Giorgio Bocca – Il Terrore nelle Città 1943 ( Parte Prima )

Giorgio Bocca
Il Terrore nelle Città
1943

( Parte Prima )

Gli italiani che stavano alla finestra hanno spes­so rimproverato alla Resi­stenza di avere provoca­to la reazione tedesca e fascista e, spesso, la Re­sistenza ha cercato di ne­gare, di spiegare, come se la sua funzione princi­pale non fosse proprio quella, di provocare uno scontro armato, di dare una testimonianza con­creta, di pagare in qual­che modo il biglietto di ritorno alla democrazia. Così stando le cose non abbiamo alcuna difficoltà a dire in modo esplicito che la repressione fasci­sta e i suoi strumenti principali, le Brigate ne­re del partito e la X’ MAS del principe lunio Vale­rio Borghese, nascono dall’azione partigima o almeno sono costrette da essa a un comportamen­to da guerra civile. Altri si occupano qui dell’e­sercito partigiano, a noi tocca parlare dei GAP o gruppi di azione patriot­tica.
Quando nascono questi GAP e perché nascono? I GAP sono organizzati dal partito comunista, prima che da ogni altro, per una ragione molto semplice: il partito co­munista è il partito anti­fascista che ha la maggior tradizione di guerra rivo­luzionaria. Alle sue spal­le ci sono le esperienze fatte in ogni parte del mondo dalla Terza inter­nazionale, c’è una dottri­na, una pratica. Non a caso i comunisti di Pado­va pensano di organizza­re un GAP già nel luglio dei 1943, prima della guerra partigiana; non a caso il partito ha, fra i suoi quadri, uomini come Baroncini, Garemi, Lizze­ro, Rubini, esperti di guerriglia nelle città. Fa bene il partito comunista
a formare i GAP sin dai primi mesi della Resisten­za? Certamente sì. Il ter­rorismo deve penetrare nelle grandi città non so­lo per ragioni militari e politiche ma per una ele­mentare moralità rivolu­zionaria. Se si accetta il principio morale e rivo­luzionario della ribellio­ne armata contro la le­galità iniqua, bisogna ar­rivare al terrorismo citta­dino, non si può ammet­tere che la resistenza sia divisa, che esistano zone alpine o quartieri perife­rici, operai in cui essa si svolge con i lutti e i dan­ni, mentre al centro del­le città, nelle zone dei ricchi si formano come delle enclaves tranquille in cui possono vivere senza danni gli oppresso­ri. La lotta è senza quar­tiere e senza confini; tocca tutti, arriva dapper­tutto.
La scelta comunista sulle prime è contrastata dagli altri partiti: alcuni dì essi, come il liberale, hanno legami troppo stretti con la borghesia agiata per accettare che essa venga coinvolta nella lotta più aspra; oppure come il democristiano hanno re­more di natura religiosa, il clero non ha ancora deciso se approvare o meno la lotta armata sul­le montagne, non è il ca­so di proporgli subito quella nelle città; quan­to a socialisti e azionisti cercano di guadagnare tempo, non sono pronti come i comunisti a orga­nizzare le squadre. Ma si tratta di una opposizione tattica, con il passare del tempo anche socialisti e azionisti parteciperanno alla guerriglia urbana.
All’inizio ogni GAP è for­mato da non più di quat­tro persone; i vari GAP non hanno comunicazioni fra di loro, comunica­no solo con il comando centrale; ogni GAP ha la sua staffetta, esclusiva. Presa, torturata, potrà confessare solo un indi­rizzo, solo quattro nomi. Il deposito degli esplosi­vi, il laboratorio degli ar­tificieri sono sconosciuti ai GAP; quando il co­mando decide un’azione fa sapere al GAP in che luogo e in che ora trove­rà il necessario: le bom­be, le biciclette, le armi. Queste sono le regole da cui si parte, poi ovvia­mente nella pratica italia­na ci saranno meno pre­occupazioni e meno se­gretezza.
Ma vediamo l’attività dei primi GAP. A Torino li comanda Anteo Garemi; le prime azioni, quasi contemporanee, sono del 22 novembre: due gap­pisti in bicicletta aprono il fuoco sui tedeschi di guardia alla stazione di Porta Nuova; pochi mi­nuti dopo esplode una bomba lanciata da Garemi in un locale di via Nizza pieno di tedeschi. Altre azioni in ottobre con la cattura del conso­le Giordina. Ma cattura no e fucilano Garemi e il gappismo torinese è pra­ticamente distrutto fino a gennaio.
A Milano Rubini e Buset­to organizzano numerosi GAP, le azioni di sabo­taggio si infittiscono a Lodi, a Taliedo e il 18 di­cembre il terrorismo giunge nel cuore di Mi­lano. Tre gappisti ricevo­no istruzioni precise: si trovino alla tale ora in via Bronzetti, passerà un tale in divisa fascista, u­scirà da un ufficio posto al tale numero. I tre ese­guono, e solo a cose fat­te vengono a sapere di a­ver ucciso il federale fa­scista di Milano
ALDO RESEGA
federale fascista di Milano. Fu ucciso in via
Bronzetti il 18 dicembre del 1943 da tre gappisti
che solo a cose fatte vennero a sapere di
aver eliminato un gerarca.

