Giuseppe Mayda–La lunga notte di Ferrara

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La lunga notte di Ferrara

2° parte

Il rastrellamento delle vittime, a Ferrara, comincia dopo le 20 della do­menica, una serata di pioggia, quando la gente è costretta nelle case dal coprifuoco. Una « lista nera » di 84 antifascisti « sospetti » giace da qualche giorno sul tavo­lo della federazione del Partito dove, ora, siedo­no il gerarca Franz Pa­gliani, l’ispettore regio­nale Enrico Vezzalini e il console della milizia Gio­vanni Battista Riggio, fu­turi giudici di Ciano.

Nell’elenco vi sono no­mi notissimi in città, co­me quelli del giovane magistrato Colagrande, dell’ex-senatore Arlotti e dell’anziana maestra so­cialista Ada Costa, già parecchie volte arrestata per il suo antifascismo e destinata a morire di lì a qualche mese, il 29 a­prile 1944, nel carcere di Copparo. Prelevati casa per casa, gli ostaggi so­no caricati sui camion, condotti alla caserma « Littorio » di piazza Fau­sto Beretta e rinchiusi in uno squallido stanzone al pianterreno: una panca, qualche seggiola, fioche lampade

Quattro militi, berretto nero col teschio e moschetto in spalla, girano in mezzo ai prigionieri

testimonierà uno degli scampati, l’avvocato Giu­seppe Longhi -; ogni tan­to la porta dello stanzo­ne si spalanca e, col fred­do e la pioggia, entrano nuovi arrestati: l’avvoca­to Mario Zanatta, pena­lista e aderente al partito d’azione, strappato dalla sua casa di via Mayr do­ve assisteva il padre am­malato, il gelataio Luigi Calderoni, detto « Giget­to », l’illusionista Masie­ro, il garagista Gullini, l’ex-senatore Arlotti, già amico di Italo Balbo, un «fascista deluso » che non ha voluto aderire al­la repubblica di Salò.

«Tutta carne da macel­lo, stanotte », dice ri­dendo uno dei militi. Ci sono anche parecchi e­brei; il giornale fascista« Ferrara repubblicana » ha avvertito pochi giorni prima che « nessuno si faccia meraviglia se qualche più pericoloso ebreo verrà posto in condizioni di non nuocere »

E adesso è venuta l’occa­sione di mantenere la promessa: fra gli arresta­ti ci sono infatti il dottor Umberto Ravenna, ottan­tenne; il professor Mario Magrini, semiparalizzato; l’ing. Silvio Finzi, che morirà più tardi in un campo di sterminio; l’av­vocato Giuseppe Bassani, che è cieco ed è stato accompagnato dalla mo­glie; i commercianti di pellami Vittore e Mario Hanau, padre e figlio, di 65 e 41 anni.

Le ore trascorrono lentis­sime, i minuti passano nell’angoscia anche se nessuno degli ostaggi im­magina quanto accadrà e tutti pensano a qualche settimana di carcere. Riu­niti in un ufficio al pri­mo piano della caserma, i fascisti tardano a deci­dere perché – secondo la ricostruzione dell’episodio attorno compiuta da Rubens Tedeschi sono sorti contrasti sulle misure da dare alla rappresaglia.

Lo squadrista Carlo Go­voni, che morirà a Da­chau inviatovi dai suoi stessi camerati, sostiene la « necessità di fucilare almeno 36 antifascisti »; il console della milizia Randi propone di ucci­dere venti ostaggi al gior­no fin quando non si co­stituiranno i responsabili della morte di Ghisellini. I triumviri della federa­zione, Calura, Ghilardoni e Borellini, che hanno steso la « lista nera », ri­fiutano di scegliere i no­mi delle vittime. « Allora faremo da soli » replica, minaccioso, Riggio « e sarà peggio ».

Le discussioni si conclu­dono soltanto alle 5 del mattino; i macabri parti­colari dei massacro sono stati messi a punto. Due militi entrano nello stanzone a pianterreno. Uno, ha in mano un foglio protocollo e legge: «Emi­lio Arlotti, Mario Zanat­ta, Vittore Hanau, Mario Hanau. Questi mi segua­no »; l’altro si fa dare i documenti di identità dai quattro arrestati e li con­trolla. Fuori la pioggia è cessata, Ferrara è immer­sa nel buio.

Quasi alla stessa ora una squadra di fascisti, capeg­giata da Nicola Furlotti -lo squadrista che di lì a due mesi sparerà a Cia­no il colpo di grazia -bussa alla porta del car­cere di via Piangipane e reclama dal direttore Gu­smano l’immediata con­segna, senza formalità, di quattro detenuti politici in prigione da oltre un mese: l’avvocato Pasqua­le Colagrande, Sostituto Procuratore del re e che dopo il 25 luglio era per­sonalmente andato al carcere a liberare i pri­gionieri antifascisti; Giu­lio Piazzi, quarantacin­quenne, brillante avvoca­to socialista; il rappre­sentante di commercio Alberto Vita Finti, ebreo, padre di sei figli e la cui unica colpa è quella di aver manifestato pubbli­camente, il 25 luglio, la sua gioia per il crollo del fascismo; l’avvocato Ugo Teglio, di 37 anni, nativo di Modena, socialista, an­ch’egli ebreo.

