Raffaello Uboldi – Vigliacchi perché li uccidete? 2 Parte

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Raffaello Uboldi

Vigliacchi perché li uccidete?

2° Parte

Il processo a Scorza si tiene, come si è detto, a Parma quello stesso me­se di aprile. Come segre­tario del partito naziona­le fascista Carlo Scorza, il 25 luglio, assieme a Galbiati, comandante della milizia, ricopriva u­na carica tale da render­lo il vero difensore del regime. Ma per quanto abbia votato contro l’or­dine del giorno Grandi, e abbia incitato Mussoli­ni a un gesto di forza contro i suoi avversari, personalmente non ha fatto altro per salvare il fascismo e il suo capo anzi è il responsabile primo dell’ordine di non muoversi inviato ai federali. Sennonché Galbiati non viene nemmeno arrestato, anche se, nonostante i suoi tentativi di autodifesa dopo il Settembre 1943, in memoriali inviati a Mussolini non riceverà più incarichi nella nuova repubblica.

Quanto a Scorza viene arrestato e processato ma in questo caso è il duce che intervien personalmente, come testimonia Rahn, perché sial assolto. Secondo Rahn Mussolini è « favorevole a Scorza », e lo stima « è onesto ».

E chiaro continua Rahn, in un rapporto a Berlino, Mussolini « ha voluto l’assoluzione di Scorza l’ha anche influenzata. Per attendere la fine la del processo, e il verdetto il capo dei fascismo giunge fino al punto di rinviare un suo incontro con Hitler, che doveva servire a un esame delle esperienze dei primi mesi di governo. Non è che le ragioni dell’atteggiamento di Mussolini verso Scorza siano del tutto chiare; specie da parte dell’uomo che per altro verso non ha esitato a gettare la testa di Ciano allo squadrismo e nella storia. Ma forse non è errato supporre che Scor­za, nelle ore successive alla riunione del Gran Consiglio, sia stato inca­ricato di una qualche in­gegnosa soluzione da parte di Mussolini, ma­gari di mendicare l’aiuto della monarchia. Meglio lasciar perdere, dunque, non rivangare troppo il passato…

Il processo agli ammira­gli avrà tutt’altra dimen­sione, e conclusione. Ini­go Campioni, governato­re del Dodecaneso, è I’ uomo che l’8 settembre 1943 ha ceduto l’isola di Rodi, con una guarnigio­ne italiana di ben 34.000 uomini, agli appena 7000 tedeschi della divisione « Rhodos », di cui molti austriaci della territoria­le: un fatto davvero in­credibile.

Agli inizi Campioni ha cercato di resistere, sep­pure in modo disorgani­co, senza troppa convin­zione. Poi, la mattina dell’11 settembre, il co­mandante delle forze te­desche dell’isola, Klee­man, gli lancia un ulti­matum: se entro un’ora gli italiani non si arren­deranno senza condizio­ni, gli Stukas, già pronti, partiranno da Creta per effettuare un bombarda­mento indiscriminato su Rodi. Si saprà più avanti che si tratta di un bluff. Ma Campioni cade nel tranello, i nervi gli cedo­no; e firma la resa, men­tre i suoi soldati lo cir­condano tra insulti e fi­schi, chiamandolo « tra­ditore », « fascista » e « filo-tedesco ». Il capi­tano d’artiglieria Carlo Ragni, che si è appena guadagnato una meda­glia d’argento per aver distrutto una batteria ne­mica, allorché vede i parlamentari italiani ri­tornare dal comando te­desco inalberando ban­diera bianca sul cofano delle automobili, estrae la pistola e spara contro la macchina dell’ammi­raglio.

Caduta Rodi, la lotta continua nelle isole vici­ne, sotto la guida dell’ ammiraglio Luigi Ma­scherpa, comandante mi­litare dell’isola di Lero. Quando gli è stato comu­nicato che la guarnigio­ne di Rodi aveva deciso di arrendersi, Mascherpa ha avuto una smorfia di dubbio, e ci sono voluti parecchi telegrammi ci­frati, mandatigli dal di­rettore delle poste di Ro­di, Dante Zarli, per con­vincerlo della realtà. Al­lora il dubbio ha lascia­to il posto alla preoccupazione. Mascherpa si è subito reso conto che i tedeschi, neutralizzata I’ isola maggiore, potranno spostare tutto il peso del­l’attacco contro le isole minori dell’Egeo. La so­la speranza di tenere Le­ro, ha concluso Mascher­pa, sta in un massiccio intervento alleato.