Altri due GAP entrano in azioni duran­te i funerali, nel fuggi fuggi dopo i primi colpi il feretro rimane abban­donato in mezzo alla strada.
I gappisti di Bologna si muovono a dicembre guidati da Ilio Barontini; a Genova agiscono so­prattutto in appoggio a­gli scioperi operai; a Ro­ma agiranno più tardi nella stagione del gran­de terrorismo. Nel gen­naio del ’44 Torino co­nosce le imprese incredi­bili di Giovanni Pesce e il sacrificio di Dante di Nanni e di Giuseppe Bravin; a Firenze opera Sinigaglia. I fascisti chie­dono vendetta, il partito la affida alla Brigate nere. La prima organizzazione armata fascista antiparti­giana è creata dal fede­rale di Milano Vincenzo Costa; ai primi del giu­gno 1944 egli forma un reggimento federale in cui inquadra 1500 fasci­sti; non è, sia ben chiaro, che nei mesi precedenti i fascisti abbiano subìto gli attacchi partigiani; do­vunque ci sono state rap­presaglie, punizioni, uc­cisioni, ma affidate agli squadristi, o demandate ai tedeschi. Solo nel giu­gno si pensa a una rea­zione organica, globale.
II segretario del partito Alessandro Pavolini ha già fatto questa esperien­za in Toscana, poco pri­ma che essa fosse libera­ta dalle divisioni anglo­americane: a Firenze, a Pisa, a Livorno le forma­zioni regolari della repubblica fascista, la Guardia nazionale repub­blicana, l’esercito di Gra­ziani si sono sciolti come neve al sole: hanno te­nuto invece le squadre di azione, composte dai fa­scisti duri, fanatici. Biso­gna mobilitarli, armarli contrapponendo all’orga­nizzazione ribellistica u­no squadrismo di tipo nuovo.
Pavolini è un uomo intel­ligente, egli sa che il fa­scismo ha prodotto un pessimo esercito dopo a­ver organizzato uno squadrismo efficiente. I fascisti, quelli veri, si le­gano più alla tradizione faziosa dell’Italia medioevale che non a quella dei grandi eserciti post ri­voluzione francese; non sono fatti per la guerra « grossa », ma per quella urbana o delle spedizioni punitive. « Gli italiani » scrive Pavolini « non te­mono il combattimento e quelli che sono fedeli al duce lo sono per davve­ro. Non amano però es­sere chiusi in caserma, inquadrati, irreggimenta­ti… Il movimento parti­giano ha successo perché il combattente nelle file partigiane ha l’impressio­ne di essere un uomo li­bero. Egli è fiero del suo operato perché agisce in­dipendentemente e svi­luppa l’azione secondo la sua personalità e indi­vidualità. Bisogna quindi creare un movimento an­tipartigiano sulle stesse basi e con le stesse ca­ratteristiche. »
Mussolini è d’accordo e scrive di suo pugno: « Data la situazione, che è dominata da un solo decisivo supremo fattore, quello delle armi e del combattimento, decido che a datare dal l’ luglio si passi dalla attuale strut­tura politica e militare del partito a un organi­smo di tipo esclusiva­mente militare. Dal 1° lu­glio tutti gli iscritti rego­larmente al Partito fasci­sta repubblicano, di età fra i diciotto e i sessanta anni, costituiscono il Corpo ausiliario delle ca­micie nere, composto dalle squadre di azione. Il segretario del partito attua la trasformazione dell’attuale direzione del partito in ufficio di stato maggiore del Corpo au­siliario. Non ci saranno gradi ma soltanto funzio­ni di comando. Il corpo sarà impiegato agli ordi­ni dei capi di provincia ». L’annuncio ufficiale pre­visto per il 21 giugno vie­ne rinviato perché nello stesso giorno è apparso su La Stampa di Torino un articolo di Concetto Pettinato dal titolo « Se ci sei batti un colpo » di critica verso l’immobili­smo del partito; l’annun­cio della costituzione delle Brigate nere potreb­be sembrare una affrettata risposta. Si preferisce così notificare la decisio­ne ai capi delle provincie che penseranno a loro volta a comunicarli al partito. Il capo della pro­vincia milanese nel suo comunicato parla per la prima volta di « brigate in cui saranno immessi tutti i fascisti iscritti al PFR » e per la prima vol­ta usa il termine « Briga­ta nera ».