C’è una breve, concitata discussione. Le intenzio­ni della squadraccia ap­paiono evidenti e Gu­smano rifiuta di conse­gnare i detenuti se non gli viene presentato un ordine della magistratu­ra. Impazienti, gli uomini di Furlotti si avventano sul direttore e lo trasci­nano in federazione con­tinuando a minacciarlo di morte finché Gusmano s’arrende.

Separatamente, i due gruppi – quello della ca­serma e quello prelevato in carcere – sono portati in via Roma, sotto le mu­ra del Castello Estense, e spinti contro il parapetto del fossato.

Il primo a cadere è Za­natta, raggiunto da u­na rivoltellata alla nuca; poi i fascisti aprono il fuoco, disordinatamente, sul gruppo: muore il vec­chio Arlotti, muore sen­za un gemito Colagrande e muoiono i due Hanau, abbracciati, per una raf­fica di mitra nella schie­na.

Sono le 6,15, otto morti giacciono sul selciato u­mido di pioggia ma i fa­scisti sono insoddisfatti. Vanno, allora, in via Ma­dama; arrestano il ragio­nier Arturo Torboli, 54 anni, funzionario comu­nale e liquidatore dei be­ni fascisti e lo portano sul Montagnose – presso le mura cittadine – dove si trova già un altro o­staggio, l’ing. Girolamo Savonuzzi, cinquantot­tenne, ex assessore socia­lista: Torboli e Savonuz­zi sono abbattuti con una sola raffica.

L’ultima vittima, l’undice­sima, è un giovane che non si è mai occupato di politica, Cinzio Belletti, manovale delle Ferrovie.

La squadraccia lo preleva in stazione trascinandolo in piazza Boldrini. « Ma che cosa ho fatto? » chie­de Belletti, stupito. Uno dei militi lo addossa ad un muro e gli altri gli sparano. Poi gli assassini depredano le vittime impadronendosi perfino delle loro scarpe. Le ca­se di Belletti e degli Ha­nau vengono svaligiate; ai parenti che chiedono notizie, i militi rispondo­no: « Non vi preoccupa­te, tornano presto ».

Alla luce livida dei nuo­vo mattino i corpi delle vittime sono ancora ste­si ai piedi del Castello e i militi bivaccano attor­no ai cadaveri fumando e scherzando mentre il questore invia alla magi­stratura un rapporto in cui dice: « Sono stati tro­vati undici cadaveri di sconosciuti; si ignorano completamente cause ed autori di queste morti ». Il luogo, della strage ri­mane deserto finché, alle 9, alcuni scolari com­paiono in via Roma di­retti alle elementari. Ap­pena i bambini scorgono il mucchio dei cadaveri e le chiazze di sangue tentano di allontanarsi ma i fascisti li inseguono e li obbligano a passare davanti ai fucilati: «Li do­vete vedere anche voi » gridano, « tutta Ferrara deve vederli ». Ma la cit­tà conosce ormai la stra­ge; la notizia del massa­cro è penetrata, con l’e­co delle sparatorie, nelle case dove nessuno ha dormito, è dilagata nella regione, ha raggiunto -nonostante la censura sulla stampa e sulla radio – tutti gli angoli d’Italia. Mussolini, che definisce il massacro di Ferrara «un atto stupido e bru­tale », gli attribuirà in se­guito il fallimento della sua politica di « concilia­zione » e mesi dopo, par­lando con Dolfin, dirà che « l’azione del neo-squadrismo ha congelato la corrente di simpatia che si andava affermando attorno al regime.

Farinacci invece plaude alla strage con un articolo su ”Il regime Fascista” del 17 novembre: La giornata di Ferrara scrive ha fatto capire che ogni aggressione consumata ”ai danni dei camerati fascisti e tedeschi si pagherà a carissimo prezzo”

L’accenno di Farinacci al prossimo funzionamento degli organi rivoluzionari giudicanti è evidentemente rivolto al tribunale speciale straordinario che deve processare Ciano Il dibattito contro sei dei diciannove gerarchi che, con l’ordine del giorno Grandi, avevano provocato la caduta di Mussolini (gli altri tredici sono latitanti) comincia il sabato 8 gennaio 1944, a Verona, nello stesso salone di Castelvecchio in cui si è tenuto la prima e ultima assise della repubblica di Salò, e dura com­plessivamente due gior­ni: alle 13,40 di lunedì 10, infatti, il tribunale emette la sentenza con cui commina la pena di morte per tutti, presenti e contumaci, con la sola eccezione di Cianetti, condannato a trent’anni di reclusione.

