimento dei contrasti nell’Italia del Nord. Tutti i delegati – che rappresentano 250.000 iscritti al parti­to – si esprimono in sen­so contrario ad una po­litica di « conciliazione » interna e a favore dell’i­stituzione del tribunale speciale per giudicare « i traditori del 25 luglio »;lo stesso Pavolini dà assicurazioni in questo senso all’assemblea e afferma che le rappresagli fasciste sono già cominciate « ho la precisa sensazione che o si fa così o non si toccano le coscienze ”Non si sa esattamente chi abbia compilato il manifesto di Verona».
Pare che il punto 7, riguardante gli ebrei sia stato suggerito da Preziosi. In un telegramma a Berlino l’am­basciatore Rahn dichia­rerà in seguito di aver collaborato alla stesura del documento ma la definitiva formulazione dei « diciotto punti » vie­ne fatta risalire a Musso­lini, Pavolini e Bombac­ci.
Giorgio Pini, ex-capo re­dattore de « Il Popolo d’ Italia », scriverà nelle memorie di aver discus­so a lungo con Pavolini quei punti programmati­ci: « … lo dicevo che di­sapprovavo la mancata applicazione dei princi­pii di Verona… lui ribat­teva che era impossibile negare la sua buona vo­lontà… e insisteva: "Co­me potrei io aver rinne­gato i diciotto punti che sono stati stesi da me, su questo stesso tavo­lo?"… ».
Il dibattito di Verona non è comunque una costituente ma un sem­plice scontro « tra gene­razioni e tra sopravvissu­ti ad un disastro »; è una riunione politica – e non una assise di popolo -che assume « sempre più l’aspetto di un dialogo fra la sala e gli oratori ». La relazione di Pavolini è spesso interrotta da battute e da proteste. Quando dice che « chi è stato squadrista una vol­ta lo è sempre », dalla platea sale un grido: « Non tutti! »; quando chiede se i gruppi uni­versitari fascisti debbono essere ricostituiti nella forma originaria, vi sono urla di « No, no, no! Abolizione! »; quando an­nuncia che gli iscritti al nuovo partito fascista re­pubblicano sono 250.000 un altro grido sottolinea: « Troppi! Troppi! Voglia­mo rimanere in pochi! ». Gli interventi che seguo­no sono disordinati, con­fusi, contraddittori, spes­so punteggiati da inter­venti ironici o violenti della sala: chi si lamenta per l’assenza del duce, chi si scaglia contro Cia­no, chi se la prende con la Chiesa e il suo appog­gio ai « ribelli »: « … La nostra propaganda radio e i nostri giornali non possono far nulla contro migliaia di parroci ».
Gli scontri verbali sono frequenti: « Non voglia­mo più essere fregati » dice a un certo punto il federale di Como. « Que­ste sono espressioni da caserma » lo interrompe Pavolini. « Questa è una caserma » ribatte tran­quillamente l’altro.
Più tardi, parlando del congresso di Verona con Dolfin, Mussolini dirà: « E stata una bolgia ve­ra e propria! Molte chiacchiere confuse, po­che idee chiare e preci­se. Si sono manifestate le tendenze più strane, comprese quelle comu­nistoidi. Qualcuno, infat­ti, ha chiesto l’abolizio­ne, nuda e cruda, del di­ritto di proprietà! Ci po­tremmo chiedere, con ciò, perché abbiamo per vent’anni lottato contro i comunisti! Secondo que­sti "sinistroidi" potrem­mo oggi addivenire all’ abbracciamento genera­le anche con loro. Da tutte queste manifesta­zioni verbose si può fa­cilmente arguire quanti pochi siano i fascisti che abbiano idee chiare in materia di fascismo… E nessuno, dico nessuno di questi che hanno un ba­gaglio di idee da agita­re, viene da me per chie­dermi di combattere. E al fronte, che si decidono le sorti della repubbli­ca… non nei congressi ».
In questo clima quietudine, di vendetta e di frustrazione a il primo eccidio. A mezzogiorno del 14 novembre, una domenica fredda e nebbiosa, gli squadristi ferraresi Ciro Randi ed Alessandro Bellea entrano di corsa nell’aula di Castelvecchio fanno largo e si avvicinano al tavolo della presidenza mentre Pavolini sta svolgendo la sua relazione introduttiva i messaggeri comunicano che il federale di Ferrara, Igino Ghisellini scomparso dalla sera prima e si teme che si, stato ucciso. « Si fucili un antifascista ogni due ore, fino al ritrovamene Ghisellini, vivo o morto », ordina Pavolini Ma, poche ore più tardi arrivano altri due squadristi ferraresi, Mirrandola e Borellini, per annunciare che il federale Ghisellini è stato rinvenuto assassinato a Castel d’Argile di Cento. Immediatamente Pavolini in piedi, imponenti silenzio alla rumoreggiante assemblea: « Il commissario della federazione di Ferrara che avrebbe dovuto essere con noi, il camerata Ghisellini, è stato uccise sei colpi di pistola Noi eleviamo il nostro pensiero. verrà subito vendicato Dalla sala parte un urlo: « A Ferrara! Ti Ferrara! ». « Non si può gridare in presenza morto; si agisce in modo disciplinato – replica duro, Pavolini -. I lavori continuano. I rappresentanti di Ferrara raggiungano la loro città. Con essi vadano le formazio­ni della polizia federale di Verona e gli squadri­sti di Padova ».
Igino Ghisellini, in real­tà, è stato assassinato dai suoi stessi camerati. Lo hanno soppresso per contrasti interni di parti­to – come dimostrerà il processo celebrato nel 1948 in Corte d’Assise -, per rivalità e anche per­ché il federale è un « moderato », un segua­ce cioè della politica di
«pacificazione »: Ghi­sellini, subito dopo l’8 settembre, ha cercato un accordo con gli antifa­scisti ferraresi (accordo durato pochissimo ed al quale soltanto i comuni­sti si sono rifiutati a prio­ri) e forse è proprio que­sto che lo ha posto in urto con i seguaci locali del neo squadrismo di Pavolini e di Farinacci. Il cadavere di Ghisellini è stato rinvenuto nella tarda mattinata della do­menica e, subito, negli inquirenti è sorto il so­spetto di una faida di partito: la « Topolino » sulla quale viaggiava il federale aveva i vetri in­franti dall’interno, segno che l’autore del crimine doveva essere una per­sona «amica», salita con lui sull’auto. Ma coloro che avanzano cautamen­te questa ipotesi – il vi­ce prefetto Marolla, il vi­ce questore Poli e il te­nente della stazione ca­rabinieri di Cento – so­no arrestati dagli squa­dristi e chiusi nelle car­ceri di via Piangipane; la morte di Ghisellini deve servire, a tutti i costi, per «dare una lezione ». «Da allora la notte di Ferrara – dirà Piero Cala­mandrei in una celebre orazione – fu citata ad e­sempio. Nel linguaggio della stampa fascista en­trò, per indicare quel procedimento ‘esempla­re, un nuovo e delicato vocabolo: "ferrarizzare". il compito di tutti i buo­ni fascisti fu, da allora, quello di "ferrarizzare" l’Italia ».
Segue
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Tratto da “La Repubblica di Salò”
Arnoldo Mondadori
N° 200 Luglio 1974
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 5 aprile 2017, in La Repubblica di Salò con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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