Gli Alleati tuttavia, im­pegnati duramente su al­tri fronti di guerra, non potranno inviare a Lero altro che un`modesto contingente di truppe britanniche, al comando del generale di brigata Tilney. La resistenza in queste condizioni diven­ta un punto d’onore, sen­za una vera speranza di successo. E Mascherpa, per ciò che lo riguarda, difende Lero fino al 16 novembre del 1943. Il 15 i tedeschi, che sono sbar­cati in forze nell’isola, con paracadutisti e gua­statori, gli inviano come parlamentare un ufficiale italiano fatto prigioniero, il capitano di fanteria Chiggìni, promettendo­gli salva la vita se si ar­rende prima degli ingle­si. L’ammiraglio italiano rifiuta. Si arrenderà sol­tanto il giorno dopo, al­lorché le forze di Tilney sono state sopraffatte per prime.

Anche Mascherpa du­rante la prigionia mostra sintomi di esitazione, dà a vedere di essere even­tualmente disposto a mettersi al servizio dei tedeschi. Rimane comunque il fatto che Lero ha dato prova di polso e di coraggio; e in questa chiave ha davvero no­ciuto ai tedeschi, e di conseguenza al fascismo, laddove Campioni, sem­mai, potrebbe venire ac­cusato del contrario, o al massimo, anche dal punto di vista di Musso­lini, di colpe più lievi. E allora non si capirebbe la decisione dì portarli assieme davanti ai giudi­ci, se non si tenesse con­to che come là morte di Ciano è stata la vendet­ta regalata al partito, il processo ai due ammira­gli è la vendetta riserva­ta a quella parte degli ufficiali dell’esercito che si sono schierati con la repubblica e Mussolini.

Anche per questo si so­no scelti due ufficiali di marina, l’arma « non fa­scista », quella che ha svolto nei confronti del regime una sua opposi­zione, che in più di una occasione si è attirata addosso l’odio del parti­to, e che l’8 settembre, a stragrande maggioranza, ha compiuto il proprio dovere, obbedendo agli ordini, e consegnando le navi agli Alleati.

Il dibattito al Tribunale di Parma corre via di fretta, imputati e avvocati difensori parlano tra I’ evidente disinteresse dei giudici che nemmeno si curano, come sarebbe lo­ro dovere, di richiamare all’ordine la folla che ru­moreggia, o che si ab­bandona a chiacchiere che disturbano l’anda­mento del processo. D’ altra parte tutti si rendo­no conto, imputati com­presi, che la sentenza è già firmata, che per i due ammiragli non c’è spe­ranza di salvezza. E la sentenza conferma, il pomeriggio stesso dei 22, le previsioni: Campioni e Mascherpa vengono condannati a morte, due vittime di più sulla strada del fascismo di Salò.

Un minimo di formalità – in ogni caso – va rispettato fino in fondo; due ammiragli presentano la domanda di grazia; trascorrendo nell’attesa la notte dei 22 e la giornata del 23.

La sera del 23 il primo a essere avvisato che domanda è stata respinta è il cappellano delle carceri di Parma, don Paolo De Vincentiis, di propria autorità decide di lasciarli riposare pace ancora qualche ora Alle 2,30 va a svegliar e i due, appena lo vedo no, capiscono subito di cosa si tratta. « Dunque ci siamo », dice calmo Mascherpa. Gli ammira gli domandano a don Paolo se possono indossare la divisa. Questi passa la richiesta al direttore delle carceri. ” la risposta è negativa dovranno vestirsi in abiti borghesi. Mascherpa chiede di poter almeno vedere un’ultima volta h moglie, che si trova in un albergo della città. E anche questa domanda si scontra con un no. La so­la cosa che i due otten­gono è che non si met­tano loro le manette. Le ultime ore le trascor­rono scrivendo lettere a parenti. Poco prima delle 5 vengono chiamati, E fatti salire su un auto­mezzo che con una scor­ta di carabinieri, percor­rendo le vie di una città ancora immersa nel son­no, si dirige verso il luo­go dell’esecuzione. Ma­scherpa continua a ram­maricarsi che non gli ab­biano fatto vedere la mo­glie. Campioni tace, le sguardo fisso nel vuoto. Al poligono di tiro sono pronte per loro due se­die. Ma gli ammiragli ri­fiutano, preferiscono re­stare in piedi. La scarica li coglie al petto, fred­dandoli all’istante. Toc­cherà ancora a don Pao­lo di comporli in due modeste casse, che ven­gono subito portate a cimitero.

Raffaello Uboldi

Tratto da

Storia Illustrata

Arnoldo Mondadori Editore

Luglio 1974

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 12 aprile 2017, in La Repubblica di Salò con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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