Il 26 luglio tutti i giorna­li pubblicano il decreto del duce e Pavolini lo commenta alla radio: « Vi parlo stasera da una caserma del Piemonte dove sono affluiti i repar­ti della prima Brigata ne­ra mobile, al comando del segretario del partito. In tutta l’Italia repubbli­cana le Brigate nere si or­ganizzano. »
In tutti i capoluoghi di provincia si svolgono i riti marziali e luttuosi, ve­dove in gramaglie conse­gnano le fiamme nere di combattimento ai briga­tisti che indossano la nuova divisa: berrettino nero da sciatore, giubbet­to nero sopra maglione nero, pantaloni grigiover­di alla zuava. Benedizioni dei gagliardetti, appello dei caduti e il nuovo lu­gubre canto: « Le donne non ci vogliono più bene / perché portiamo la ca­micia nera / hanno detto che siamo da catene / hanno detto che siamo da galera ».
La vicenda delle Brigate nere potrebbe anche a­vere un suo fascino cre­puscolare, romantico, se non ne facessero parte individui di ogni risma, decorati di guerra e don­ne esagitate; mascotte di quattordici anni e legio­nari di settanta; opportu­nisti trascinati dal dove­re di ufficio e fanatici.
Le Brigate nere, costituite per combattere la Resi­stenza armata, non andranno più in là delle o­perazioni poliziesche cit­tadine; le poche volte che si avventureranno a combattere i partigiani in campo aperto subiranno ingloriose sconfitte; in u­na lo stesso segretario dei partito sarà ferito al sedere, ingloriosissima ferita. Molto meglio del­le Brigate nere combatte la X’ MAS la cui storia però è completamente diversa e che ci riporta all’8 settembre e alle pri­me scelte di campo.
La X’ MAS prende il suo nome dalla flottiglia co­mandata dal principe Ju­nio Valerio Borghese. Co­stui, aristocratico, antite­desco per educazione, antifascista nel senso che non condivide certi gusti plebei del fascismo, for­ma, per un distorto sentimento di orgoglio, il più fidato e, in ultima a­nalisi, il più fascista dei corpi armati speciali del­la repubblica di Salò.
In teoria definire fascista o antifascista un uomo come Junio Valerio Bor­ghese è piuttosto diffici­le: diciamo che si tratta di un avventuriero rea­zionario il quale scambia per amor di patria la di­fesa di privilegi feudali, come il fare o il dichia­rare una guerra persona­le. E così che nasce la X’ MAS. Borghese fa il seguente ragionamento: « Non voglio subire l’umiliazione della resa, dunque non mi conse­gno agli anglo-americani ma rimango armato, con i miei, nella caserma del­la X’. E poi? La scelta, cer­tamente, è stretta, si dovrà in qualche modo col­laborare con i tedeschi, ma a deciderlo sarò io, mantenendo la mia auto­nomia ».

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Fine 1°parte tratta
“La storia Illustrata”
Arnoldo Mondadori Editore
Luglio 1974
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 29 aprile 2017, in La Repubblica di Salò con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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