II processo non ha storia giuridica, né in fatto né in diritto. Tutti gli accu­sati respingono l’addebi­to di aver voluto abbatte­re Mussolini; d’altro can­to non è consentito loro di citare testimoni né produrre documenti. I giudici sono stati scelti dal partito, che s’è assun­ta l’iniziativa del proces­so estromettendone il ministero della Giustizia. Oggi si sa che tutto quanto era stato previsto e calcolato, al punto che – secondo un telegram­ma inviato il 28 dicem­bre 1943 a Ribbentrop dall’ambasciatore Rahn Pavolini aveva espresso il convincimento che la causa si sarebbe conclu­sa in tre giorni, con sen­tenze di morte e l’esecu­zione immediata. Del resto, se così non fosse sta­to, i giudici avrebbero accolto la eccezione dei patrono di Gottardi, av­vocato Perani, il quale sosteneva la incompeten­za del Tribunale Specia­le Straordinario a giudi­care poiché i reati con­tenuti nel capo d’accusa (tradimento e aiuto al nemico) erano specifici del tribunale militare.

E piuttosto da sottolinea­re come, anche nell’aula di Castelvecchio, conti­nui e si riproduca quell’atmosfera esagitata, vio­lenta ed estremista che ha contraddistinto, dalla strage di Ferrara al pro­cesso di Verona, l’affer­marsi del « fascismo del­le squadre d’azione ».

Il pubblico è costituito soprattutto da fanatici che interrompono ogni momento le dichiarazio­ni di Ciano («Tradito­re! », « A morte, a mor­te! »); lo stesso prefetto di Verona, Cosmin, mi­naccia apertamente gli avvocati (« I difensori » dice a Marrosu, patrono di De Bono « farebbero bene a camminare a te­sta bassa. Già: perché nel caso ci sarà del piombo anche per loro »); am­monizioni simili al ricat­to vengono persino dal Procuratore generale, Andrea Fortunato.

I fascisti, se occorre, so­no decisi ad assassinare gli imputati in aula, tan­to che, al momento della sentenza, una dattilogra­fa della Procura avverte gli avvocati: « Quando il presidente leggerà il ver­detto tengano giù la te­sta perché, se dovessero assolverli, da dietro, là in fondo alla sala, quelli sparano… ».

Persino taluni giudici si uniscono al pubblico che gremisce l’aula. Durante la riunione in camera di consiglio, poiché ad una prima votazione De Bo­no ottiene salva la vita, Vezzalini balza in piedi minaccioso e ne preten­de un’altra gridando ai suoi colleghi: « Voi state tradendo il fascismo! Sui banchi degli imputati do­vreste finire anche voi! » E in nome dello stesso settarismo e della stessa assurda sete di sangue le domande di grazia dei condannati a morte non giungono mai a Mussoli­ni. Non risulta, comun­que, che il duce si sia preoccupato delle even­tuali suppliche o abbia almeno chiesto se erano state presentate: la mor­te di Ciano, in effetti, era per lui una necessità, era lo strumento adatto a bloccare in modo defi­nitivo la revisione storica del 25 luglio che, se fos­se proseguita, avrebbe potuto coinvolgerlo per­sonalmente.

Tuttavia è indicativo del­la mentalità e dell’azione del neosquadrismo vede­re come Pavolini, Buffari­ni Guidi, Cosmin, Ricci e Tamburini riescano a tro­vare l’uomo adatto a fin­gere di esaminare le do­mande di grazia e a re­spingerle dopo che Co­smin è ricorso ancora u­na volta alla minaccia: « In mancanza di una de­cisione, io personalmen­te, all’alba, darò ordini per l’esecuzione della sentenza ».

la fucilazione di Ciano, Marinelli, Gottardi, Pa­reschi e De Bono avvie­ne a forte San Procolo, fuori Porta Catena, ed è compiuta da un plotone di trenta fascisti coman­dati da Nino Furlotti. Sono le 9,20 di martedì 11 gennaio quando la scarica mortale concreta la tragica vendetta del nuovo « fascismo delle squadre d’azione ».

Tuttavia, se nella morte di Ciano e degli altri ex gerarchi, Farinacci spera­va – come aveva scritto -che la gente vedesse che « si fa sul serio », le sue attese erano mal riposte: ancora quindici giorni dopo l’esecuzione, se stiamo ai rapporti riser­vati della Guardia Nazio­nale Repubblicana, più di un italiano pensava che quello di Verona fos­se stato un processo ir­regolare, « una falsa ese­cuzione per addormenta­re il popolo » e c’era chi riteneva che « i giudici sono stati troppo severi perché, ai membri del Gran Consiglio del fasci­smo, era fra l’altro attri­buita la facoltà di pro­porre al re il successore del duce ».

Giuseppe Mayda

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Tratto da “La Repubblica di Salò

Arnoldo Mondadori “Editore”

N°200 Luglio 1974

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 5 aprile 2017, in La Repubblica di Salò con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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